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L'artista, la musa, la modella in giustapposizione
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Mi sarei aspettato volentieri di vedere più da vicino
quello che la mostra "L’artista, la musa e la modella"
proponeva con un titolo così ambizioso e suggestivo: tutto
un mondo di sogni e di storie vere che aveva coinvolto una serie
di artisti e le loro modelle. La storia della pittura ne è
piena: a volte si tratta di un rapporto fra l’artista e la propria
compagna, musa ispiratrice delle sue opere, a volte di brevi avventure
amorose tra gli uni e le altre, o ancora una serie di informazioni
e curiosità sui personaggi femminili che siamo abituati
a vedere sulle tele dei grandi pittori e che non sappiamo chi
siano, o addirittura se siano mai esistite. Oppure un ribaltamento:
la modella che dice la sua sull’artista, attraverso lettere e
testimonianze dell’epoca, emergendo di là dalla sola forma
immortalata da chi ne studiava la figura e la linea, il busto
eretto e il polso piegato, il viso altezzoso e il fianco invitante.
Di storie del genere ce ne sono a bizzeffe, nella Montmartre d’inizio
secolo (quello scorso), così come nel nostro Rinascimento:
dopotutto, la ritrattistica è il genere di maggior successo
nell’arte visiva, per tutta una serie di ragioni d’apprendimento
del mestiere, di commissione delle opere e di sentimento dell’artista.
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Invece, mi sono dovuto accontentare di una rassegna di celebri
artisti novecenteschi, ciascuno con un pezzo o due (non certo
i migliori), in una sfilata di figure femminili che della tematica
dell’artista, della sua musa ispiratrice e della modella che aveva
di fronte resta soltanto la raffigurazione di donne. O le si conosceva
prima, o non le si conosce adesso. La mostra (all’Archivio Arco
Farnese, in Via Giulia 180 a Roma) presenta, dal 18 ottobre al
9 dicembre, artisti di indubbia fama e di diversa formazione,
come Arturo Martini, Renato Guttuso e Fausto Pirandello. Per chi
cerca il pezzo raro, il quadro, il disegno o la statua che non
ha mai visto, questa è senz’altro l’occasione per accrescere
il proprio repertorio individuale in fatto di visione di sculture,
disegni e dipinti. Ma per quanti desiderano approfondire il complesso
rapporto fra un artista e una modella, quell’intrecciarsi del
filo biografico e con l’estetizzazione di una relazione fra persone
in carne e ossa (che ci interessano a partire dall’arte), la mostra
non ha nulla da dire. L’esposizione racconta male il proprio contenuto
attraverso un titolo, e già questo è indice di una
leggerezza, certo perdonabile, di chi realizza una esposizione
figurativa. Benché la galleria offra indubbiamente opere
di pregio e di interesse, l’altisonanza del titolo, che sarebbe
passabile si trattasse di un’operazione commerciale –in cui il
contenuto è raramente conforme ai proclami, finalizzati
come sono alla vendita e non alla descrizione disinteressata del
prodotto–, introduce i nostri pensieri in scenari visivi e immaginativi
che vengono gratuitamente delusi. L’ingresso è libero,
la mostra non mercifica nulla.
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C’è come il sentore della presa in prestito di un modello,
di un abito inadeguato, di una luce impropria che getta il proprio
filo là dove la cultura non si incrocia con il commercio.
E si avverte una sottomissione, probabilmente inconsapevole, della
cultura alla retorica del mercato là dove non c’è
commercio espositivo: a meno che non si vogliano attirare a tutti
i costi eventuali clienti dei pezzi. L’aspetto caratterizzante
della visita in galleria non può essere che questa del
titolo, con la conseguente amarezza di chi vede in modo chiaro
come il linguaggio di massa prenda a prestito modelli economici.
Perché? Perché suona meglio? Se c’è ancora
un fronte che dovrebbe sapersi tenere fuori dal linguaggio propagandistico
questo è proprio l’ambito della cultura non commerciale,
che può meditare le proprie scelte per mezzo dell’affrancamento
che gode dal vincolo della vendita, e sbizzarrirsi a trovare titoli
che, come gli abiti, siano fatti su misura per i propri fianchi,
cavalli, spalle e polsi. La cultura affrancata si fa anche attraverso
l’adeguata denominazione delle proprie proposte. La mercificazione
dell’arte non ha nulla da insegnare alla cultura, seppure tenti
di dirlo attraverso tutti i media che l’imprenditoria dell’informazione
e della comunicazione ha a disposizione.
Nicola D'Ugo
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this article was first published in November
2000 in Notizie
in
Controluce
with the title "L'artista, la musa, la modella in giustapposizione"
(Artist, Muse, Model in juxtaposition)
l'articolo è stato pubblicato per la prima volta nel novembre
del 2000
su Notizie
in
Controluce con il titolo "L'artista, la musa,
la modella in giustapposizione"
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