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L'oggetto d'amore in Pierre Bonnard
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Pierre Bonnard è stato uno dei maggiori pittori fra l’Otto
e il Novecento. Quello che vorrei raccontare in queste poche righe
è il meccanismo con cui, nella sua pittura, rappresenta
l’oggetto d’amore. I suoi dipinti memorabili, di quelli di cui
se ce ne s’innamora è poi difficile che l’amore vada perduto
con il tempo, sono talmente intrisi di luce che non si sa bene
se sia la luce esterna a illuminare la scena o quella interna
al dipinto. Dato che se guardiamo un dipinto al buio non vediamo
che buio, viene da sé che è la luce esterna, ossia
quella in cui è collocato il dipinto, a illuminarne i colori.
Eppure, guardando i suoi quadri, sembra che la luce venga dall’interno
del quadro, da una finestra o altro; che, insomma, l’artista abbia
riposto la luce nel dipinto come per magia. Tale effetto magico,
nella storia dell’arte, si chiama impressionismo. Gli impressionisti
dipingevano all’aria aperta e cercavano di cogliere gli effetti
di luce come li percepivano, talvolta a sprazzi, e i colori che
attraversano le loro tele sono talmente pervasi di luce da rendersi
variegati e vividi come mai prima era apparso in pittura. Un libro
che racconta la giornata tipo dell’impressionista Monet che si
alzava la mattina presto per dipingere all’aria aperta si intitola
Light (luce, appunto), un breve e intenso romanzo scritto
da Eva Figes nel 1983 (non credo sia uscito in italiano).
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Ma Bonnard non è un impressionista. La luce che diffondono
i suoi quadri, anziché sorgere da esigenze di pura rappresentazione,
è impiegata come una tecnica, come un elemento che serve
una rappresentazione più intensa dell’uomo. L’intensità
dell’impressionismo è, se vogliamo, esternamente musicale,
rivolta a cogliere l’impressione della luce sull’occhio, quella
di Bonnard è, come è stato già detto altrove,
della pura memoria, ossia come elaborazione che la mente fa della
luce e degli oggetti. Prendiamo un suo dipinto: Il nudo davanti
a uno specchio. Che cosa ci racconta Bonnard attraverso questo
dipinto? L’oggetto d’amore, la sua donna colta dallo sguardo in
un momento della sua esistenza, in un luogo intimo, in cui, cioè,
non si preoccupa d’essere vista da occhi indiscreti. Se osserviamo
il nudo della donna, ne cogliamo senz’altro la figura ben disegnata,
dai calzari ai capelli. Ma se andiamo sul dettaglio, sulla schiena,
per esempio, sui glutei o sul retro delle braccia, questa bella
figura femminile perde qualsiasi compattezza della forma, può
effettivamente essere una bella donna o una donna non proprio
bella, e il suo viso è un profilo abbozzato di qualsiasi
donna. Bonnard ha dipinto un nudo, ma non lo ha esposto. Avrebbe
potuto indicarci dei dettagli, ma è riuscito a vestire
una donna, a renderla solo una figura. Tutto quello che ci racconta
è l’intimità di una donna in una stanza che si guarda
allo specchio. Il resto della stanza c’è ma è fuori
scena, a destra, a sinistra della donna, dalla parte dell’osservatore.
Nello specchio vengono riflessi vari oggetti, anzitutto un tavolinetto
che vediamo due volte: nella stanza e nello specchio. Ma nello
specchio non vediamo il viso della donna. La figura stessa, centrale
nell’inquadratura del dipinto, non è centrale fra gli oggetti.
Infatti le suppellettili sono riposte in un ordine piuttosto casuale.
V’è addirittura una sedia dietro le gambe della donna che
quasi la tocca. La sedia è rivolta verso di noi e non verso
lei: non è lì perché sia impiegata dal personaggio.
Questo è quello che avviene nella quotidianità,
in cui una persona dentro casa si muove a proprio piacimento,
ma senza che gli oggetti si spostino automaticamente per essere
impiegati. Gli oggetti sono disposti a loro modo e basta, e la
donna non si è messa in posa per il pittore. La spontaneità
dell’ambientazione ce la rende intima, come se guardassimo la
donna seduti su una sedia o sdraiati sul letto. E lei si offre
al nostro sguardo senza sfuggirci, con una dignità propria,
e ci ammette alla sua intimità: siamo parte di lei, della
sua vita.
Questa è una donna che amiamo, senza orpelli, giarrettiere
o altro. E non è la donna di Bonnard. Il fatto di non aver
delineato i tratti femminili in modo deciso contribuisce a permetterci
di vedere in lei la nostra donna. Bonnard sapeva bene che noi
non amiamo una forma femminile in quanto tale, ma diamo sostanza,
contenuto, a una forma che ci ha manifestato la propria interiorità.
Bonnard accentra il discorso pittorico proprio su questo, e ci
racconta la favola dell’amore quotidiano, non l’epopea e il dramma
delle passioni d’amore. Solo dentro di noi sappiamo quanto è
straordinaria una donna che per altri non è più
che una figura, magari carpita nel dettaglio, affascinante ma
non amabile.
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Questo discorso di Bonnard sull’amore vale per ogni tempo, anche
per oggi, non solo per l’inizio del secolo scorso. È una
dimensione erotica dell’uomo, ossia immaginativa.
Ma ciò che ricopre in qualche modo la donna, il nudo-non
nudo di Bonnard (che poi è il vero e solo nudo dell’amore,
anche quello più passionale, in cui tutto pare etereo e
intriso di una piacevole nebbiolina, tutto il contrario del porno)
è avvolto in una atmosfera di luce rosa e arancione.
La pelle della donna è rosa e arancione, ma anche le sedie
e il tavolino sono rosa e arancioni. Il colore si è diffuso
su tutti gli oggetti, conferendogli una "atmosfera" cromatica
in cui ogni particolare rimanda all’altro, e ognuno, senza l’altro,
smette di acquisire il suo sapore. La testolona insignificante
della donna, che pare una palla o una maschera per nulla piacevole,
e in cui anche i capelli sono arancioni (oltre che castani), annulla
ogni biografia, ogni riferimento personale.
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Com’era la donna di Bonnard? Non è questa la domanda a
cui Bonnard risponde. Mitizzare la propria donna per lui avrebbe
significato smettere di parlare del vero oggetto d’amore e avrebbe
decantato il proprio oggetto d’amore (le sue labbra, i suoi occhi,
i suoi seni) con dettagli che in arte sono del tutto insignificanti
rispetto al tema dell’amore. Pensiamo alle istantanee, alle foto
di famiglia o in gita: le persone a noi care che ci illuminano
di sentimenti piacevoli risultano del tutto indifferenti allo
sguardo degli altri.
Non volendo idealizzare la donna, Pierre Bonnard non cade nella
trappola di credere che ciò che è il suo oggetto
d’amore sia nella fisionomia. La sua magia pittorica e il suo
scarso interesse per l’idealizzazione della bellezza raccontano
l’amore oltre la bellezza dei canoni, e toccano la memoria individuale
di chi guarda i suoi dipinti. Con la grazia che gli è propria
ha vestito un nudo di luce, ma lo ha lasciato nudo a imbeversi
dei colori del giorno. Dov’era prima e dove sarà in seguito
la donna dipinta sta a chi guarda il dipinto scoprirlo. Ognuno
ha la propria donna: si ricordi se vuole –suggerisce Bonnard–
di riconoscere da dove viene l’amore che circonda qualsiasi figura
che ci innamora.
Nicola D'Ugo
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this article was first published in June 2000
in Notizie
in
Controluce
with the title "L'oggetto d'amore in Pierre Bonnard"
(The Object of Love in Pierre Bonnard)
l'articolo è stato pubblicato per la prima volta nel giugno
del 2000
su Notizie
in
Controluce con il titolo "L'oggetto d'amore
in Pierre Bonnard"
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