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Andrew Wyeth e i Quadri di Helga
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Era l'autunno del 1987 quando vidi per la prima volta un dipinto
di Andrew
Wyeth. Era sulla copertina del Newsweek
o del Time,
tenuta fra le mani da un passeggero della metropolitana di New
York. E in quei giorni lo avrei visto in continuazione quel dipinto,
nelle librerie e nei cartelloni pubblicitari: una donna inghirlandata
di foglie, dura nei lineamenti, gli zigomi alti, tutto l'opposto
della leggiadria classica che si respira guardando un dipinto
del Quattrocento italiano, o leggendo un nostro poeta del Trecento.
Eppure in qualche misura mi affascinava, e lo trovavo particolarmente
bello. Al tempo, anzi, lo trovavo bellissimo. Era il volto di
Helga, e in quei giorni la mostra dei quadri e disegni dedicatile
dal pittore americano era un evento che, partito dall'esposizione
alla National Gallery
of Art di Washington, avrebbe attraversato l'America. Preso
dal fascino di Helga, guardai più volte la copertina del
catalogo nelle librerie americane, finché una sera, di
ritorno dal Saint
Louis Art Museum, decisi di acquistarne una copia, che mi
precipitai a leggere appena giunsi nella mia camera da letto,
dopo le conversazioni serali. Non sapevo della fama del pittore
e del chiacchiericcio americano a riguardo, ma capivo che il motivo
di tanto clamore era dovuto alla volontà di Wyeth di vendere
una serie di alcune centinaia di pezzi insospettati, che non avevano
interrotto in alcun modo il suo lavoro pittorico ed erano rimasti
ignoti perfino alla moglie: i ritratti di Helga, una donna di
trentott'anni che lavorava nelle vicinanze della casa del pittore,
e qualche altro della figlia, una ragazzina che sembrava una copia
ringiovanita di Helga.
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La vendita in blocco dei 238 quadri (oli, tempere, disegni) a
un collezionista americano aveva mosso le alte sfere museali statunitensi
e si era giunti, attraverso l'interessamento del collezionista,
a organizzare una mostra itinerante di due anni, che sarebbe passata
per i maggiori musei americani, da Boston a Houston, a Los Angeles,
San Francisco e Detroit.
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Sfogliando le pagine del catalogo, ero sempre più affascinato
dalla solitudine di Helga, una solitudine tranquilla, in mezzo
a una natura non altrettanto serena. I paesaggi desolati, le praterie,
gli alberi fatiscenti e le assi della casa che parevano essere
prossime alla fine della loro funzione pavimentale, muraria e
di copertura, mi suggerivano una tranquillità e una pace
fittizie, poiché in realtà per me rappresentavano
un motivo di desiderio e, quindi, di tensione. Ma tensione verso
cosa? Verso la natura aspra, verso la solitudine, verso la fatiscenza
o verso Helga? Helga era un'idea, bella a pensarla, e quindi non
mi posi queste domande in quel momento, né nei mesi successivi,
quando di ritorno in Italia trovai che la fama di Helga aveva
varcato l'oceano. Mi accontentai, al momento, di guardare dal
vivo altri dipinti di Wyeth, che mi piacquero, ma che vennero
in qualche modo subito offuscati dalle solitudini metafisiche
di De Chirico e dai nudi di Modigliani, disposti nelle sale attigue
del Museum of Modern
Art di New York.
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Fu un pomeriggio a casa di un amico che qualcosa emerse più
chiaramente. Sfogliando il catalogo con altri amici pittori, il
mio amico mi disse che questo Wyeth, di cui non aveva sentito
parlare, era un abile disegnatore, ma che non reggeva il confronto
con Bonnard, con quei ritratti d'interni,
quei dettagli che erano sparsi qua e là nei suoi dipinti,
e quel gioco di colori e luci che caratterizza la pittura francese
del secondo Ottocento. Wyeth, in definitiva, mancava di spessore.
O, come disse il mio amico: era troppo americano. In questo fui
d'accordo, poiché ponendomi di fronte a un suo dipinto
ne venivo affascinato, ma se cercavo di entrare più in
profondità non trovavo niente. Era soltanto l'idea iniziale
suggerita dalla sua pittura che mi colpiva. E ancora mi colpisce,
così, in superficie.
Guardando Bonnard, Modigliani o Bronzino questo non mi succede,
né i cosiddetti minori della pittura senese del Trecento,
così vivi di carnalità anche nei ritratti delle
Madonne dell'umiltà: di fronte a questi dipinti si resta
in qualche modo ammirati, e più li si osserva più
emergono elementi estetici che continuano a richiamare alla mente
altri scenari, luoghi che abbiamo visitato e immaginato, storie
diverse, situazioni affatto dissimili che, nel momento in cui
si guarda e riguarda un quadro, si trovano richiamati insieme,
come in un'epifania.
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I dipinti di Wyeth, invece, richiamano uno scenario, lo portano
in rilievo, ma evitano ogni ulteriore richiamo di altri scenari
della memoria, rifiutano ogni sorta di epifania premeditata, ossia
di un riconoscimento di elementi, tenuti separatamente in noi,
che vengono richiamati insieme in una unità imprevista
che sentiamo vera, e di cui riconosciamo successivamente un carattere
universale. Da qui l'idea del "Perché non ci ho pensato
io?" che si pone l'artista o il poeta rispetto a un'opera
d'arte. Nel caso di Wyeth questo processo non avviene. E non avvenendo
si è parlato di lui, sminuendone la validità dell'opera,
come di un grande ritrattista e disegnatore, se non proprio illustratore,
di un ottimo pittore di mestiere, un pittore raffinato e popolare.
Dal punto di vista storico-estetico bisogna ammettere che, data
la logica "epifanica" che è alla base della concezione
ufficiale dell'arte, questo può facilmente essere creduto
come vero. Dal Romanticismo in poi si è programmaticamente
puntato sull'opera d'arte come rivelazione di un'unità
del sentire, anche se si è dovuto attendere il secondo
Ottocento francese perché si avesse qualche esito dello
stesso rilievo dell'arte che si cercava di rimpiazzare con le
nuove idee. Ma il fatto che gli impressionisti e simbolisti francesi
che frequentavano il salotto del poeta Stéphane Mallarmé,
e, successivamente, James Joyce, T. S. Eliot e Virginia Woolf,
puntassero con successo la loro attenzione sull'epifania, ha reso
l'arte (anche quella letteraria) una sorta di forma espressiva
che dovesse seguire i canoni di un successo e di un abito che
quegli artisti e poeti si erano fatti su misura, portando così
le accademie a una sorta di forma intellettualistica, in cui ci
si passa quello che è più facile passarsi: teorie
e tecniche.
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Se l'arte è più grande in misura della sua capacità
di richiamare più scenari alla mente in una singola opera
in modo unitario, è evidente che l'opera di Wyeth, così
come le migliori vignette e i migliori fumetti, è da ritenersi
un'arte minore. Tutt'altro che epifanica l'arte di Wyeth spiazza,
ma non ad effetto. I suoi sono paesaggi desolati, personaggi solitari
in mezzo alla natura. E non c'è nulla di conclusivo nel
suo sguardo: l'inquadratura taglia fuori scenari imprevedibili,
insidie probabili, la natura esprime la sua forza attraverso la
sua permeabilità nella scena, attraverso la sua onnipresenza.
Tutto l'opposto della pittura romantica di Turner: in Wyeth non
c'è nulla di eclatante, tutto è mitigato in un realismo
che sa poco del romanzo o del poema epico e molto della fiaba.
E Helga, come qualsiasi personaggio delle fiabe, è impermeabile
a un'introspezione psicologica. È una donna nella natura
che sta per conto suo, che non ci permette un contatto maggiore
di quello dello sguardo o della immedesimazione: noi possiamo
essere al posto di Helga o fuori della scena come voyeur, ma la
freddezza delicata di Wyeth non consente di immaginarci accanto
a lei, in conversazione con il suo personaggio, non ci lascia
immaginativamente interferire con la sua vita. Possiamo solo ammirarla
nella sua solitudine in mezzo alla natura o ammirare noi stessi
pensandoci al suo posto, sentirci come lei o fuori della scena,
decisamente solitaria. Gli scenari del pittore del Maine non sono
fatti che di quella solitudine resa in tinte e tratti variegati,
in cui la natura non ha bisogno di urlare la propria presenza
selvatica, indomita, non addomesticabile, perché è
già ovunque in modo selvaggio, ma non devastante, né
minaccioso. Lo sguardo del pittore che non chiude a tutto tondo
il paesaggio, e neppure gli interni, lascia fuori della tela l'avventura
dell'uomo, la sua storia, i suoi dolori e le sue felicità.
Ma ciò che lascia ancora più decisamente fuori è
il suo destino, ad eccezione di quello che è comune a tutti
gli uomini: la vita, qui e ora, e la morte, poi.
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Ma nel caso di Helga non si avverte alcun disagio, né
alcuna ansia. Il personaggio è nell'accettazione di sé,
della propria condizione umana, senza preoccupazioni per l'avvenire.
Questo contrasto fra la natura selvaggia e la tranquillità
di Helga è addolcito dalla curiosità del personaggio,
dal suo ammirare la natura (come in Autumn: un modo poetico
per dire "autunno" in americano), la quale tende di
conseguenza ad abbellirla, a invaderla di luce (come nel dipinto
Day Dream: "Sogno diurno", ma anche, forse,
"Sogno ad occhi aperti", in cui il sogno ad occhi aperti
non è quello di Helga, ma di chi la guarda mentre dorme),
o rivelarne la delicata, intima bellezza, sfilandola via dall'oscurità,
così come la pittura si avvale della luce per creare contrasti
visivi (Night Shadow, "Ombra notturna"). La ritrattistica
di Wyeth fa spesso pensare alla fotografia. L'effetto prodotto
è indubbiamente tale, ma basta osservare l'intera collezione
dei Quadri di Helga (Helga Pictures) per accorgersi
che dei 238 pezzi della collezione solo tre o quattro hanno un
cielo azzurro: in quasi tutti il cielo è reso con un bianco
sporco, calcinato. L'effetto di dispersione e di pervasione leggera
della natura è realizzato attraverso a una varietà
selezionata di toni cromatici, che si distribuiscono in zone ideali,
secondo una grammatica che evita qualsiasi genere di contrasto.
Questo smorza il razionalismo di fondo in un quadro d'insieme
che conserva un sapore cromatico unitario, fortemente evocativo
di un mondo fiabesco che fa dell'ignoto della vita un motivo esperienziale,
di crescita. E, nel caso di Helga, una donna adulta, si traduce
in una avventura continua della vita, più vera dell'uso
retorico delle fiabe, in cui si fissa arbitrariamente un termine
alla fragilità umana e alla maturazione interiore.
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Si è osservata una certa somiglianza con il pittore americano
Edward Hopper. In effetti, oltre alle evidenti differenze stilistiche
e ambientali date dalla colorazione uniforme e dal contesto urbano
di Hopper, entrambi gli autori isolano i personaggi nello spazio,
ponendoli al centro di una vicenda senza esito, come in sospensione.
Ma se la marginalità di Hopper è all'interno del
contesto sociale, reclusa in una razionalizzazione della vita
dell'uomo, resa pittoricamente dalle forme plastiche e dai vuoti
fra le figure, Andrew Wyeth al contrario esprime una natura libera
e affrancata dalle costrizioni sociali, come si nota nei dipinti
fortemente caratterizzati, più che dal nudo, dal naturismo.
La natura e il nudo non sono più un atto di mero voyeurismo,
poiché la nudità di Wyeth non esprime la sensualità
propria delle preoccupazioni della pittura europea di questo secolo,
con uomini e donne che si spogliano di nascosto o si ritrovano
intimamente liberi solo fra quattro mura o lontani da occhi indiscreti,
come in Degas, Bonnard, Modigliani, Schiele e altri autori. Né
rientra nel puritanesimo americano, con le sue etichette formali.
Se per la maggior parte dei pittori il nudo rappresenta uno strumento
discorsivo e non solo una forma di affrancamento ideale, in Wyeth
tale aspetto scompare. Come per Emerson e Whitman,
due padri fondatori della cultura americana, il naturismo di Wyeth
è la mera accettazione dell'uomo nella natura, senza orpelli,
al punto che l'opera dell'artista americano non implica alcun
rapporto diretto fra il fruitore di un dipinto e i personaggi
rappresentati, a meno che non passi prima nell'accettazione della
natura, che entri nella scena, che non cerchi in Helga il primo
interlocutore diretto, ma, eventualmente, un secondo interlocutore
con cui condividere il rapporto con la natura, così come
lo vive Helga nella sua serenità. Da qui il suo distacco,
e l'incapacità nostra di penetrare l'intimità del
personaggio. E la scena in cui si trova, in cui Wyeth ci invita
a entrare, non richiede alcuna destrezza tipica delle società
industrializzate, così come non richiede alcuna struttura
tipica delle società rurali. Eppure, nonostante questi
contenuti della pittura di Andrew Wyeth, può capitare di
vedere un suo dipinto in una metropolitana newyorkese. E rimanere
colpiti dall'immagine di una donna incoronata da uno strano serto
di foglie, e pensare che l'autore volesse imitare Botticelli.
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A tredici anni di distanza dal primo incontro con l'opera di
Wyeth, non solo non ho dimenticato i Quadri di Helga, ma
l'autore mi stimola a pensare a forme pittoriche più sottili
di quelle "meramente" avanguardistiche, e a evitare
affrettate conclusioni sulle arti visive "maggiori"
e "minori".
Nicola D'Ugo
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this article was first published in September
2000 in Notizie...
in Controluce
with the title "Andrew Wyeth e i Quadri di Helga" (Andrew
Wyeth and the Helga Pictures)
l'articolo è stato pubblicato nel settembre del 2000 su Notizie...
in Controluce
con il titolo "Andrew Wyeth e i Quadri di Helga"
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