| Chocolat di Lasse Hallström |
A Lansquenet, un
villaggio del Nord della Francia, alla fine degli anni cinquanta,
la tranquillité è un valore che accomuna gli
abitanti. Custode del valore è il sindaco, ultimo discendente
di una nobiltà che, per generazioni, ha fatto rispettare
leggi e costumi. Garante metafisico della giustezza del valore è
il Cristo, che accomuna tutti nel luogo ideale: la chiesa.
Che cosa insegna il buon Dio? Di questo si sa poco. I valori cristiani
e la sua precettistica cambiano di luogo in luogo, di tempo in tempo.
Per secoli si sono disputate guerre, vergate pagine più o meno somme, elevati uomini alla
gloria della santità e bruciati uomini e libri. Ma per l’ultimo
conte di Reynaud, nonché sindaco di Lansquenet (Alfred Molina),
la dottrina ha una sua precettistica, la Parola una sua interpretazione
inequivocabile. Lungi ormai dall’essere il feudatario che fa la
legge e la fa anche rispettare, il conte, a differenza dei suoi
antenati, deve limitarsi a fare applicare i costumi e la legge ultraterrena
sulla terra in una maniera antiquata, ma certo consona alla nuova
epoca democratica: anche al giovane prete appassionato della musica
rock. Siamo infatti alla fine degli anni cinquanta, non nel Medioevo,
e il sindaco lo sa: la legge è quella della Repubblica francese,
e la religione non è poi così in voga, se è
vero che sua moglie se ne è andata a Venezia e non sembra
abbia intenzione di tornare alla religiosa tranquillità di
Lansquenet.
Ci sono altri modi di vivere la vita, sempre nel rispetto della
tradizione. Così giungono in paese Vianne (Juliette Binoche)
e la figlioletta Anouk (Victoire Thivisol). La loro storia
è molto diversa: sono delle girovaghe, pare che non si fermino
per molto in un posto. La loro missione è quella di far conoscere
i poteri catartici del cioccolato. Vianne prende in affitto un
locale e ne fa una cioccolateria. |

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Siamo nella Quaresima,
periodo dei digiuni, in cui i dolci sono vietati, se non dalla legge
francese, almeno da quella divina. Così la pensa il sindaco,
un uomo probo che, nonostante le sofferenze del digiuno, è
il primo a dare il buon esempio. Dopo aver fatto visita alla donna
e aver cercato di dissuaderla dall’aprire una simile attività
in paese, deve arrendersi all’evidenza che Vianne fa di testa sua
e mina la tranquillità del villaggio, portando al peccato
della gola i suoi abitanti. Si dà il caso che gli abitanti,
con tutta la loro religiosità, non siano felici. Chi per
un verso, chi per l’altro, anziché vivere la gioia della
vita in armonia con gli altri, rispettano semplicemente la tranquillità
e soffrono per lo più in religioso silenzio. L’innocuo alimento
che ha per nome cioccolato diventa, nella generosità entusiasta
di Vianne, un elemento effettivamente pericoloso per lo status
quo locale. Comincia così l’aspra lotta fra il sindaco
e Vianne, una lotta fatta di due principi antitetici: repressione
e libero sfogo agli impulsi della piacevolezza.
Chocolat
del regista svedese Lasse Hallström è un film che gioca
tutto su questa opposizione, con una voce narrante che ci avverte
fin dall’inizio che si tratta di una favola, aiutata, in questo,
da una serie di voli radenti della macchina da presa sui personaggi,
dall’alto in basso, di campi e controcampi rapidi ma molto puliti,
di alterazioni temporali del montaggio e di alcune inquadrature
all’aperto che trasformano le case in luoghi antichi, che subissano
suggestivamente i personaggi. Tratta dall’omonimo romanzo della
scrittrice inglese Joanne Harris, la favola proposta da Hallström
–il regista di La mia vita a quattro zampe (1985) e Le
regole della casa del sidro (2000)– anziché avere la
tipica ambientazione ottocentesca, ne propone una del secondo dopoguerra,
e in qualche misura ci dice che siamo ormai giunti, nel nuovo millennio,
in un’era idealmente diversa dal secolo scorso. Molti di noi, infatti,
negli anni cinquanta non erano nati o erano dei bambini; inoltre
l’idea stessa di villaggio si è andata sgretolando. Il villaggio
è, se si vuole, l’ultima roccaforte di un’era superata, e,
visto secondo un’angolazione storicamente più ampia, di un’Europa
che cambia, di un mondo che dopo secoli di colonialismo si trova
a doversi misurare con il proprio presente "invaso". |
| La favola evita
di raccontare la storia del Bene contro il Male, ma si incentra
piuttosto sul tema dell’invasore e dell’invaso, attraverso un meccanismo
di presentazione della protagonista e dell’antagonista che ne rivela
le motivazioni, scongiurando una differenziazione fra buoni e cattivi.
Poco a poco il film scava nei drammi locali, che, a ben vedere,
sono fatti di piccole cose, ingigantite dalla mentalità ristretta
(fatta di punti di vista ristretti) dei paesani. Le unità
di misura dei valori sono il benessere e il disagio, l’allegria
e la tristezza. L’idea di fondo della favola appare particolarmente
felice. In genere la tipica lotta fra il Bene e il Male, specialmente
quando c’è di mezzo la religione, viene proposta attraverso
storie d’adulterio, o storie d’amore contrastate. Ma le storie d’adulterio
e d’amore, per quanto candidamente raccontate, finiscono per coinvolgere,
secondo la prassi narrativa, soltanto una frangia di persone ristrette
(generalmente giovani), relegando gli altri personaggi alla funzione
più o meno larvale di figure marginali. L’impiego un po’
naïf del cioccolato è, invece, un simpatico
espediente per far sì che tutti i personaggi del film, i
bambini come gli anziani, siano combattuti fra la precettistica
del sindaco e le attrattive proposte dalla donna. Nel film assistiamo
così all’intero coinvolgimento dei personaggi e al conseguente
stravolgimento delle loro vite. |

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Si nota, comunque,
già nei due antagonisti del film, l’opposizione fra due figure
classiche dello scontro: l’uomo e la donna, il prete e la strega.
La difficoltà, qui, è che, essendo negli anni cinquanta,
diventa impraticabile per il sindaco far passare Vianne per una
strega, e la fa così passare per una donna non per bene,
evidenziando ai paesani che ha una figlia senza avere avuto un marito.
Di contro, c’è sempre qualcuno che gli chiede quando tornerà
la moglie dal viaggio a Venezia. Un altro elemento di spostamento
rispetto alla situazione classica, è che il nobile deve rimpiazzare
la figura del prete, scrivendogli i sermoni e suggerendogli il da
farsi.
Se i tempi sono cambiati per il sindaco, lo sono però anche
per la donna: sua figlia non ha desiderio di fare la girovaga secondo
la tradizione che Vianne ha ereditato dalla madre, sente invece
il bisogno di farsi dei compagni di gioco in un posto e mantenerli,
il che provoca un conflitto fra madre e figlia, che alla sensibilità
di Vianne, così brava nel capire le esigenze degli altri,
non può sfuggire, al punto che avverte una sorta di turbamento
riguardo alle ricadute del proprio credo girovago sulla bambina. |
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Il conflitto fra Vianne e il sindaco è anche un conflitto
classico fra il Cristianesimo e le culture colonizzate. Qui l’ecumene
della buona novella viene ribaltata: l’America del Sud, attraverso
la viandante, esporta la propria ricetta afrodisiaca nel mondo,
mentre l’europeo (il sindaco) è immobile nel proprio luogo,
nella vita tranquilla della tranquillité. È
un fenomeno postcoloniale tipico del Novecento, con gli artisti
e letterati occidentali che hanno attinto dalle più varie
culture, dal Giappone alla Cina, dall’India al Nord Africa, all’America
del Sud (una delle zone, questa, di maggiore immigrazione dall’Europa).
La cultura laica, dopo i secoli delle invasioni e dei riti cristiani
imposti, anche in forme cruente, ai colonizzati, segue ora una
tendenza opposta, di maggiore apertura all’esotico, dopo l’inaridimento
culturale che l’ortodossia inevitabilmente produce nell’autodefinizione
di sé quale portatrice di una conoscenza del mondo interiore
che, di fatto, è ancora tutta da conseguire. Nel film si
assiste a questo fenomeno, e ne emerge un cristianesimo incerto,
in apparente difficoltà: che, però, fagocita tutto,
anche le nuove istanze (nel film: il cioccolato).
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Ogni favola racconta un mondo che non c’è, che non c’è
mai stato (o semplicemente che non c’è più). Nel
film, la favola porta con sé un trascinamento della nostalgia,
di un qualcosa che, perché è passato, sembra perfetto.
Chocolat trascina con semplicità la favola nella
realtà, l’ideale (quello sacro e quello profano) in uno
stato delle cose che ne ostacola la prosecuzione, fino a negarla.
L’ideale si sgretola sotto i colpi delle necessità. La
lotta intorno al cioccolato è raccontata in modo poetico
ed esilarante, con un tono disincantato e affettuoso che assorbe
bene, fino a mitigarle, le scene più drammatiche del film.
La metafisica del cioccolato diventa anche il pretesto per parlare
del peccato e dell’anima degli animali. In fondo, ciò che
è messo in evidenza è il controsenso delle logiche
in via di dissoluzione, che non reggono proprio più, come
è quella del sindaco o del giovane prete; figura, quest’ultima,
che predica senza sapere cosa stia predicando, depositario di
un pensiero che non ha più una filosofia: e non è
un caso se la sua predica finale è la conseguenza di un
mutamento d’opinione da parte del pensatore locale, il sindaco.
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Ad accrescere la gamma delle differenze c’è l’innesto
dei nomadi e l’opposizione, nei limiti della legalità,
al loro stanziamento in paese: qui si avverte che la tradizione
nomade di Vianne e quella di Roux (Johnny Depp) non coincidono,
e si introduce un motivo di attrazione e di sfida amorosa fra
i due. La lotta spietata del sindaco contro i nomadi si traduce
in una serie di volantini razzisti sparsi in paese, che non hanno
intenzione di produrre una violenza fisica, ma un allontanamento
degli "invasori" stanziatisi sulle rive del fiume con le loro
barche.
Qui viene rappresentato anche il rapporto fra un’idea originaria
di opposizione e un’idea rielaborata: dall’opposizione non violenta
del sindaco all’opposizione violenta dei suoi sostenitori. L’innesto
del nomadismo serve anche per meglio caratterizzare la protagonista,
che si trova ora a vivere con due tipi di collettività
(quella paesana e quella nomade) che le sono entrambe estranee.
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Cinematograficamente, il film è ben costruito sotto tutti
gli aspetti fondamentali: casting, interpretazione, fotografia,
costumi, scenografia, musica e montaggio. La somiglianza fra la
madre e la figlia è particolarmente felice, mentre la costruzione
del personaggio interpretato da Johnny Depp, che aveva già
lavorato con Hallström in Buon compleanno Mr. Grape
(1994), è distante da tutti gli altri personaggi: vi è
una sorta di distacco di Roux ottenuto attraverso l’innesto di
un tipo estratto da altri generi cinematografici e attraverso
l’eccessiva tenuta in campo e a fuoco dell'attore, anche quando
è in secondo piano, al punto da apparire, rispetto agli
altri, un personaggio "esibito". Inoltre, il personaggio, con
le sue pose da star e la sua figura pulitina, per nulla trasandata,
senza un macchia, è reso improbabile, eterotopico, in contrasto
anche con il fatto di avere delle doti manuali. Questa stonatura
appare la scelta peggiore della regia, piuttosto che un limite
dell’attore di Dead Man, che sa inscenare alcune delle
sequenze drammatiche più significative di Chocolat.
Alcune motivazioni dei personaggi non giustificate nel film ne
rendono un po’ affrettato il finale, specialmente riguardo ai
personaggi interpretati da Carrie-Anne Moss (brava qui nel calarsi
nei panni della bella mamma antipaticamente bacchettona e amorevolmente
severa, dopo le avventurose scorribande futuristiche di Matrix:
regge il ruolo alla perfezione), e da Johnny Depp, freak alla
Dolce & Gabbana dall’inizio alla fine.
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Il film di Hallström mi pare, nel complesso, molto ben riuscito:
sa essere comico e drammatico, con tante punte di poesia, e ben
contenuto nella dimensione della favola, senza ricorrere a trovate
ad effetto che ne sfilaccino il filo di refe che attraversa la
storia. I moventi degli altri personaggi sono ottimamente rappresentati.
Può forse deludere la mancanza di tensione, ma il film
è sul genere delle grandi storie dei buoni sentimenti degli
anni cinquanta, senza rinunciare a toccare tematiche attuali:
dall’alterità al razzismo, dalla fede alla passione, fra
incanto, tradizione e il sopraggiungere apoetico della realtà
storica che ospita l’avventura dei personaggi.
Nicola D'Ugo
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this article was first published in April 2001
in Notizie
in
Controluce
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l'articolo è stato pubblicato per la prima volta nell'aprile
del 2001
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Controluce con il titolo "Chocolat"
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