| Grazie per la cioccolata di Claude Chabrol |
La storia raccontata
da Claude Chabrol nel suo ultimo film, Grazie
per la cioccolata (Merci
Pour le Chocolat), affronta il tema della procreazione e
degli scenari mentali che gli individui si fanno a partire dalla
propria idea di genitore e figlio.
Mika Muller, magistralmente interpretata da Isabelle Huppert, è
un’industriale della cioccolata che ha appena perso il padre, fondatore
dell’azienda. Otto anni prima aveva ucciso la sua migliore amica,
Lisbeth, e ora ne risposa il marito, André Polonski (Jacques
Dutronc), un celebre pianista.
Chabrol, in sintonia con la sua secchezza espositiva, non perde
tempo nel farci entrare nel meccanismo delle relazioni fra i personaggi,
tenendoci volutamente un po’ fuori, senza coinvolgimento, come se
partecipassimo da estranei a una festa di matrimonio, obbligandoci
ad apprendere dai discorsi degli invitati chi sono gli sposi. Ogni
battuta ha una sua finalità, senza orpelli. Una sola battuta
ci dice che Mika e André sono famosi al punto da interessare
la stampa (André chiama per nome la giornalista). Si erano
già sposati vent’anni prima. Lui ha un figlio diciottenne,
Guillaume (Rodolphe Pauly), avuto da Lisbeth. |

|
|

|
Già qui
emerge la figura della moglie morta: una donna attiva, creativa,
frizzante, piena di energia, amata da tutti. Mika la venera e ne
tiene vivo il ricordo. Per tutti, Lisbeth è morta in seguito
a uno strano incidente stradale: andata a comprare il sonnifero
di cui André ha sempre bisogno, si era addormentata alla
guida dell’auto sulla panoramica; l’autopsia aveva riscontrato nel
suo corpo tracce di alcool e barbiturici, nonostante lei non ne
facesse uso.
Ogni sera Mika prepara la sua cioccolata a Guillaume, un ragazzo
inebetito, dai riflessi lenti, irrisoluto, depresso. Una famiglia
famosa, ricca, stimata e piuttosto deprimente: Mika sembra una mammina;
André ha sempre la testa sul pianoforte a cercare di raffinare
i passaggi dei grandi compositori; Guillaume armeggia giochini elettronici,
senza una prospettiva: in nessun senso. |
Ma Jeanne Pollet
(Anna Mouglalis) è una ragazza piena di vitalità.
Anche lei ha diciott’anni ed è fidanzata con il figlio di
un’amica della madre, che lo ha anche assunto nella sua clinica
di medicina legale. Di ritorno da una partita a tennis, Jeanne e
il ragazzo raggiungono le madri che parlano del pianista, dopo aver
letto sul giornale del suo matrimonio. Lo chiamano l’uomo della
clinica. Jeanne si incuriosisce al punto che la madre del fidanzato
le rivela che André Polonski l’aveva scambiata per la figlia
il giorno in cui era nata. Poi il padre di Jeanne aveva riparato
all’errore commesso dall’infermiera nel mostrare il neonato, e del
resto la moglie del pianista aveva avuto un maschietto anziché
una femminuccia: tutto a posto quindi, secondo la madre. Jeanne
resta male del fatto che la madre non gliel’abbia mai detto, la
madre resta male che l’amica lo abbia fatto, nonostante dica che
si trattava di un episodio di tanti anni prima, privo di importanza.
Per Jeanne, che studia pianoforte ed è appassionata di Polonski,
la rivelazione occupa tutti i suoi pensieri.
|

|
|

|
Fa visita a casa
di André Polonski e mette in crisi le due famiglie: si presenta
come sua figlia, scopre che Mika somministra del sonnifero nel cioccolato
di Guillaume, accende la curiosità e l’entusiasmo assopito
di André che la trova simile a Lisbeth, incuriosisce Mika
che pensa la stessa cosa, mette in apprensione Guillaume. Non ci
troviamo in un film di Pedro Almodóvar, ma di Claude Chabrol,
e non ci troviamo in Francia ma in Svizzera, paese neutrale, sociale,
finanziario e industriale, in cui tutto è regolato e pacifico,
in cui i ritmi sono scanditi, più che con l’orologio, con
il contagocce, in cui la blandizie borghese acquieta tutto. I rituali
sociali sono sinteticamente descritti dal regista, approfittando
della giusta ambientazione per far svolgere i dialoghi: un matrimonio
senza passione, una mostra di fotografia commemorativa di Lisbeth
sovvenzionata da Mika, l’attesa delle due madri in carriera che
aspettano i figli a un bar; vita domestica più monotona che
tranquilla, con colleghi che vengono a cena; giornate lavorative
in ufficio o in clinica. Né l’arte, né la natura,
né la passione amorosa scuotono il torpore dei personaggi.
La preoccupazione viene assorbita, piuttosto che sfogata. |
|
Così, anziché scenate e accese proteste,
l’ospite inattesa viene ricevuta con cordialità, mentre
tutto un meccanismo della perdita viene messo in moto: Mika vede
la possibilità di perdere la famiglia; Guillaume il padre;
la madre di Jeanne (Brigitte Catillon) la propria figlia. Chi
non si vede perdere niente sono André, Jeanne e il suo
fidanzato, che ha un ruolo marginale solo in apparenza, essendo
fondamentale nell’economia espressiva di Chabrol: come dimostra
la sua regia sempre essenziale, per cui nessun dettaglio è
messo lì per caso, non si indulge in alcun modo all’erotismo.
Non è una questione d’amore sensuale quello messo in scena,
ma un’altra questione, e per questo Chabrol, nella sequenza in
cui Jeanne è a letto con il fidanzato e gira per la stanza,
non esibisce il corpo dell’attrice, né inserisce battute
o sguardi di gelosia da parte del ragazzo. La macchina da presa
che si introduce nelle camere da letto già ci avverte che
il desiderio dei personaggi e il loro dramma non è in nessun
modo amoroso: André Polonski che mette il braccio sulla
spalla della ragazza può anche sentire ravvivarsi il passato
del perduto amore per Lisbeth, ma tratta e guarda Jeanne essenzialmente
come la figlia che avrebbe voluto avere e che non ha mai avuto.
Nonostante l’evidente sensualità di Jeanne, Mika non la
vede come antagonista erotica (Chabrol lo segnale inquadrando
Mika di spalle che tesse senza mai voltarsi verso Jeanne e André,
poiché non è interessata alla relazione dei corpi).
Nel rapporto matrimoniale fra Mika e André il sesso non
ha alcuna importanza. Cos’è allora il sesso, così
fondamentale nel film? Jeanne va a letto con il fidanzato, che
l’aiuta quando le occorre: non c’è alcuna crisi fra i due
dopo la visita a Polonski (le manca di più perché
lei è più impegnata, ma i due se la intendono bene).
Non c’è alcuna crisi fra Mika e André dopo la visita
di Jeanne. Guillaume non è interessato sessualmente alla
sua bella coetanea. La madre di Jeanne non ha storie passionali
(con l’amica non parlano di uomini, ma dei figli). In nulla il
sesso è avvertito come passione dai personaggi in crisi.
In apparenza è invece fondamentale la procreazione, l’essere
padre, madre, figlio o figlia di uno anziché di un altro
personaggio. Di fatto, Mika va a conoscere la signora Pollet per
sapere se Jeanne può essere la figlia del marito. L’appuntamento
è annunciato dal nervosismo della madre di Jeanne. Già
qui si sarebbe portati a credere che Mika voglia saperlo per eliminarla,
ma Chabrol non dice questo. Il regista francese sta descrivendo
la messa in crisi della famiglia: il dramma non è solo
quello dell’assassina, che egli predilige come personaggio principale
dei suoi lungometraggi, ma della madre di Jeanne e del figlio
di André. E se la vita non è fatta solo di genitori
genetici, non è fatta neppure solo di genitori adottivi.
|

|
|

|
Rispetto alla questione dell’esser figli genetici o adottivi,
di derivazione naturale o di derivazione ambientale, Chabrol
indica un terzo modo: essere figli e genitori elettivi, scegliersi
la famiglia e le persone con cui condividere qualcosa che sorge
da dentro, che si è fatto cultura individuale attraverso
dei percorsi che i figli non condividono con i genitori. Di
fronte alla possibilità di perdere la figlia, la madre
di Jeanne arriverà a farle perdere il padre: le dichiarerà
che neppure il padre che aveva avuto era il suo vero padre,
ma che la ragazza è stata concepita con il seme di un
donatore anonimo. La madre esperta di chimica che dice a Mika
di non aver mai avuto la curiosità di verificare che
la figlia fosse sua, di fronte alla figura di un nuovo possibile
padre cancella totalmente la possibilità di verificare
se il suo sangue coincida con quello di un padre che non si
saprà chi sia stato. Inventare un padre in questo modo,
è togliere la possibilità di ogni verifica, ma
anzitutto mettere da parte l’ipotesi che il suo sangue non coincida
con quello del padre morto, poiché se lui non fosse il
padre, lei non sarebbe la madre. Non comprende però che
Jeanne non cerca un papà, ma una figura che è
già in linea con la sua passione per la musica. Ed è
questa vitalità che più di ogni altra cosa preoccupa
Mika Muller.
|
L’assassina fa di tutto perché Jeanne le stia dentro
casa e all’interno della famiglia. Il sonnifero che amministra
di nascosto a Guillaume, mettendoglielo nella cioccolata, non
siamo autorizzati, fino a questo punto, a ritenerlo un tentativo
di omicidio, nonostante sia evidentemente nocivo al ragazzo.
Di fatto, non si avverte alcun movente: il fatto che sia ormai
diciottenne non è neppure un movente, visto il suo completo
assoggettamento a Mika: la conosce da sempre e non la considera
una "matrigna", ma piuttosto una mamma d’adozione. Così,
Guillaume è inebetito dai sonniferi che non sa di ingerire,
mentre André non può farne a meno. Mika sta tenendo
tutti in un torpore, nel timore di perdere qualcosa che poco
a poco emergerà nella storia, ma che i suoi comportamenti
già ci anticipano, prima che sia lei a rivelarlo a Jeanne:
l’imprenditrice non è figlia dei suoi genitori, fu presa
da un orfanotrofio. Ragazza senza qualità, non si sentiva
amata dalla madre, non si sentiva accettata e amata nella famiglia.
Morto il padre, si risposa. La donna che seguiamo nel film,
e di cui si avverte sempre una cattiveria di fondo, larvale,
un’insidia mortale, viene fatta emergere poco a poco nelle sue
ragioni. Chabrol la scruta con la sua macchina da presa, la
cerca continuamente per farci osservare le sue reazioni a tutto.
Se da un lato è una donna pericolosa, un’assassina, dall’altro
il pericolo mortale viene via via circoscritto a un ambiente
ristretto: la famiglia. L’assassina è, ancora una volta,
la vittima della propria condizione interiore, del sentimento
della propria mediocrità, in questo caso agganciato al
proprio passato familiare. Secondo il suo modo di procedere,
il sonnifero può avere due effetti diversi su persone
caratterialmente diverse, a seconda se si è dipendenti
e strettamente legati alla casa, se si accetta la propria lentezza,
la propria blandizie, oppure se non lo si è e si cercano
cose eccezionali, come andare a cento all’ora sulla panoramica
(l’immagine del lago che pare un mare, sembra strettamente in
relazione con il doppio senso della fuga, del viaggio, dell’avventura,
e quello della chiusura, della quiete, del radicamento ambientale:
Lisbeth muore non in un qualsiasi punto, ma sulla panoramica
a strapiombo sul lago). Tutto deve restare così com’è,
l’agitazione deve rappacificarsi, poiché Mika soffre
l’inquietudine della perdita affettiva, è buona con tutti,
accetta tutti, ed è completamente irrigidita a ogni passione,
come confesserà lei stessa al marito.
|

|
|

|
La messa in scena dell’ordine è resa per tutto il film
attraverso una serie di coreografie degli attori, che si dispongono
nell’inquadratura e si muovono secondo disposizioni prestabilite:
per es., in una sequenza di nessun rilievo narrativo, Mika,
la signora Pollet e la segretaria sono disposte su un solo piano
che copre tutta l’inquadratura, e appena una si muove da destra
a sinistra lo spazio vuoto viene momentaneamente riempito dal
passaggio di un infermiere con il vassoio). Anche il gioco di
spalle e specchi è più complicato di quanto pensi
Jeanne: lei crede di aver sorpreso, attraverso lo specchio,
Mika versare apposta la cioccolata per terra, ma come poteva
sapere Mika che Jeanne le dava le spalle se erano entrambe voltate?
Il dare le spalle a Mika, anziché guardarsi le proprie,
è un elemento ricorrente del film. Più probabile
che, conoscendo la casa, volesse mettere alla "prova" l’abilità
di Jeanne, come lei stessa si è espressa con il marito
dopo che Jeanne è andata via.
|
|
Mika, secondo la sua ottica, non uccide in senso proprio, ma
lascia morire. Che Jeanne stia lì dentro casa con il marito,
anche con la porta chiusa, non le mette inquietudine. Basta che
ci resti. Quello che non le piace sono le iniziative, come il
vecchio consigliere d’amministrazione che vuole apportare modifiche
nei bilanci dell’azienda proponendo produzioni innovative. La
mediocrità che avverte dentro di sé vorrebbe fosse
estesa agli altri, che ci fosse una pacificazione di tutto, nella
blandizie. Quello che desidera è poter dare per ridare:
non poter dare una volta soltanto. E quando Jeanne la sostituisce
per prendere i sonniferi che Mika non aveva acquistato, l’evento
è, appunto, una sostituzione, un rimpiazzare, un annullare
l’unicità del proprio ruolo familiare, un cominciare a
scalzare: poco prima le aveva lasciato lavare i piatti, occupazione
però più tipica della domestica. E il dramma si
compie in poco tempo, l’iniziativa tradisce Jeanne, così
sicura di sé: la ragazza, ripiegando sul caffè per
evitare la cioccolata, non ha evitato di ingerire il sonnifero
e si va a schiantare ad alta velocità contro un muro insieme
a Guillaume, che Mika aveva cercato di risparmiare ferendogli
un piede con l’acqua bollente.
|

|
|

|
Ad André, che pare svegliarsi dal torpore solo quando
gli manca il sonnifero, la sera in cui Jeanne è uscita
in auto richiama alla mente quell’altra sera in cui morì
Lisbeth e in cui Mika, come in questa, lavava le tazzine sporche.
Finalmente si agita, chiama la madre di Jeanne perché
telefoni alla figlia sul cellulare, ma è troppo tardi.
L’auto si è già schiantata. Mika gli confessa
il primo omicidio, e André è dispiaciuto, ma non
la biasima. Poco dopo, arriverà la telefonata che lo
avverte che i ragazzi e la madre sono in questura, completamente
illesi.
Ma André torna a suonare: ora di nuovo quieto, come se
nulla fosse successo. A Chabrol qui non interessa chiudere,
come in altri film, con l’arresto dell’omicida. Gli elementi
oggettivi, per incastrarla, hanno evidentemente bisogno della
testimonianza di Guillaume e André, che non pare neppure
tenerci: entrambi, dopotutto, hanno bisogno di Mika, le tazzine
sono lavate, la situazione, in questi termini, resta piuttosto
vaga per gli inquirenti. Chabrol, così puntuale, lascia
un dubbio, poiché è interessato a raccontarci
altro.
|
Mai come in questo film Chabrol racconta la pietà per
l’assassina. Lo fa in una maniera del tutto particolare, con
la sequenza più bella di tutto il film, un lunghissimo
silenzioso pianto in cui Isabelle Huppert dimostra le sue straordinarie
doti di interpretative. Questa scena, senza tagli e montaggio,
ci dice che l’omicida è abbandonata a se stessa e nessuno
si cura di lei, è relegata, nella chiusura dei titoli
di coda, all’essere fuori della storia che ci interessa, e che
quindi allo spettatore non interessa granché, ma interessa
al regista; forse Mika sentiva la propria infelicità
anche nel matrimonio, era stanca e si dava un tempo perché
tutto finisse (da qui il dubbio se l’interruzione della somministrazione
del sonnifero al figliastro fosse un’interruzione di omicidio
o meno, di qui l’idea che essere vista da Jeanne mentre versava
apposta la cioccolata per terra fosse un’ennesima "prova" –come
lei stessa diceva– dell’abilità della ragazza, e della
possibilità che fosse la figlia dell’amica); che ci sono
persone, come Mika, che non desiderano altro che di poter rinascere,
incapaci come sono di essere felici uscendo dai meccanismi caratteriali
formatisi nell’infanzia e nell’adolescenza.
|

|
|

|
Infatti, la descrizione finale del dolore dell’assassina assume
quattro forme: da un lato dello schermo scendono i titoli di
coda sulla storia finita, dall’altro l’Huppert continua a recitare;
Mika depone la sciarpa che come Penelope ha finito ora di tessere;
piange un pianto delicato, lento, con lunghi fiotti di lacrime
che le venano a intermittenza il viso; si accovaccia sul divano
e resta lì, fino a chiudersi completamente come un feto
(emblema massimo dell’innocenza).
Lisbeth, la "donna vera" (come dice a Jeanne), che ha ucciso
e che ammira, non desiderava che morisse. Lei stessa ne ha subito
la perdita e continua incessantemente a pensarla. E si sente
cattiva, tremendamente cattiva. E non sa che farci. Lei stessa
vorrebbe rinascere, in un altro grembo, in un’altra famiglia.
Ma non sa che significa essere figlia elettiva.
Nicola D'Ugo
Versione
per la
stampa (in PDF)
|
|
this article was first published in November
2000 in Notizie
in
Controluce
with the title "Grazie per la cioccolata" (Merci Pour
la Chocolat)
l'articolo è stato pubblicato per la prima volta nel novembre
del 2000
su Notizie
in
Controluce con il titolo "Grazie per la cioccolata"
|
|