| Lezioni di vita in contatto secondo Almodóvar |
Tutto
su mia madre di Pedro
Almodóvar è un film drammatico. In qualche misura
è un film dedicato alle mamme. E si tratta di un ottimo film.
A parte queste considerazioni esteriori, il film è crudo,
anche sfigato, nella misura in cui su due possibilità, una
d’esito positivo e l’altra d’esito negativo, ai personaggi capita
sempre il peggio. Il meccanismo ha bisogno di una tecnica che sorregga
la trama che, messa a nudo, si rivelerebbe tediosa. La fotografia
e la ritmica, l’esito felice di alcune caratterizzazioni dei personaggi
permettono di mantenere nello spettatore un livello d’attenzione
al film senza il quale sarebbe un vero fallimento. Da questo punto
di vista, il film è arditamente ben riuscito: ha una minore
ampiezza visiva di Short Cuts (America Oggi) di Robert
Altman, ma una migliore linearità e fruibilità. Entrambi
raccontano i luoghi di tangenza degli uomini della società
frammentata e anestetizzata dai propri circuiti, dalle nicchie e
dai tragitti di formica che ci stanno sopraffacendo nella nostra
stupidità.
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Lo sgretolamento
dei legami familiari e le atipiche relazioni amorose costituiscono
il tema portante di un’ambientazione sociale che ben rappresenta,
se si vuole in sintesi, quello che pare avvenire nelle nostre famiglie.
Contro questo sgretolamento, ci dice Almodóvar, c’è
poco da ricorrere alla tradizione: occorre rileggere uno scenario
mutato. Pure, negli uomini, ci sono gli stessi moti d’animo, gli
stessi attaccamenti e gli stessi amori della famiglia tradizionale.
Egli, come autore, non rappresenta una farsa, ma una situazione
atipica che si dimostra in tutti i suoi tratti essenzialmente realistica,
e il cui messaggio di fondo è: «C’è poco da scherzare.» |
Il titolo del film
è tratto da All About Eve, un classico della cinematografia
americana (in italiano: Eva contro Eva). Da quel «Tutto su
Eva» dell’originale il figlio di Manuela, la protagonista, decide
di scrivere Tutto su mia madre. Egli non ha mai conosciuto
il padre e vorrebbe riempire quella parte della vicenda materna
che gli è oscura con ciò che lo riguarda: il padre.
Ma viene investito da una macchina e muore clinicamente poco prima
di poterlo sapere. Manuela, infermiera in un reparto di terapia
intensiva, dona gli organi del figlio.
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A questo punto
tutto sembra proseguire in avanti, come nell’automatismo di chi
è sopraffatto dallo scorrere della vita e dai suoi nuovi
scenari (per esempio, la donazione d’organi). Manuela quindi scopre
chi è il beneficiario degli organi e lo segue. Ma è
una mossa falsa, capace di accentuarle lo stato di sofferenza in
cui versa. La vita forse occorre che vada a ritroso per essere più
vicini a se stessi. Manuela abbandona l’allontanamento dal passato
che aveva perseguito per diciassette anni fuggendo con in grembo
il figlio all’insaputa del vero padre, e va alla ricerca di quest’ultimo.
La protagonista dà un taglio al proprio lavoro di infermiera
e alla città in cui vive, ritrovando in sé e non nella
quotidianità del lavoro e dei suoi meccanismi lo stimolo
per portare avanti la propria vita.
Chi è il vero padre di Estefan? Poco a poco scopriremo che
è un transessuale di nome Lola, il quale è irreperibile
ma che, nel frattempo, ha ingravidato una suora, Rosa, e le ha attaccato
l’Aids. Il ciclo dellla maternità continua, ma in modo intrecciato
ora, fra simulazioni e dissimulazioni che l’ambiente della prostituzione
transessuale rende connaturato per cultura.
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Abbiamo ora una suora ingravidata da un transessuale
che ha contratto l’Aids. La vita è davvero strana a volte,
e la situazione realistica. Almodóvar non fa leva su
questa atipicità. La tratta invece come se si trattasse
di una vicenda qualsiasi, con una ritmica appena più
serrata di certa Nouvelle Vague. Il pregio sta nella
concisione delle scene del film, che puntano meno l’attenzione
su certi ambienti tipici dei suoi primi lavori o, cercando nella
cinematografia nostrana più garbata, nel Monicelli di
Caro Michele o Speriamo che sia femmina, in cui
si indulge a una più forte caratterizzazione delle diversità
d’estrazione sociale dei personaggi. Qui, invece, è come
se i personaggi si incontrassero senza stridore, là dove
l’umano li accomuna, dove il femminile e l’amore li rende comprensivi
gli uni degli altri. Ed è questo contrappasso d’amore
nella tragedia, di perdita nel dolore che tiene sempre più
uniti personaggi la cui biografia è tutt’altro che simile:
l’attrice di successo lesbica e attempata, l’attricetta viziata,
tossicodipendente e lesbica, la transessuale ex prostituta,
l’infermiera ex madre, la suora che aiuta prostitute e tossicodipendenti
e il cui padre malato non sa riconoscerla, la madre borghese
che scopre che il proprio nipote è stato concepito da
un transessuale, il transessuale che si scopre padre di un figlio
e gli viene rivelato d’essere stato padre di un altro figlio
ormai morto. Vita e morte si incontrano in un cimitero. Lola,
il padre di due Estefan (uno morto e l’altro appena nato), è
malato di Aids e sa il suo destino.
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A questo si aggiunga un altro intreccio della simulazione:
il teatro. Un teatro, per giunta, sulla donna e sulla maternità,
qual è Un tram che si chiama desiderio di Tennesse
Williams. Quasi che la vita reale sia più fantasiosa
dell’arte, le attrici dissimulano e simulano molto peggio delle
transessuali, e spesso si fanno irretire e divertire dalle loro
bugie. La teatralità e il travestitismo transessuale
si coniugano con un’attenzione, una sensibilità e un
affetto verso le amicizie al punto da diventare una lezione
di vita per chi ha ormai sgretolato in sé il senso di
disponibilità e solidarietà verso gli altri, anche
i propri familiari.
Il film è ricco di citazioni da film e drammi teatrali,
in una maniera che appare agevole a chi non ne conosca le fonti,
ma discretamente suggestiva di riflessioni ulteriori per chi
conosca gli originali.
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Rifuggendo dalle situazioni smaccatamente grottesche, Pedro
Almodóvar ci regala un film dolorosissimo, in cui, come
nella vita reale, si indulge a ilarità e scherzi, senza
perdere il filo conduttore della vicenda. Con brevità
scenica riesce a evidenziare le contraddizioni che spesso ci
inducono a credere che una persona sia viva solo perché
è presente. Il padre di suor Rosa che non la riconosce
e le chiede quanti anni ha e quanto è alta in poche inquadrature
dà la dimensione di come spesso la perdita riguarda anche
i vivi.
Un ottimo film per meditare su noi stessi e i nostri rapporti
con gli altri, nella misura in cui sono diventati sempre più
distaccati, quasi evanescenti, presi come siamo dai nostri automatismi
quotidiani, dalle nostre urgenze, dai nostri interessi, di cui
non sappiamo più neppure l’origine.
Nicola D'Ugo
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this article was first published in October
1999 in Notizie
in
Controluce
with the title "Lezioni di vita in contatto secondo Almodóvar"
(Lessons of Contact-Keeping Life According To Almodóvar)
l'articolo è stato pubblicato per la prima volta nell'ottobre
del 1999
su Notizie
in
Controluce con il titolo "Lezioni di vita in
contatto secondo Almodóvar"
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