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La versione di Girotondo (tit.
or. Reigen, 1900) di Arthur Schnitzler, messa in scena da
Pietro Carriglio in questi giorni al Teatro Eliseo di Roma, si
presenta adorna, fin dal sipario ancora calato, di una veste
klimtiana. Le betulle di Gustav Klimt, che velano la scena,
affiorando e svanendo per l’intera rappresentazione,
suggeriscono la doppia natura austro-ungarica di diletto e
riservatezza, racchiudendo in un muro permeabile di tronchi
verticali l’improvvisa lucentezza che macchia di chiarore il
centro del dipinto: gioia, ma riservata, attornata da un
ammiccante separé arboreo, che nega accesso allo sguardo, ma non
all’intrusione della carne. Gioia dei sensi e riservatezza,
ossia quella mediocrità tutta particolare della Vienna di
inizio Novecento, della cui pelle culturale ci restano le
indimenticabili pagine de La marcia di Radetzky di Joseph
Roth.
L’accostamento di Schnitzler e Klimt, due autori coevi,
caratterizza questa versione di Girotondo. Il Klimt
pseudo-paesaggista, qui scelto come leitmotiv scenografico,
pulsa di una passionalità vitale, di pura energia, apparentemente
conchiuso in una razionalità degli spazi; se non fosse che la
passione, venendo prima e dopo ogni regolazione cosciente
dell’uomo, ingloba la razionalità stessa, implodendo. In Klimt
la vita è memoria di colori, non di linee. In termini classici,
la scena rappresentata da Klimt è un’incessante sottomissione
dell’apollineo al dionisiaco (e questo vale anche per
Schnitzler). L’uso che si fa di Klimt in questa versione di
Pietro Carriglio è decorativa, retaggio della nostra produzione
di massa: oggetti floreali che conferiscono cromatismo a una scena
del resto scabra. La scelta è rischiosa, anche se va
indubbiamente incontro a un tentativo di rendere meno vieta
l’ambientazione viennese del dramma schnitzleriano, privandolo
dell’aura di più di un secolo fa. Eppure, per far questo, non
sarebbero mancati esperiti espedienti: si sarebbe potuta
utilizzare l’ambientazione anacronistica e contemporanea dell’Edoardo
II di Derek Jarman; o insaporire il dramma di un colorito
locale, come nel film La Ronde di Max Ophüls, versione
francofona di Girotondo, così ricca di gastronomia e
impressionismo pittorico.
Omettendo la mobilia che Schnitzler aveva indicato nel testo,
vengono meno i lunghi preparativi del Giovane signore (che fanno
da chiave psicologica), ma anche la critica sociale del dramma:
che è stato oggetto di due censure (a Vienna e Berlino); un
processo alla compagnia berlinese nell’anno della sua prima
rappresentazione nel 1921; campagne e violenze antiebraiche. Le
coppie che si succedono nei dieci quadri, con l’amante di un
quadro che, in quello successivo, amoreggia con un altro drudo
d’occasione, scalano tutta la scena sociale, dal
sottoproletariato della Prostituta all’aristocrazia del Conte.
Finché, nell’ultima scena, il Conte, dubbioso ma mai sazio
delle gioie del gentil sesso, si risveglia nell’alloggio della
Prostituta, rendendo la scalata un circolo vizioso, come il sonno
(sorella della morte) rende le donne tutte uguali, la nobile e la
sottoproletaria. Per noi, che viviamo in una società di massa
postindustriale, senza la netta divisione che separava la nobiltà
dal popolo, l’impatto di un simile dramma sulla società
viennese del tempo (abituata a folleggiare nella mediocrità,
secondo una regolamentazione di discretezza) sembra qualcosa
di lontano, se non effimero. Peccato che Carriglio, decidendo di
privarsi della caratterizzazione storica originaria, non abbia
rinfrescato il dramma con preoccupazioni nostrane. Se l’opera
teatrale è opera d’arte, dov’è lo straniamento, la
metafora agghiacciante, la suggestiva rottura con il
consuetudinario, il sentito dire, il già visto, di cui ci
avvertiva, quasi un secolo fa, Viktor Šklovskij? L’arte non
solo testimonia: provoca. E a volte testimonia solo la sua
provocazione, discrepandosi, differenziandosi. Il bello dal
brutto, il brutto dal bello.
Sotto il profilo interpretativo, in questa edizione va
assottigliandosi anche il contrasto di Eros e Thanatos, passione
amorosa e morte, cui fa da cesura il rapporto sessuale che divide
in due ogni quadro: dopo essersi attratti e amati, gli amanti si
respingono. Il che significa perdere il messaggio di Schnitzler,
se nell’opera teatrale vogliamo trovare le suggestioni di un
fine pensatore della psiche, che, come i grandi scrittori di cui
non ci stanchiamo mai abbastanza, parla con voce attuale al nostro
tempo, non solo al suo.
Purtroppo gli attori non danno il meglio di sé: occorreva
dirglielo. Troppe voci esagerate, acuti inutili, che non
conferiscono spessore ai caratteri. La scena fra la Prostituta e
il Soldato sembra la maldestra parodia di un balletto. Ci sono
eccezioni: bravi Anna Gualdo (La giovin signora), Giulio Brogi (il
Conte), Luciano Roman (il Poeta) e Liliana Paganini (l’Attrice),
che riescono a imprimere un guizzo comico alle situazioni,
mantenendo unità nella caratterizzazione del personaggio, secondo
gli stilemi della regia.
A prescindere dalle pecche artistiche dell'edizione (cui non manca
il gusto decorativo, l'amenità del garbo), lo spettacolo riesce
piacevole, divertente, basato sulla saldezza del testo
schnitzleriano. A qualcuno verrà magari voglia di leggere, il
giorno dopo, qualche novella del grande scrittore viennese, ed
entrare nella giostra d'emozioni dei suoi personaggi ordinari.
Nicola D'Ugo
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