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Moskovskij chor - Il coro di Mosca di
Ljudmila Petruševskaja
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Lo scorso 18 dicembre è andato in scena, nella bella cornice
della Sala Petrassi dell’Auditorium di Roma, Moskovskij chor
(Il coro di Mosca, 1988) di Ljudmila Petruševskaja, in
lingua russa e con sopratitoli in italiano. Il titolo della pièce
aiuta a comprendere l’elemento di ambivalenza drammatica ed
epica che fa da ordito espositivo della vicenda: la casa che costituisce
la scena del dramma, con le sue diverse dislocazioni delle stanze,
una dentro l’altra o sopra l’altra, forma una sorta di coro, per
cui, di tanto in tanto, gli attori interrompono l’azione per passare
al ruolo di cantori, con motivi che, per la maestosità
melodica che si succede all’affastellato battibecco, ironizzano
amaramente sulle misere vite dei protagonisti.
Il dramma è ambientato negli anni 1956-57 a Mosca, durante
la destalinizzazione imposta da Nikita Chruščëv
(del 1956 è il suo “discorso segreto” sui crimini di Stalin),
che portò alla riabilitazione di numerosi cittadini sovietici
sommariamente colpiti, a partire dal 1937, da condanne a morte
e deportazioni. Ciò non significò la fine delle
persecuzioni politiche, che, in modo meno efferato, continuarono
ad attuarsi nell’Unione Sovietica, nonostante la promozione, da
parte del Segretario del Pcus, del romanzo di Aleksandr Solženicyn
Una giornata di Ivan Denisovič, che nel 1962 avrebbe
denunciato, con grande ironia sposata a una gelida crudezza, la
vita inumana e socialmente inutile all’interno dei gulagy.
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Nel dramma di Petruševskaja tutta la vicenda storica, di
ampiezza internazionale oltre che nazionale, si riduce a una casa
affollata, come se il clamore dell’evento debba trovare un eco
congeniale nel microcosmo domestico di una famiglia divisa fra
persecuzioni e povertà. La casa stessa, fortunato espediente
scenografico, è un agglomerato di vani e suppellettili,
che forma, più che un coro, una sorta di juke-box, in cui
la meccanica del movimento degli inquilini è adagiata sotto
l'occhio onnicomprensivo dello spettatore. In questa casa, si
celebra il paradosso del dissidio famigliare prodotto dalla riabilitazione
degli esuli, poiché il ritorno dei parenti non si coniuga
con una adeguata ricettività alloggiativa e lavorativa.
La casa diventa, allora, attraverso l’espediente del ritorno,
il luogo cui la vastità della Russia si rivolge all’individuo,
comprimendolo nella struttura sociale che lo ospita.
Detentrici della casa sono le donne, anzitutto quelle di Saša
(interpretato da un troppo rigido Sergej Vlasov): dall’anziana
madre Lika alla moglie Èra, alla bella figlia Olja, rispettivamente
interpretate dall’agile e rampante settantenne Tat’jana Ščuko,
dalla qui teutonica e incisiva Tat’jana Rasskazova e dalla bella,
giovanissima e promettente Ekaterina Rešetnikova, brava nelle
singole interpretazioni situazionali, ma non ancora in grado di
passare armonicamente da un registro emotivo all'altro. La casa
in cui abitano rappresenta una sorta di luogo radicale dell’albero
di famiglia, al cui governo è letteralmente delegata la
donna. Di fatto, per sottrarsi alle insidie del mondo esterno,
la donna è costretta a trovarvi rifugio, come l’anziana
Lika, la sua malata sorella Neta (Irina Demič), ritornata
dalla Siberia, e la stessa Olja, che il padre Saša si rifiuta
di portare con sé nel nuovo nucleo famigliare che si è
scelto.
L’insidia per le donne viene precisata in diversi punti del dramma:
uno di questi è il resoconto drammatico, reso in registro
tragicomico da Galja (magistralmente interpretata da Elena Kalinina,
abilissima nel giustapporre i diversi registri emotivi e nel portare
alla ribalta un personaggio di secondo piano del dramma), che
narra delle molestie sessuali subite e del suo tentativo di suicidio,
contrappuntato dal resoconto in chiave comica di Lora (Ljudmila
Motornaja), una cugina di Olja. Olja stessa, come la cugina di
secondo grado Katja (Marija Nikiforova) prima di lei, resterà
incinta di un padre misterioso. Che Galja non faccia parte della
famiglia è un espediente per precisare il valore protettivo
della famiglia.
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A tenere unita la famiglia contro le tendenze centripede è
Lika, che è da subito presentata come il primo personaggio
invadente, poiché, quale vecchia madre di Saša, continua
a far parte della famiglia, interferendo nel rapporto madre-figlia
fra Èra e Olja. È lei a essersi attivata per la
riabilitazione dei parenti esiliati.
Così caratterizzata, l’invasione della casa si riallaccia,
nell’ambito del dramma moderno, al più celebre modello
di Harold Pinter, in particolare The Homecoming (Il ritorno
a casa), in cui la ripartizione degli spazi e dei ruoli domestici
viene drammaticamente destabilizzata dalla visita del sopravvenuto
figliolo. In entrambi i casi la destabilizzazione della quiete
domestica non è prodotta dal parente ritrovato, ma da un
conflitto già insito nella casa, cui il parente sopravvenuto
fa da cartina di tornasole. In Petruševskaja, comunque, si
avverte un’atmosfera meno cupa rispetto al drammatico profilarsi
del teatro pinteriano, in cui il movente dei personaggi è
sempre pervaso da un alone di mistero. Inoltre, le figure famigliari
in conflitto, con i continui battibecchi, doppi sensi e colpi
di scena, evocano, nella percezione italiana, più il teatro
di Eduardo De Filippo che non quello di Pinter, restando memore
della matrice gogoliana, non a caso evocativa, per la percezione
italiana, delle situazioni tipiche dei film di Totò.
È proprio nella variata giustapposizione dei registri che
si gioca la parte migliore della scrittura di Petruševskaja,
cui viene in soccorso la sapiente regia di Lev Dodin, assecondata
da una recitazione di attori il cui livello interpretativo è
complessivamente molto elevato. Il passaggio dalla colloquialità
alla comicità ironica e da questa a quella farsesca che
si spezza nei conati più aspramente tragici è calibrato
da una ritmica serrata, che non concede molto all’improvvisazione
del singolo attore. Le azioni degli interpreti si snocciolano
in parallelo sulla scena, per cui la scenografia della casa dalle
stanze incassate una nell’altra permette allo spettatore di seguire
le diverse situazioni senza perdere nulla di quanto accade in
scena, all’insaputa di altri personaggi. Questi quadretti ripartiti
in stanze svolgono la funzione di isolare i dialoghi e di intagliare
la cornice dei monologhi.
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La presenza della casa giunge al pubblico attraverso
diversi espedienti, a cominciare dal forte odore delle sigarette
accese in scena a quello delle pietanze cucinate, al disturbo
della cornetta del telefono lasciata staccata quasi fosse
un rumore accidentale della sala, ai fiammiferi scagliati
sul pavimento da un accesso d’ira di Saša che rimbalzano
sul pubblico in platea. Attraverso questi espedienti Dodin
sottolinea l’onnipresenza della casa, e coinvolge lo spettatore
nella sua immanente tragedia. La porta d’accesso alla casa
è ricavata dalla casa stessa, come se ciò che
entra in casa fosse già al suo interno, quale memoria,
legame sociale, politico o interpersonale. Questo aspetto
della permeabilità dello spazio domestico si ricollega
a una tematica cara alla letteratura russa, ampiamente illustrata
in romanzi come Delitto e castigo di Dostoevskij e
Mosca felice di Platonov. Che la casa sia inevitabilmente
permeabile lo segnala una battuta di Lika che, rivolgendosi
contrariata a Lënja (Vitalij Pičik) che era entrato
senza permesso, gli dice che se la porta era accostata non
significava che si dovesse entrare. Un’altra invadenza, simbolicamente
più rilevante, è quella del gendarme (Vladimir
Artëmov) che entra a interrogare Olja.
Fra le numerose interpretazioni fortunate degli attori dell'Mdt
(Akademičeskij
Malyj Dramatičeskij Teatr – Teatr Evropy: piccolo
teatro drammatico accademico – teatro d’Europa), va segnalata
la prova della protagonista Tat’jana Ščuko nel ruolo
di Lika, che riesce a giustapporre momenti drammatici a iconizzazioni
stereotipiche proprie delle macchiette in maniera convincente
e coinvolgente, suscitando nel pubblico conati di riso e sentimenti
di profonda tristezza.
Come rivisitazione del passato remoto, Il coro di Mosca
soffre forse una sorta di limite, poiché appare troppo
in linea con i dettami del potere centrale dell’era della
perestrojka, che ha prodotto sofferenze al popolo russo
non di minore entità di quelle del periodo di Nikita
Chruščëv, che il dramma sembra criticare. Sotto
questo profilo, sarebbe stata forse più interessante
una critica alla politica russa del 1988, quale atto persuasivo
o documento testimoniale di un’epoca rappresentata attraverso
le figure del linguaggio teatrale.
Nicola D'Ugo
Moskovskij Chor (Il coro di Mosca)
Autore: Ljudmila Petruševskaja
Regia: Lev Dodin
Interpreti: Tat'jana Ščuko, Sergej Vlasov,
Tat'jana Rasskazova, Ekaterina Rešetnikova,
Irina Demič, Nina Semënova, Marija Nikiforova,
Ljudmila Motornaja, Elena Kalinina, Adrian Rostovskij,
Vitalij Pičik, Natal'ja Kalinina, Vladimir Artëmov,
Lija Kuz'mina, Anatolij Kolibjanov, Vladimir Seleznëv,
Svetlana Gajtan, Michail Aleksandrov, Anna Černova
Luogo: Auditorium di Roma, Sala Petrassi
Date: 15-18 dicembre 2004
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this article was first published in March 2005
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in
Controluce
with the title "Moskovskij Chor - Il coro di Mosca di Ljudmila
Petruševskaja " (Moskovskyi Khor - The
Moscow Choir by Ludmila Petrushevskaya )
l'articolo è stato pubblicato per la prima volta nel marzo
del 2005
su Notizie
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Controluce con il titolo "Moskovskij Chor -
Il coro di Mosca di Ljudmila Petruševskaja "
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