Che senso ha oggi pregare? Basta affermare, come
fa Enzo Bianchi, curatore del volume, che la "preghiera è
anzitutto un fenomeno umano" e "proprio per questo stupisce
che ancora oggi il fatto di pregare susciti tanti sospetti",
perché si possa essere interessati alla preghiera al punto
da elevarla a statuto di "genere" letterario? Non è
forse un "fatto" essenzialmente umano anche dire le
parolacce, bestemmiare, calunniare, diffamare, vilipendere? E,
ancora, non è essenzialmente umano inventare i grandi congegni
distruttivi che hanno segnato la storia di questo secolo?
Il rapporto fra poesia e preghiera, avvertito da Enzo Bianchi
nella breve introduzione, si muove dalla distinzione fra magia
e preghiera, fra l'esercitare un potere per mezzo della parola
e il riconoscere che la "preghiera invece … in tutte le sue
forme esprime la non-disponibilità dell'esistenza, il suo
non essere immediatamente fruibile da parte dell'uomo, afferma
che la vita è al cospetto di un Altro". Ma un fine
conoscitore dei testi biblici, il canadese Northrop Frye, indicava,
proprio nella differenziazione fra poesia e magia, il carattere
di tramite del poeta fra l'universo e gli altri uomini.
Ciò che viene a mancare nella gran parte di queste poesie-preghiera
è l'apertura, lo spiraglio verso un altro che non sia l'Altro,
verso il lettore, che trova una obsoleta retorica in un gran numero
di questi componimenti, molti dei quali, trattandosi di opera
di poesia, sono effettivamente mal tradotti. I luoghi più
convincenti di questa sorta di antologia della preghiera monoteistica
cristiana, ebraica e musulmana appaiono i testi sacri delle tre
religioni fondate. Gli altri grandi luoghi di questa raccolta
di duecento e due componimenti (dall'atavicità dei testi
sacri ai giorni nostri) sono costituiti dai poeti più noti
del vasto universo letterario, come Rainer Maria Rilke, il quale,
si badi, si pone nel ruolo fryeiano dell'intermediario, di colui
che non prega per sé, ma per altri.
Dispiace non trovare più estesa la forma della preghiera,
la quale avrebbe potuto includere nella rassegna le delicate e
accorate parole di "Preghiera" di Giorgio Caproni, strette
in un pensiero da piccolo labirinto o rondò di speranza.
S'avverte poi la mancanza della grande lirica eliotiana, da Il
mercoledì delle ceneri a "Il viaggio dei Magi"
a "La coltivazione degli alberi di Natale", alle sezioni
più strettamente di "genere" dei Quattro quartetti,
che rappresenta il luogo più alto della poesia novecentesca
che si rivolga all'Altro e agli altri, insieme.
Nicola D'Ugo
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