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La letteratura ha una tendenza all’accordo: mobilitandosi dalle urgenze dell’individuo,
va a ricercare un linguaggio comune. Spesso si tratta di un’urgenza dell'autore,
di un suo umore individuale, che viene convogliato in un’azione
(lo scrivere), l’esercizio della quale evoca
nell'autore stesso, attraverso ciò che comunemente chiamiamo formazione
e sensibilità, un’espressione fatta di scenari
linguistici, di modi di dire, di luoghi interiori che subito vengono
acciuffati dall’autore nella propria mente. Questi acciuffamenti
interiori possono essere in qualche modo rispettosi di un discorso
comune, tesi a una dizione che si integri con uno scenario regolato da altri e con gli altri, che tenga conto
della propri collocazione ambientale, della tendenza della letteratura
contemporanea, assumendo una forma efficace per accedere a pieno titolo in quello che viene
chiamato «agone letterario», ossia il luogo di confronto e di
scontro delle scritture di una determinata epoca.
La scrittura
di Emily Dickinson, una donna vissuta a metà dell’Ottocento,
è particolarmente affascinante per due motivi: innanzitutto
perché la sua opera appare meno inquinata dalle mode letterarie,
dall'agone che caratterizza in genere le preoccupazioni dei
poeti; poi per la stretta tangenza del suono e dell’idea, dell’immagine
e della sua espressione in parole. Al punto che, nei suoi riguardi,
si è parlato di charm e riddle (incantesimo
e indovinello) a un tale grado che torna inadeguato qualsiasi
tentativo di traduzione.
Tutto ciò che è entrato a far parte della memoria
individuale di Dickinson può quindi fuoriuscire come un
magma proprio, che ha una sua consistenza non nell’ampio disegno
delle opere poetiche di ampio respiro, come le epiche (costruite, quali sono, secondo l'ordine delle parti
di un progetto), ma nell’esercizio di una espressività
che cerca di essere rispondente alle proprie sensazioni:
il che in letteratura è una rarità. In genere, si tende a ricalcare i modelli dei grandi autori (ovviamente, quelli che vengono considerati
tali dall'epigono), a ridefinirli o a contrastarli attraverso una
scrittura «nuova», che introduca un segno nuovo, formale, nella socialità linguistica,
a scapito sia della propria soggettività che della
propria unità spirituale.
La fortuna di Dickinson è
tale da fare scuola ormai da più di mezzo secolo, quasi
il tempo che ci ha messo per essere pubblicata nella
sua integrità, non secondo i canoni
editoriali del proprio tempo e dei decenni successivi, ma secondo
la scrittura originale ritrovata solo dopo la sua morte.
Nel momento in cui si è andati riconoscendo la portata
del linguaggio poetico di Dickinson, si è potuta superare
nell’animo dei curatori qualsiasi anomalia grafica e grammaticale della
sua scrittura. Si è potuta mettere da parte quella socializzazione
linguistica, quella omologazione a modelli vigenti con cui deve
scontrarsi – in necessità della artificiosa compattezza
culturale dei sistemi editoriali e culturali – qualsiasi opera
originale non vi appartenga per costituzione. Società e
arte trovano in questo un perenne scontro, non solo sul terreno
tecnico della scrittura, ma anche su quello delle innovazioni che la società non sa raccogliere in
sé.
Questo è un problema che riguarda la critica,
prima ancora di qualsiasi applicazione dei propri strumenti critici: prima
ancora di qualsiasi consapevolezza del critico rispetto al materiale di cui cominci a occuparsi. È, anche in questo
caso, un atto umorale che a suscitare nel critico una repulsione
o un accostamento ulteriore all’opera che si trova fra le mani.
Egli può ritenere di trovarsi fra le mani, dopo la lettura
di poche sillabe, un autore incolto, dilettantesco, oppure un
parolaio, o anche uno spericolato sperimentatore, il seguace di
una scuola e così via. In questo caso, il rischio del critico è
quello di una repulsione dell’opera prima ancora di averla
letta, o una catalogazione dell’autore entro un ordine mentale
del critico che farà torto all'articolato tessuto estetico dell'opera criticata.
Il critico può ritenere una tediosa perdita di
tempo la prosecuzione della lettura di un autore ignoto, non meno
di quando da ragazzino apprendeva con fatica le nozioni che il
sistema culturale vigente gli presentava come i modelli
di «letteratura». Le anomalie formali della punteggiatura e
degli a-capo, di una o più parole «scritte male», sono
alcuni dei metri di giudizio del critico, quali spie improprie
del valore artistico di un autore. È bene allora osservare con cautela quelle anomalie umorali che sono in noi,
nel momento in cui siamo disposti a criticare un’opera
letteraria.
Riconoscere oggi che Emily Dickinson sia una grande
poeta è una prassi diffusa, dovuta
all’autorevolezza che circonda l'autrice, all’influenza che il suo straordinario lascito poetico ha esercitato
su quella che ci hanno detto essere la «letteratura». Più difficile
è applicarsi all’altra letteratura, quella che viene formandosi
nel nostro tempo: una letteratura ignota, per la quale dobbiamo
saper aggiornare le nostre configurazioni mentali, senza dimenticarci
della loro costituzione. Il rischio, non facendolo, è quello
di rimanere ancorati a un passato che sentivamo come nuovo, o
di trattare come vecchia la novità, la freschezza e l’urgenza
dichiarativa di quel passato.
Nicola D'Ugo
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