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Una
nostra abitudine è quella di pensare che la poesia sia
qualcosa di distaccato dai grandi temi del nostro tempo. Non è
così per Tony Harrison, uno dei più stimati poeti
inglesi di oggi. Nel 1984, quando Margaret Thatcher chiudeva le
miniere inglesi, egli intervenne scrivendo una lunga poesia in
cui immaginava di incontrare alcuni tifosi dello United Leeds,
degli skin-head che imbrattavano di scritte oscene le tombe di
un cimitero con lo spray, fra cui quelle dei genitori del poeta.
Il dialogo aspro con i ragazzi era un modo per far risaltare le
loro ragioni agli occhi dell’opinione pubblica inglese. L’adattamento
televisivo per Channel Four suscitò aspre polemiche. L’attacco
di Harrison era diretto alla disoccupazione e alla mancanza di
una prospettiva futura per quei giovani violenti, il cui unico
ideale era una squadra di calcio destinata a perdere. Ciò
che colpiva come un pugno nello stomaco la pruderie britannica
non era solo il linguaggio dei teppisti, ma le secche considerazioni
sulle scelte del Governo che, per ragioni di profitto, schiacciavano
le fasce più deboli della società. Ma quando la
poesia di Harrison ha cominciato a presenziare sul quotidiano
inglese "Guardian",
è parso chiaro che non dovesse restare fuori del dibattito
pubblico.
A pochi giorni dalla fine della guerra del Golfo facevano la loro
comparsa sul quotidiano due brani: "Initial Illumination"
("Illuminazione iniziale", 5 marzo 1991) e "A Cold
Coming" ("Un freddo venire", 18 marzo 1991). La
poesia dopo tanti anni tornava ad assumere un ruolo civico nei
media. La prima era una diretta accusa nei confronti di George
Bush:
Candela, mano ferma, foglia d’oro, un pennello
erano quanto aveva Eadfrith per abbellire
la parola di Dio molto invocata da George Bush
la cui parola illuminò il cielo a mezzanotte
e confuse il gallo di Baghdad che fu tratto
dalle bombe a credere che il giorno stesse arrivando
e cantò con tutto il cuore al raid mortale
e non visse per salutare la mattina vera.
Ma se questo brano era articolato in una forma ricca di letterarietà,
con immagini non sempre accessibili all’uomo comune, il brano
del 18 marzo, "Un freddo venire", dimostrava le doti
di immediatezza linguistica di Harrison. La poesia era lunga quasi
un’intera pagina del giornale, con una serie di vignette apocalittiche
di Kranze. Scritto con un lessico moderno, il brano si avvaleva
però della fortuna millenaria del distico (due versi in
rima baciata), secondo una forma antica, medievale, di quando
la poesia era declamata in pubblico dal poeta di modo che chiunque
potesse capirla e facilmente memorizzarla. I temi trattati spaziavano
dalla guerra all’inseminazione artificiale, dal mito dell’immagine
alla distruzione dell’immagine del nemico, dalla politica all’uso
strumentale della religione, dalla civiltà delle bombe
a quella della Grecia classica, dal giornalismo all’arte, dal
potere all’uomo comune.
Anziché snodare il discorso per anatemi, Harrison faceva
uso di un espediente narrativo, immaginando di incontrare un soldato
iracheno carbonizzato da un ordigno americano. Questo iracheno
decide di rilasciare un’intervista al poeta chiedendogli di accendere
il registratore. L’uomo viene descritto nei dettagli: è
bruciato e quasi intatto, scuro, e i lineamenti sono stati deturpati
dal calore, presumibilmente quello dell’Uranio impoverito di cui
si parla ormai da alcuni anni negli Stati Uniti, dopo che una
serie di reduci statunitensi hanno riportato delle patologie di
cui non si sa ancora la causa. Questo morto iracheno non è
inventato da Harrison, ma è un soldato fotografato nel
febbraio del 1991 da Kenneth Jarecke, mostrato di recente anche
in un servizio della Cnn trasmesso dalla Rai. Il poeta immagina
di intervistare il morto, ma il morto è reale. È
il prodotto della distruttività di una politica cannibalesca
che si fa passare per civile, contro cui Harrison oppone la creatività
dell’arte. Nonostante il linguaggio di Harrison sia facile da
recepire, egli costruisce un testo molto articolato, ricco di
implicazioni che non possono sfuggire a un lettore attento.
Il poeta di "Un freddo venire" non fa mai domande al
soldato carbonizzato, di modo che non vi sia un colloquio diretto
fra il vivo e il morto, fra l’uomo occidentale e l’iracheno, fra
la vittima e il testimone. Il poeta non difende l’iracheno, ma
gli dà voce attraverso la propria scrittura, raccogliendo
un frammento d’umanità distrutta dalle bombe occidentali.
"Un freddo venire" ha una moltitudine di sensi, tutti
spiegati nell’intervista immaginaria. Il primo richiamo è
ai Re Magi che, con tre doni, andarono in Medio Oriente per salutare
la nascita di Gesù; ora invece tre marine hanno
lasciato alle proprie mogli altrettante fialette contenenti il
proprio seme congelato (un altro senso di "freddo venire"),
di modo che possano continuare a fare figli anche da morti.
Ma ciò che portano non sono doni, sono bombe, e il loro
bene è affidato a un futuro in vitro. Si tratta inoltre
di un congelamento del futuro:
Lo fissai e lui mi rese lo sguardo
vedendomi attraverso fino all’Iraq.
Guardando dalla parte verso cui guardava
vidi la fiala ghiacciata della distruzione,
una provetta gelata nell’oscurità,
culla e Kaaba, Arca dell’Alleanza,
un pellegrinaggio di Croce e Mezzaluna
la sospensione fredda del Presente.
Arcobaleni con sette tonalità di nero
dal Kuwait all’Iraq coprivano il cielo,
e la pentola ghiacciata era stracolma
non di oro ma di uomini in cubetti,
i geni congelati che non si scioglieranno
finché il mondo non rinuncerà alla guerra,
sperma freddo meticolosamente inscatolato
per non essere mai carbonizzatore o carbonizzato,
Betlemme in fiala di un millennio maledetto
da Cruise e Scud, che raggela ogni venire.
Un presente in cui l’uomo perde ogni umana vitalità e
si aggrappa alla vita come può, nelle condizioni estreme
dell’incertezza violenta.
Nicola D'Ugo
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