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Poesie
scelte di Seamus Heaney non si propone, già programmaticamente,
quale antologia dell'opera del poeta nordirlandese. Punta invece,
e fa bene, alla diversità interpretativa dei quattro traduttori
(Roberto Sanesi, Gilberto Sacerdoti, Nadia Fusini e Francesca
Romana Paci), raccogliendo in altrettante sezioni il loro contributo,
come se ognuno di essi avesse avuto fra le mani il proprio Heaney
e, dalle singole raccolte originarie, avesse scelto di proporre
ciò che gli pareva più rappresentativo, cercando
di evitare i "doppioni". Così facendo, il volume è
un omaggio a Heaney e ai suoi traduttori e perde un po' di quell'aspetto
archeologico e annoso proprio dei ritardi d'importazione degli
autori stranieri, e per lo più con grossolane incette che
non si sa mai da dove prendano piede.
Va subito detto che il lavoro cui si sono trovati di fronte questi
interpreti è stato assai arduo e i tempi ristretti: non
ci viene presentato, infatti, né il capolavoro North
(del 1975, di cui si può qui leggere l'omonimo componimento),
né si è attesa l'uscita del recentissimo The
Spirit Level (Faber & Faber, London-Boston 1996). L'editore
Marcos y Marcos, con questa silloge, ha puntato sul sicuro, proponendo
innanzitutto il Premio Nobel del 1995, con le ovvie implicazioni
che un tale premio garantisce. Il rischio cui sono andati incontro
i traduttori è stato scongiurato per tre quarti, con buoni
esiti da parte di Fusini, che ha interpretato mirabilmente e con
amore la difficilissima "Punishment" (Punizione).
La forza poetica di Heaney sta in un uso meticoloso dei suoni
aspri in monosillaba e una ricercatezza lessicale altrettanto
minuziosa, spazia dall'oggettistica contemporanea a quella vichinga
e, al loro interno, tesse le ragne riesumate della metafora. Sa
rendere erotico in modo quasi maniacale un frammento d'osso o
una carcassa d'animale ucciso e proferisce un "quasi ti amo" al
raccapricciante cadavere di un'adulta riesumata dopo secoli di
immersione nelle torbiere; e adopera la stessa crudezza a descrivere
i corpi dei parenti sfracellati dalle bombe dell'Ulster, trascinando
in un rituale antico la cerimonia funebre e richiamando il lettore
a un sublime senso di pietà postcristiana. Così,
descrive il corpo di una donna come fosse fatto di pietre, ogni
osso, ogni singola vertebra come fosse una pietra diversa, tanto
che, in italiano, ciò che appare originariamente felice
in inglese suona stonato e improponibile in italiano. È
un peccato che non figuri nella raccolta la poesia più
significativa del suo procedimento di riesumazione dei miti germanici
all'interno dell'odierna guerra nordirlandese, la straordinaria
"Funeral Rites" (Riti funebri): esempio di come un poeta sappia
rivolgersi al proprio tempo e non solo alla propria gente. Segno
che ancora, in Italia, pubblicare poesia è un lusso da
letterati, come se il resto della comunità e dell'umanità
individuale potesse farne a meno, giacché, senza questo
componimento, poco si capisce la spinta emotiva di "North" e "Punishment",
pur presenti nella raccolta.
Nicola D'Ugo
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