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Per
decenni, Ted Hughes ha dominato la poesia inglese come da una
sorta di retroscena privilegiato, tanto da essere talvolta escluso
– poiché era già stato tradotto in singole opere
– da antologie significative italiane, come il nutrito volume
Giovani poeti inglesi, curato da Renato Oliva ed edito
da Einaudi nel lontano 1976. In quell'anno, molti dei poeti che
avevano segnato i tratti più significativi di questo secolo
erano scomparsi: si può dire che rimanevano ancora in vita
solo Graves, Gascoyne e, dei Trentisti, Spender. Giovani poeti
stavano dando volto alla nuova poesia inglese, come Larkin e Gunn.
E gli irlandesi cominciavano a riconoscersi in un'altra letteratura,
scaturita da un'altra terra, motivata da qualcosa di troppo recente
per dirsi già Storia.
Nato nel 1930 a Mytholmroyd, nella valle del fiume Calder, nel
sud dell'Inghilterra, Edward James Hughes esordì con la
raccolta poetica The Hawk in the Rain (Il falco nella pioggia,
1957). Una foto di Mark Gerson del 1960 ce lo ritrae, bicchiere
nella mano, con Eliot, Auden, Spender e MacNeice, durante un party
della casa editrice londinese Faber & Faber. Una foto che
segnalava il passaggio di staffetta, quanto mai corrisposto, di
tre generazioni della poesia inglese, quella che ha dominato e
segnato profondamente questo secolo letterario: un secolo che,
con la morte del poeta inglese, pare ora chiudersi nel 1998, a
poco più di un anno dalla fine del millennio.
La poesia di Hughes ha costituito uno dei momenti essenziali dell'incontro
fra un mondo tecnologico che mutava rapidamente e una letteratura
che aveva percorso le vie di uno sperimentalismo che, al più,
si era rifatto al superamento delle tecniche intrinseche della
scrittura letteraria e dell'arte. Da quel lontano 1957 ad oggi
si sono andate diffondendo, a partire dai paesi anglosassoni,
alcune delle tecnologie di comunicazione e di concezione dell'ambiente
più rilevanti per la vita dell'uomo contemporaneo: dalla
diffusione della televisione al lancio dei primi satelliti orbitali,
dallo sbarco sulla Luna alla telecopia (il precursore degli odierni
telefax), dalla diffusione delle videocamere a quella dei computer,
dalla corsa al nucleare alle biotecnologie, dalla globalizzazione
a Internet, dalla Guerra Fredda alla quella 'chirurgica' del Golfo.
Tutti accadimenti, questi, che in un artista e in uno scienziato
vengono visti anticipatamente, in modo amplificato, prima ancora
della loro massificazione. Per Hughes il presente, come si andava
mutando, andava ridisegnato e amplificato attraverso due forme
estreme, apparentemente antitetiche, cronologicamente distanti,
difficilmente concepibili l'una con l'altra. Andò a pescare
l'uomo negli studi antropologici, nei riti e nelle culture antiche
e primitive, quelle che pare ci siamo lasciati alle spalle per
sempre e che debbano riguardare solo il Terzo mondo. Da quel mondo
trasse alcuni elementi, come i tantissimi 'animali' che fanno
la loro comparsa nelle sue raccolte di versi e di racconti per
bambini. E quella natura, che si opponeva in modo così
rilevante alla nostra concezione di mondo tecnologico e artificiale,
fu presa a giusto pretesto per ricondurci ai nostri limiti umani,
ricordandoci con spietata ironia che noi stessi ne facciamo parte,
nonostante cerchiamo di inventarci un mondo 'sviluppato' che ci
salvi dai nostri malesseri, in nome di un benessere che resta
più che altro una mera prospettiva senza soluzione di continuità.
La domanda che Hughes si era posto è la seguente: Dov'è
che riconosciamo la debolezza, il destino e l'automatismo dell'uomo
in qualche cosa che non sia l'uomo? Negli animali selvatici. E
il mondo che ci circonda, quel mondo che per noi è un mondo
trasformato, satellitato, invaso di automobili, cavi di telecomunicazioni
ecc.? Nella natura selvatica, in un globo che pare dominato e
che invece ci domina, e ci costringe più di prima ad essere
all'interno di quel sistema terrestre che, negli anni settanta,
Marshall McLuhan avrebbe chiamato "un'astronave", giacché
la Terra era divenuta un pianeta globalizzato e come chiuso nelle
sue orbite satellitari, nella sua entità diversa da quella
della Luna, 'conquistata' già prima del 1969. E non a caso
l'immagine 'animalesca' che sarebbe scaturita nella mente di McLuhan,
pensando alle automobili, era quella di un animale preistorico,
il "dinosauro", nel suo momento di maggiore diffusione
e, quindi, secondo la sua idea, di estinzione.
Così Hughes aveva riempito pagine e pagine di animali che,
come lui stesso asserì, non erano affatto animali: il falco,
la volpe, il corvo, la lontra, le mucche, la giovenca, il vitello
ecc. E il titolo della prima raccolta, Il falco nella pioggia,
non era l'immagine di un falco, ma di un falco battuto, appunto,
dalla pioggia, privato del suo spazio aereo ed essenziale,
della sua risorsa di libertà e del suo mezzo di nutrimento.
E la celeberrima volpe del "Pensiero-volpe" che appariva
da oltre la finestra al poeta fermo dinanzi alla pagina bianca
–non ancora scritta e forse inscrivibile– non era che l'apparizione
di un essere della natura, che passava sulla neve notturna e vi
lasciava le sue impronte, come segni del suo passaggio nel mondo:
il pensiero e la scrittura dell'uomo –pareva ci dicesse Hughes–
sono, come per la volpe, astuzie, atti compiuti in sordina, quando
pare che nessuno ci veda. E al tempo stesso, proprio come per
la volpe, sono depredazione del mondo. Un'amara battuta di Mark
Lawson sul Guardian dell'ottobre scorso sintetizza questo
principio: "La signora Thatcher parlò della simpatia
per la sua poesia ed è infatti del tutto possibile che
la sua esposizione della depredazione animale l'abbia influenzata
nell'approccio al governo."
Distaccato e separato dalla mondanità, Hughes ci dedicò
pagine di tragicommedia sottile, andando a rimaneggiare, alterare
e tradire testi importanti come la Bibbia. E raramente ci fece
ridere, poiché il sorriso che suscitano le pagine meno
nere della sua scrittura è quasi sempre amaro. Scrivere,
ci aveva mostrato, costituisce un atto di composizione che matura
dalla messa in crisi degli emblemi e dei logoi di una serie
di tradizioni culturali diverse, talvolta in netto contrasto le
une con le altre. Senza polemiche, per lui lavorava l'ironia orrida,
la lama affilata e duttile di una lingua che apriva il varco di
pagine rivoltanti, volutamente espressionistiche, a pagine di
un candore e di una tenerezza disarmanti. L'aspetto antropologico
si era andato incarnando in una scrittura essenzialmente difficile
da imitare, poiché, come molti grandi scrittori, aveva
maturato un atteggiamento di modificazione stilistica che amava
inventare forme espressive diverse per i nuovi scenari epocali.
Con una caratteristica: ogni pagina pareva prendere origine da
una scrittura sicura, già lungamente sperimentata, come
se l'operazione dello scrivere fosse un puro atto di ricezione
di rivoli e correnti, che solo nelle pagine del poeta inglese
apparivano riportate finalmente alla luce.
Nonostante avesse dedicato poesie e racconti al tema della Guerra
Fredda e della distruttività dell'uomo contemporaneo –tra
questi va ricordata la fiaba moderna L'Uomo di ferro, del
1968– ben altri erano i poeti impegnati nella contestazione che,
negli anni sessanta e settanta, si era andata ingrossando, prevalentemente
in America. La poesia di Hughes appariva, al contrario, intenta
a demistificare linguisticamente un mondo, come appare evidente
nei versi dissacranti, blasfemi e pornografici di Crow
(Corvo, 1972), uccello sospeso in uno spazio invivibile, maldestra
creatura che non può che concepire atti maligni, malvagi
e maliziosi e "vomitare" nell'intento di pronunciare
la parola "amore", come si legge ne "La prima lezione
di Corvo", impartita da un Dio incapace di infondergli un
sentimento consustanziale alla Sua persona, in una sospensione
apocalittica e rarefatta dello spazio, talvolta pregna di una
comicità esilarante per via delle situazioni narrative
spinte al limite del grottesco, pur mantenendo un'immanenza tragica:
l'impossibilità per un essere (animale o uomo) di superare
la propria condizione. O, più tardi, intraprendeva il ritorno
a uno spazio vivibile, campagnolo e campestre, ma proprio per
questo più micidiale e crudele (Moortown, 1979).
Il confronto con le tecniche figurative fu alla base di Remains
of Elmet (Resti di Elmet, 1979) e River (Fiume, 1983),
che costituiscono una forma tutta speciale di testo a fronte:
fotografia e poesia si corrispondono come in una traduzione di
due linguaggi diversi. La più fortunata delle due raccolte,
Remains of Elmet, rievoca i bellissimi scenari delle brughiere
care alle sorelle Brontë, nel luogo d'infanzia del poeta.
Si tratta della valle del Calder (Halifax occidentale), in cui
l'industria tessile e mineraria, floridissima agli inizi dell'Ottocento,
è decaduta. Le poesie e le fotografie in bianco e nero
di Fay Godwin testimoniano ciò che resta, talvolta nella
ruggine e nella rovina, tal altra nella sua lucida solidità,
com'è il caso di una strada lastricata da enormi pietre
che si ostina ad emergere, bordata dalle erbe alte e bellissime
della brughiera. Volti anziani segnati dalle rughe, edifici fatiscenti
e boschi inselvatichiti contengono ancora una traccia di genealogia
biologica e culturale: il compito degli artisti, poeta o fotografa,
è quello di individuarne le tracce e di rievocare percorsi
a ritroso con una forte consapevolezza dell'ineluttabilità
del futuro.
Oltre al glossolalico Orghast realizzato con Peter Brook,
l'opera più fortemente innovativa fu Gaudete (1977),
un poema epico e fantastico, ambientato nei tempi moderni. Un
prete viene rapito dagli spiriti degli elementi e rimpiazzato
da un "ciocco di legno", che finisce per traviare le
parrocchiane con l'intento di concepire l'Anticristo, senza che
gli fosse stato ordinato dagli spiriti. Ed è qui evidente
che, se l'uomo seguisse la natura istintiva (come fa il "ciocco
di legno" diventato prete), verrebbero rotti gli equilibri
sociali e psicologici che culminano nell'adulterio e nel suicidio
di una ragazza locale. Dal punto di vista espressivo, Gaudete
è uno degli esempi più avanzati dell'influenza delle
nuove tecniche artistiche sulla poesia: il suo verso è
concepito come un susseguirsi di immagini che fanno pensare alla
vignetta e al fotogramma in sequenza.
Nel 1984, Ted Hughes fu nominato Poeta Laureato, su segnalazione
dell'allora primo ministro Margaret Thatcher. L'ultimo suo lavoro
poetico, Birthday Letters (Lettere di compleanno), dedicato
alla prima moglie, la poeta americana Sylvia Plath, morta suicida
nel 1963, ha raggiunto cifre di vendita da record: 100.000 copie
in circa sette mesi. Qui Hughes dimostra di voler sposare la propria
secchezza espressiva con il confessionalismo della moglie, come
a voler aprire, prima della morte, una finestra amorevole su quella
parte di sé tenuta in riserbo per decenni.
In Italia sono poche le traduzioni di Hughes, tutte edite da Mondadori:
alcune raccolte di fiabe e Pensiero-volpe e altre poesie
(1973), da anni fuori catalogo. Sull'autore, va segnalato il raro
e quasi introvabile L'inno e l'enigma di Maria Stella,
ricca analisi, quasi completa, dell'opera in versi del poeta inglese.
Nicola D'Ugo
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