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L'esser
donna e al tempo stesso essere poeta, avere come modelli per la
propria dizione una schiera innumerevole di uomini e una sparuta
messe di scrittrici che nei secoli, nella spigolatura che i secoli
ci consegnano, hanno cercato nel lessico, nelle tematiche e finanche
nel ritmo maschile la propria lingua, di raccontare se stesse
e i propri moti più intimi, le proprie vicissitudini, le
proprie indicibili fantasie, non è affatto facile, e il
risultato lo dimostra. Le voci femminili più note della
poesia italiana sono relegate a genere, hanno un territorio
segnato in cui muoversi e dire e, spesso, trattando uno dei più
alti temi della letteratura (che è il più importante
tema della vita), l'amore, si sono dovute accontentare delle metafore
che il linguaggio letterario maschile gli forniva o cantare lieve
lieve con flebile voce circostanze minime, quasi diaristiche.
Non dovunque si è avuto questo fenomeno, non negli Stati
Uniti, la cui autocoscienza femminile ha espresso poetesse celeberrime
come Sylvia Plath e Anne Sexton, le due confessionaliste di Alvarez,
l'una bardico funambolo di "Fever 103°" o del «great
strip-tease» da ribalta di "Lady Lazarus" nel postumo
Ariel (pubblicato dalla Faber and Faber nel 1965), l'altra
straordinaria voce emancipata che presta la metafora alle verità
più intime delle proprie pulsioni quotidiane (All My
Pretty Ones, Boston 1962; Love Poems, Houghton Mifflin,
Boston 1969). È un peccato che si debbano attribuire etichette
quali poesia senza bardo in riferimento alla Cavalli, che
peraltro ha spunti e motivi pregevolmente esibiti, o cercare nelle
poetesse tragicamente finite come Antonia Pozzi una rilettura
garzantiana postuma e suscettibile di sospetti. La voce stessa
di Amelia Rosselli, riconoscibilissima, non faceva che rimanere
dentro uno spazio tematico neutro, uno spazio in cui poteva muoversi
la voce maschile e femminile allo stesso modo, che non scavava
e creava un linguaggio femminile alto, non si denudava in quanto
voce femminile. Essere pari all'uomo era obiettivo delle donne
fino a qualche anno addietro, ora non lo è più,
e lo sanno bene le scrittrici di oggi che si attestano nel territorio
neutro cui accennavo o iniziano a dar prova di un intento di rinnovazione
espressiva che mira a rendere colei che scrive in versi non una
dilettante ma un vero poeta. Essere poeta è spogliarsi
e spogliare, ma, anche, saper dire ciò che l'operazione
rivela. Le poetesse, così come le scultrici o le pittrici,
possono essere, ancor oggi, interessanti, ma non ancora
dei maestri, dei geni dell'espressione e della rivelazione
di cose terrene. Fine della poesia, ancora, è accostare
l'Uomo, il lettore, a qualcosa che, se non fosse per il richiamo
di un linguaggio adeguato, gli rimarrebbe ignoto e lontano. Questo
duplice senso di concretezza e lontananza sottende il linguaggio
della poesia e gli attribuisce il fine, che può spesso
dirsi diverso dall'intenzione dell'artefice. Soltanto in questo
modo può essere elisa la bizzarria che suscita la
poesia femminile. Che nella sua espressione compiuta possa ad
alcuno apparire esotica è senz'altro da prevedere,
ma si tratta d'un esotismo che non cerca in terre lontane i propri
corollari, li ha invece dentro, li abbiamo nelle nostre case e
nelle nostre donne, nella madre e nella sorella con cui siamo
cresciuti, nella nostra compagna con cui stringiamo un vincolo
più forte che con qualunque altro essere.
La voce che più compiutamente di ogni altra, in Italia,
ha saputo esprimersi in tutta la sua femminilità, rivelando
per intero il proprio essere donna, è facile ritrovarla
oggi in Maria Grazia Lenisa, una poetessa il cui linguaggio è
difficilmente riconducibile allo stretto ambito della poesia femminile
italiana, poiché, a differenza di ogni altra autrice, si
è subito spogliata senza vergogne e ha svestito i propri
pensieri più reconditi insieme alla cangiante realtà
che veniva a circondarla (Erotica, Forum, Forlì
1979; Rosa fresca aulentissima, Piovan, Abano Terme 1986).
Nel suo spogliarsi ha saputo esprimere la gioia dell'atto amoroso
e il pudore, calandosi in personaggi storici, biblici, mitologici
e reali, dalla papessa all'indemoniata, all'amica che ritorna
nei luoghi di un amico scomparso alla madre bosniaca che patisce,
come in un calvario, le pene per il figlio chiamato alle armi.
È sempre una poesia che mette a nudo circostanze condivisibili
e intime, e non rifugge il sogno e l'immedesimazione nei personaggi
maschili. Senza contare che quest'immedesimazione in corsa da
una mente all'altra, da un punto di vista all'altro, con scambi
di posizione e modificazione dei contenuti simbolici dei personaggi
e degli oggetti, è una delle caratteristiche della poesia
di punta di fine Novecento. Non è, per un poeta che voglia
dirsi bardo (e ce n'è veramente molto di spazio
per questo genere di poeta che molti credono estinto), la cosiddetta
perdita del soggetto a minare ogni fare espressivo. Il soggetto
non si perde affatto, è piuttosto la voce del bardo contemporaneo
che parla sopra se stessa, facendo del poeta non più l'artefice
privilegiato della visione del mondo ma uno degli oggetti tematici
del suo fare poetico. È il mondo che lo circonda a richiedere
da lui l'onestà di questa presa di posizione. L'agguato
immortale (Bastogi, Foggia 1995), nella sua visionarietà,
è un'opera che si spinge ancora oltre il lavoro precedente
di Lenisa, a tematiche di amorevole umanità, di religiosa
reinterpretazione del senso biblico nell'uomo e nella donna contemporanei,
sempre alla ricerca dell'incontro non pacificato fra l'uno e l'altra.
Ancora una volta Lenisa riesce a far chiarezza nel nero della
malvagità, magari passando a lume acceso su una
sfumatura quasi impercettibile di colore per ridare volto umano
a un assassino, ché, nella moltitudine delle dicotomie
che s'intrecciano nella silloge poetica, non v'è posto
per i manicheismi di facile collocazione. L'umanità del
boia e del carnefice viene riacquisita senza retorica alcuna,
poiché è la stessa luce della poesia che illumina
di verità passate agli annali le figure della madre, della
giovinetta –sia essa donna violentata dalla storia o una Maria
tutta contemporanea la cui Opera passa attraverso il dolore dell'angelo
violentatore– e del milite violentatore riproposto con tanto convincente
richiamo alla pietà nella figura dell'angelo de "La
strage degli innocenti":
Alza gli occhi
di cielo la madre larga, bambina, col corpo
eccedente come
pane sorpreso a lievitare,
volge gentile
l'ala del sorriso. L'angelo salta
sopra il davanzale,
entra nel chiuso che s'è aperta
a fiore e si
inginocchia per sentire amore.
Poi guarda in
basso, disperato piange: la madre
è appesa
al chiodo dell'oltraggio d'un sesso
atroce e continua
la strage…
pronunciato su uno stampo endecasillabico sapientemente rimosso,
per cui la lunghezza del verso conferisce quella assimilazione
prosastica che permette, grazie ai molteplici enjambement di
valore dizionale diverso, un'intimità della voce lirica
che ce l'avvicina facendoci perdere il principio razionale che
regge i versi. La rilettura del mito e della storia non si fa
mai leziosa, né si presta a facili traduzioni. Rilettura,
questa, che è innanzitutto intesa a esprimere quegli sguardi
all'indietro dello spirito contemporaneo che ogni epoca manifesta,
sempre col primo occhio puntato al presente. Così una moltitudine
di personaggi attraversano le circa centocinquanta pagine dell'Agguato,
richiamati dal tema singolo o dal convivio orchestrale
che tiene insieme una moltitudine di personaggi di impareggiabile
grazia: da Adamo ed Eva a Platone e Newton, dalla Madonna ai santi
Sebastiano e Giovanni Evangelista, a Giuda, Lazzaro e Maria Maddalena,
dai letterari Orlando e Don Chisciotte ai mitologici Apollo e
Saturno, e poi Walter Ong, Dürer, Keats, Čajkovskij, i poeti
Nelo Risi, Andrea Zanzotto e il greco Febo Delfi, il regista Tinto
Brass, Enrique Irazoqui e García Lorca. E, naturalmente,
le imperanti figure di Dio e del
Cristo arrapato
in croce.
I termini gergali («boxare», «al computer», «il mio profumo di Chanel») e quelli alti vengono richiamati
a esprimere voci unitarie, anche in spazi colloquiali, senza indulgere
(a fine millennio) ad arditi e grossolani sperimentalismi espressivi.
Il coraggio sta invece nell'accostamento a temi religiosi del
ricchissimo vocabolario erotico di Lenisa (si pensi, ancora, a
Erotica e Rosa fresca aulentissima, ma anche al
recentissimo L'amoroso gaudio, edito da Lineacultura, Milano),
alla sua impareggiabile capacità di rendere ancora più
carnale il discorso con metafore che pongono dinanzi agli occhi
il ricco mondo della sua immaginazione. Così il realismo
si fa di quella fedeltà cui richiamava Mattia Caratello
nelle pagine che precedono, con l'opportuna citazione di Ernest
Hemingway:
Perché
i fatti possono venire male osservati; ma quando un buono scrittore
crea qualcosa ha tempo e scopo per renderlo della verità
assoluta.
Lo stesso dicasi oggi per Ian McEwan, così come per tutti i grandi scrittori del passato,
perché non può esservi duraturo realismo senza quella
dose aggiuntiva di immaginazione che rende l'opera un capolavoro
per i tempi a venire. E così è per Lenisa, la quale
sa sapientemente e amorevolmente riportare al lettore, qui sulla
terra, concetti astratti che si fanno materici e sensuali sulla
pagina, ogni pagina riversando a copiosa dovizia una messe impressionante
di immagini melodicamente e sensualmente espresse, senza intasamenti
estetici e traboccamenti. Sfogliando a caso le pagine, ognuna
di esse racchiude un tesoro espressivo e interpretativo del mondo:
… Poesia è
parola che si
innamora, artificio supremo, la cultura
protesi meravigliosa,
grande strumento come la natura.
Duttile la mente
ascolta la divina orchestra, accosta
l'artificio
del fiore al suo supremo alludere
in cui la riflessione sul senso della poesia è ricondotto
al tema della «divina orchestra» del mondo. Così in "Creazione":
Dio - femmina
nell'atto che si schiude
quella tua forma
generante,
immane,
produce i mondi,
in te stesso fecondi
questa terra
diversa di meraviglie
dalle stelle
all'erba.
Dio maschio,
seme ch'è
gettato intorno, sparso, gioioso,
tutto è
maschio – femmina, vita universa
che non fu dal
nulla, se Tu sei Tutto
ed il nulla
contieni, se dell'uomo sei seme
e creatura,
dell'uomo-madre da cui sono
tratta e l'uomo
da Dio-madre che la donna
si celebra immortale
…
Nicola D'Ugo
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