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Un
Premio Nobel
per la letteratura è stato assegnato in questi giorni a
Harold
Pinter. È una buona notizia, vista la sua straordinaria
opera drammaturgica, che ha pochi pari in un secolo. A questo
si aggiunga l’attualità della sua tematica ricorrente:
l’invasione dello spazio domestico, che è metafora di una
lotta in cui l’altro non è un uguale, ma un “simile” minaccioso.
Formatosi come attore alla Royal Academy of Dramatic Art, per
poi passare alla recitazione in una prestigiosa compagnia irlandese,
l’inglese Harold Pinter ha esordito come drammaturgo con La
stanza (The Room) nel 1957. Il suo teatro dell’assurdo (o
comedy of menace), dai registri linguistici che riproducono
il modo di parlare delle diverse classi sociali inglesi, inscena
la continua lotta di personaggi mediocri, presi dalle proprie
necessità quotidiane, che compiono gesti meschini, spesso
incomprensibili. Nei suoi drammi sono esposte situazioni apparentemente
banali, buffe e imbarazzanti, che rasentano il ridicolo, prima
di illuminarsi in paradossi cuciti addosso a quel brandello dell’esistenza
che si finge di essere un abito congeniale, prima che il passato
emerga in situazioni che accendono lo spazio di una memoria smarrita
o occultata, rimettendo in gioco convinzioni e propositi di una
vita.
Uno dei grandi espedienti delle opere narrative e drammatiche
è il mistero, il senso di pericolo, l’incomprensione iniziale
che ravviva la curiosità di spettatore e lettore. Lo sapeva
bene Dante, con la sua atterrita apertura della Comedia,
lo sapeva bene Shakespeare con il minaccioso incipit dell’Amleto,
con l’allucinante naufragio de La Tempesta. Pinter non
è da meno. Le sue situazioni domestiche fin dall’inizio
suscitano un senso di strana curiosità, di mistero, per
quanto familiari siano gli ambienti (la casa, la stanza, la cucina,
la serra, tutti spiccatamente British), che poi non sono
altro che quelli dei drammi di Osborne, Ayckbourn e Wesker.
Lo si capisce fin dall’inizio: il problema dei caratteri pinteriani
non è sociale, poiché la casa è una metafora,
non il palcoscenico dove si concentrano i discorsi di una vita
che pulsa all’esterno. Il mistero dei drammi di Pinter è
il mistero della vita, con i suoi pericoli, le sue minaccie, rese
particolarmente sgradevoli dall’essere ambientate nei luoghi più
familiari. Lo spazio familiare è come una cellula che vuole
isolarsi, ma che è continuamente invasa, e che ospita una
componente mnemonica esplosiva. Il tema della memoria (una memoria
minacciosa) era caro a Beckett: in Beckett ci sono dilatazioni
temporali, dimenticanze dei gesti più recenti che non coincidono
con la crescita dei segni epidermici del tempo; in Pinter, il
tempo si contrae al premere di ricordi incarnati dall’“ospite
inatteso” (tema beckettiano, ma, anche, quantomai eliottiano),
al punto che l’esperienza cancellata dall’apparente epoché
biografica dei personaggi deflagra con tutta la sua forza devastante
nel precario equilibrio della vita.
Emblematico, a questo riguardo, è Il ritorno a casa
(The Homecoming, 1964), con il ritorno dall’America del figlio,
accompagnato da una moglie sconosciuta. Il problema dello spazio
domestico diventa gioco delle parti, finché il figlio in
carriera se ne va da solo, mentre la bella moglie viene adottata
dalla famiglia, quale personaggio più congeniale alle necessità
dei parenti, conquistata e sfruttata forse, conquistatrice e sfruttatrice
può darsi, e a sua volta vittima e carnefice, schiava e
padrona, poiché ciò che in fondo è rappresentato
dalla metafora della casa è l’uomo sottoposto ai rapporti
di forza situazionali, costretto a una continua lotta sociale,
a una depredazione dello spazio e una soggiogazione dei comportamenti.
C’è molto di inquietante in questa tesi pinteriana, e molto
di simile ai comportamenti borghesi, ai modi di sopraffazione
e colonizzazione dello spazio e dell’identità altrui. Finzione
nella finzione, teatro nel teatro, personaggi che si rifanno il
trucco di un’esistenza mai vissuta, ma che deve fare i conti con
la memoria degli altri, trucchi e maschere degli altri. In Tradimenti
(Betrayal, 1978) è più chiaro che altrove, visto
che le scene retrocedono nel tempo, permettendo di cogliere i
paradossi dei sensi di colpa, il carnefice che si accorge di essere
la vittima, mentre è l’esperienza di ciascun traditore
(dell’amore, dell’amicizia, degli impegni assunti) a non essere
in grado di contenere il senso delle azioni del protagonista,
il senso delle azioni degli altri (questo dramma fortunato è
stato portato sul grande schermo da David Jones nel 1983, per
l’interpretazione di Patricia Hodge, Jeremy Irons e Ben Kingsley).
La violenza verbale è un’altra caratteristica dell’opera
di Pinter, e fa da bassorilievo linguistico alla minaccia psicologica
e fisica, come nell’interrogatorio de Il bicchiere della staffa
(One for the Road, 1984). Dolcezza, tenerezza, minacce, parolacce,
remissività, aggressione verbale, improperi si giustappongono
segnando i punti di forza e debolezza dei personaggi nella loro
lotta quotidiana, caratteristiche che si ritrovano nel bellissimo
film di Joseph Losey Il servo (The Servant, 1963), sceneggiato
da Pinter, in cui la seduzione ha un ruolo centrale.
L’esclusione dell’altro (e l’autoesclusione di sé all’interno
della casa), è, come è stato notato, un tema che
ha matrici ebraiche, e che Pinter, nato a Londra nel 1930 da una
famiglia di ebrei, riutilizza a piene mani, anche ribaltando la
situazione, come ne Il compleanno (The Birthday Party,
1957), in cui due loschi figuri individuano l’abitazione del protagonista
e cercano di portarlo via con sé, fuori della casa, nella
comunità cui appartiene. Mura sigillate nella città
e nella campagna, divisioni, autoghettizzazioni, esclusioni dal
proprio spazio attraversano i drammi di Pinter, rendendoli di
grande attualità, poiché descrivono una cultura
(dei personaggi) che si estende ai grandi temi di oggi, agli spazi
del lavoro, del potere, delle differenze evolutive delle nazioni.
Come spiccatamente ebraico è il tema di un passato pernicioso
che ritorna, dell’esclusione, dell’eliminazione dell’altro.
Le tematiche di Pinter sono sostenute da un rigore formale che
ha pochi eguali nella contemporanea letteratura inglese e nella
fortunatissima tradizione drammatica britannica. L’uso di un linguaggio
comune, tagliato sui tipi sociali, che, ciononostante, produce
improvvise sentenzialità e riesce a essere frizzante; l’intercalare
dei silenzi fra le battute; l’intimismo dialogico delle scene;
il perdurare congeniale delle pause: lontani dal giungere alla
denuncia sociale di Bernard Shaw, al lirismo visionario di Samuel
Beckett, alla critica “epica” di Bertold Brecht o al grottesco
di Tom Stoppard, ne sono la più equilibrata sintesi, con
un dosaggio dei diversi meccanismi drammatici che fanno di Pinter
un classico. Questo Nobel va a uno dei più grandi interpreti
del Novecento, senza il quale verrebbe meno una storia letteraria,
a prescindere dal Nobel stesso.
Nicola D'Ugo
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