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Dal
1983 a oggi la casa editrice torinese Einaudi avrebbe avuto modo
di riprendere questo romanzo di Ian
McEwan (nato nel 1948) e ritoccarne la traduzione. Invece
la ripropone con tutti i difetti d'allora, rendendolo ora noioso
e datato. Infatti, se nel caso dell'originale inglese, The
Comfort of Strangers (1981), l'autore supplisce alle carenze
di quell'approfondimento tematico che ha fatto dell'evoluzione
del pensiero femminista uno dei capisaldi della cultura e del
dibattito del secondo Novecento, lo si deve alla sua capacità
di offrire uno stile sicuro, che sa cogliere la grande lezione
dell'asciutto realismo di Ernest Hemingway e ricondurla oltre
le cronologie del maestro.
Antecedente alle improbabili e provocatorie ipotesi di Will Self,
ma posteriore di decenni alle riflessioni virali di William Burroughs,
McEwan tenta in questo breve romanzo –che ha per protagonista
una coppia di turisti inglesi in vacanza all'estero (Colin e Mary)
avvicinati da uno sconosciuto del luogo (Robert)– di porre in
relazione le nuove istanze del rapporto amoroso con i movimenti
sadomasochistici della fine degli anni settanta: quella sorta
di carnaio che in arte si ritrova nella figura parallela di Hermann
Nitsch. In questo senso, il romanzo conserva l'aura tematica del
proprio tempo.
La storia è condotta senza scossoni e colpi di scena
eclatanti: aleggiano vagamente solo strani indizi, neppure troppo
inquietanti, tutti stretti in pochi particolari. La minuzia descrittiva
quasi ipermetonimica ha il pregio di indirizzare l'attenzione
del lettore innanzitutto sull'aspetto visivo e già quasi
cinematografico, muovendosi come una macchina da presa o uno sguardo
reale fra un personaggio e l'altro. È qui che meglio si
notano nell'originale le doti espressive di McEwan.
Di contro, la traduzione che ne ha fatto Stefania Bertola
non ne asseconda la logica espressiva, né nella sintassi,
né nel lessico, così importanti per la resa consequenziale
delle immagini, come nell'incipit del capitolo «Nove» (p. 104).
Essere lì, in mezzo ai personaggi, nella stanza come
uno di loro, è per McEwan di fondamentale importanza. Di
qui la scelta un po' azzardata di far esplodere bruscamente in
poche pagine finali l'impietosa recrudescenza degli antagonisti,
di ribaltare la vittima in carnefice e di evidenziare l'individualità
ridotta a mero corpo funzionale, «più specificatamente
una fonte di informazioni e meno qualcuno per cui preoccuparsi.»
Il nefasto esito della solidarietà femminile di Mary va
allora a giustificare l'epigrafe del romanzo, non a caso preso
in prestito da una poeta femminista americana di primo piano,
Adrienne Rich:
Abitavamo due
mondi
le figlie e
le madri
nel regno dei
figli.
Nicola D'Ugo
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