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In
questi tempi di guerra rivelati dai media e dagli interventi italiani,
suggerirei a tutti di dare un’occhiata alle poesie che un giovane
ragazzo inglese, Wilfred Owen, scrisse durante la prima guerra
mondiale. Poiché quando si ha a che fare con una cultura
(in questo caso bellica) che pareva ci fossimo lasciati alle spalle,
è almeno opportuno documentarci sull’argomento. Ci sono
almeno altre tre ragioni per leggere anzitutto le poesie di Wilfred
Owen piuttosto che altri libri (p. es., Addio alle armi di
Hemingway o Il nudo e il morto di Norman Mailer). La prima
è che anche questo libro è reperibile in italiano
(Poesie di guerra, Einaudi, Torino 1985), la seconda è
che quello che viene narrato in una trama di qualche centinaio
di pagine di romanzo in cui si parla spesso d’altro è qui
condensato in poche righe attinenti al tema, e la terza è
che si tratta della più alta testimonianza sulla guerra
dei tempi moderni. Le poesie sono talmente minuziosamente attente
a non raccontare solo la paura dell’autore e i suoi desideri particolari
da permetterci di avere un quadro d’insieme della guerra che sarebbe
difficile trovare con altrettanta umanità negli splendidi
volumi di Hemingway e di Mailer.
Owen avrebbe avuto tutta la ragione (o la cecità),
che si può attribuire a chi rischia la pelle in prima linea,
di raccontare la guerra dalla parte dei propri compagni, ossia
da quella degli Alleati. Ma tale ragione (tale giustificazione)
egli non ha voluto darla neppure a se stesso. Si è quindi
posto il compito di raccontare
la Guerra, e
la pietà della Guerra.
Ossia di dire che cos’è la guerra, quali uomini la
animano e come è vissuta da chi ne è in qualche
modo coinvolto.
Attraverso quadretti di vita quotidiana nelle trincee e negli
ospedali e scene di combattimento in mezzo ai gas, il suo resoconto
sulla guerra è tanto immediato quanto per certi versi lo
sono stati film programmaticamente equidistanti come Giovani
leoni. Le atmosfere, gli ambienti, gli scenari, i sapori sono
tutti lì nella poesia, vividi come se li seguissimo dal
vivo. Un ottimo regista che oggi volesse realizzare un film sulla
prima guerra mondiale farebbe bene a tener conto delle inquadrature
proposte e delle battute che Owen mette in bocca ai personaggi.
Egli passa dagli ampi scenari in pieno combattimento, con il gas
nell’aria e i soldati che si divincolano e stramazzano intossicati,
a immagini soggettive, in cui il soldato sdraiato in un letto
d’ospedale ha l’impressione dei rumori e dei suoni intorno a lui
("Conscious", p. 26).
In "The Next War" (La prossima guerra, p. 18-19),
Owen scrive:
Oh, la Morte
non fu mai un nostro nemico!
Lo abbiamo deriso,
abbiamo fatto lega con lui, vecchio compagno.
La guerra del 1915-18 non fu contro la morte. Owen la personifica
e la tratta come un maschio (in inglese la morte è facile
renderla al maschile), dicendo che era sempre in mezzo a loro
soldati, mangiava nella gavetta come loro ed era costretta come
loro a seguirli negli spostamenti. Anziché tossire sangue
come loro, tossiva proiettili. «Ridevamo,» prosegue Owen,
sapendo che
sarebbero giunti uomini migliori
E guerre più
grandi; dove ogni orgoglioso combattente si vanta
Di far guerra
alla Morte per delle vite; non agli uomini per delle bandiere.
A onor del vero va detto che Wilfred Owen fu considerato
inabile alla leva e che si offrì volontario. Egli, come
molti suoi contemporanei, pensò che bisognava combattere
quell’ultima guerra. Era infatti opinione diffusa che l’intervento
degli Alleati dovesse sconfiggere la minaccia militare tedesca
e ristabilire definitivamente la pace in Europa. Fu in quegli
anni in voga il cosiddetto "pacifismo guerrafondaio":
fare la guerra per far prevalere la pace una volta per tutte.
L’esito di quella guerra e della successiva abbiamo avuto modo
di apprenderlo dalla televisione, dai libri e dal cinema. Di fatto
avrebbe prodotto nel giro di due decenni e mezzo una guerra mondiale
ancora più devastante e una miriade di altre guerre ancora
in atto.
Questo poeta ventenne, che sarebbe morto da tenente in prima
linea a sette giorni dall’armistizio, ha saputo registrare con
la penna dettagli minuti portandoli in primo piano pur mantenendo
un quadro d’insieme del senso della guerra in guerra. Le sue accuse
nei confronti delle politiche guerrafondaie sono sempre esplicite,
come nelle pp. 28-31:
Se tu potessi
udire, a ogni sussulto, il sangue
gargarizzare
dai polmoni corrotti dalla bava,
Osceni come
il cancro, amari come il bolo
Di vili piaghe
incurabili sulle lingue degli innocenti,–
Amico mio, tu
non diresti con tale acceso zelo
Ai figli anelanti
qualche gloria disperata
La vecchia menzogna:
Dulce et decorum est
Pro patri mori.
La retorica sulla guerra non interessava evidentemente il
poeta. In una poesia d’amore, particolarissima per i paragoni
fra l’amata e i giovani morti in battaglia, ogni caratteristica
della bellezza femminile tradizionale (il pallore del viso, le
labbra rosse, il lucore degli occhi ecc.) è come soverchiata
dall’intensità cromatica dei soldati uccisi, per via del
loro alto valore aggiunto morale, come si legge in "Greater
Love" (Un amore più grande). Di fronte a una cultura
della guerra, che mi pare si stia propinando anche non troppo
velatamente, è allora utile rifarsi ai racconti di chi
la guerra l’ha fatta e non gli è affatto piaciuta.
Nicola
D'Ugo
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