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Poetico
e ricco di metafore ardimentose, tenero nel descrivere i moti
del cuore e crudo nel registrare quelli dei sensi, Mosca felice
(Sčastlìvaja Moskvà) di Andrej Platonov colpisce anzitutto
per la svelta fluidità del linguaggio, l’agile snocciolarsi delle
scene e una certa distaccata familiarità con cui ci trascina nelle
dimore trasandate e nei campi ventilati a perdita d’occhio in
cui si muovono i personaggi, con le loro intime riflessioni su
quel mito culturale che fu l’uomo nuovo (novyj čelovék)
nella Russia staliniana degli anni trenta. Scritto in quegli anni
e pubblicato postumo dopo decenni di censura nel 1991, questo
romanzo incompiuto ha il pregio di raccontare una gioventù diversa
da quelle cui ci ha abituati la letteratura occidentale, da Woolf
a Queneau, da Döblin a García Márquez, da Moravia a Oates, una
gioventù che non è nata nel mito capitalista o nella sua opposizione,
ma è cresciuta totalmente nella società sovietica, imbevuta dei
sui miti, che si trova a confrontarli con le necessità della maturazione
individuale.
Mosca Čestnova, una diciottenne cresciuta in orfanotrofio,
è la congeniale protagonista della vicenda. Il primo ricordo infantile,
che l’accompagnerà nella vita, risale alla rivoluzione d’Ottobre:
un bolscevico inseguito e ucciso, quando lei aveva quattro anni.
Tale ricordo, in una donna la cui situazione familiare qualifica
come sradicata dal passato storico, senza alcun legame con i parenti,
si dimostrerà, nel corso della vicenda, anch’esso un’illusione,
un’interpretazione fantastica della bambina.
Lo scarto fra immaginazione e realtà è espresso da Platonov attraverso
frasi lunghe e morbide, che, come piani differenziati, la sua
abile penna inclina sapientemente, per far scivolare il reale
nell’immaginario, l’immaginario nel metafisico, finché il metafisico
si apre sul dubbio, al punto che una situazione non si impiglia
o ingarbuglia nella successiva, ma si estende ad ampie pennellate,
temperandosi in sensazioni, emozioni, sentimenti, come un composto
chimico di passione e d’amore. Un tale processo della scrittura
riflette il processo psicologico dei personaggi, di cui lo scrittore
di Vorodež ci avverte fin dall’inizio, quando dice che il ricordo
del bolscevico è come dimenticato dalla bambina, ma, in certi
momenti, le riaffiora dalla memoria, riflettendosi in un gesto
condizionato, nell’interruzione di un’attività, in una sua più
alacre esecuzione.
Mosca è una ragazza determinata, che ama le situazioni limite,
come lanciarsi da un paracadute accendendosi una sigaretta. In
ambito sentimentale, fa l’amore senza impegni secondo la propria
interpretazione della vita comunista (per lei “l’amore non è il
comunismo”, in quanto quest’ultimo è più duraturo e meno deludente),
mettendo in crisi una serie di personaggi maschili, i quali, nella
forma incompiuta del romanzo, assurgono a protagonisti, con il
loro pensiero rivolto a una donna immaginaria, una sorta di emblema,
un’illusione ossessiva e memorabile, né più e né meno della città
che li ospita e che le ha dato il nome, con i suoi milioni di
uomini, in cui un volto nella folla appare perfettamente irriconoscibile.
Il rapporto fra reale e immaginario presenta complicazioni, e
non è un caso che Platonov ricorra spesso all’idea di estensione
della Russia, una sorta di grandezza infinita, in cui la società
stessa, più reale razionalmente delle prerogative egoistiche dell’individuo,
finisce per essere razionalmente incomprensibile nell’esperienza
quotidiana. D’altro canto, la realizzazione dell’uomo nuovo
non pone al centro l’uomo del presente, così com’è, ma quello
futuro, quale dovrebbe essere, in un domani fiducioso e incerto,
legato ai piani quinquennali. L’uomo nuovo che il socialismo cerca
di opporre a quella parte della storia antecedente che ha finito
per arrestarsi, secondo la dottrina marxista, allo stadio del
capitalismo ha il compito di indicare la strada anche a quei Paesi
che prima o poi diventeranno comunisti. In quest’ottica i protagonisti
cercano di ampliare i propri orizzonti, migliorare le proprie
destrezze e metterle a disposizione della collettività, a costo,
come capita loro, di diventare asociali.
Božko, Sambikin e Sartorius sono personaggi proletari e prestaliniani,
che vivono in un’ottica più ampia di quanto gli venga richiesto
dal sistema politico: Božko, geometra trentenne, coltiva attraverso
l’esperanto una corrispondenza a distanza con popolazioni e culture
diverse; il medico Sambikin, ventiseienne, cerca di scoprire in
laboratorio il modo di rendere l’uomo immortale; Sartorius, ingegnere
di belle speranze, vuole migliorare l’economia del proprio Paese,
inventando una bilancia. Questi impegni dedicati agli altri fanno
perdere contatto con le necessità primarie dei protagonisti, che
vengono considerate egoistiche, poiché escludono la condivisione.
Mosca, la ragazza ideale di cui i protagonisti sono innamorati,
li pone di fronte al dubbio fra l’impegno sociale e il piacere
personale, fra il bene comune e l’amore, fra un’azione pubblica
e un’emozione privata. Benché ne abbiano viste di tutti i colori,
questi giovani devono ancora maturare, come dice Platonov riferendosi
a Sartorius. Le vicende prendono allora la piega del “romanzo
di formazione”, quale ridefinizione del rapporto dei personaggi
con un contesto sociale avvertito come sgradevole.
Il romanzo, edito in Italia da Adelphi, sviluppa molti temi della
tradizione russa, come quello della gioventù, dello spazio domestico,
delle relazioni interpersonali, del viaggio e del superamento
dello morte naturale di Fëdorov.
Nicola D'Ugo
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