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In
questo secolo la poesia, spronata dai grandi maestri dell’Ottocento,
a partire dai simbolisti francesi, ha dato luogo alle più
diverse manifestazioni espressive. Al di là dei responsi
dei vari periodi circa le influenze sull’arte e sulla letteratura
esercitate da un singolo autore –si pensi alla tardissima riesumazione
dell’opera della poeta americana Emily Dickinson – è opportuno
segnalare una tendenza fortemente motoria della poesia, ottenuta
con mezzi prevalentemente a base fonica, e una statica, ottenuta
anzitutto tramite immagini. Se i calligrammi, le parole in libertà
e la poesia concreta in genere hanno portato a un incontro più
deciso di immagine iconica, suono e concetto, la letteratura in
versi che si è avvalsa solo del mezzo linguistico –che
è poi la più considerevole– si è diversificata
puntando o sulle modalità prosodiche o sulle modalità
di rimando iconico. Motoria è da dirsi la scrittura timbrica
o ritmica, fortemente improntata su occorrenze e ricorrenze temporalmente
esibite, una scrittura già tradizionale ma che l’introduzione
del verse libre ha fortemente riformato. Attenta a quest’aspetto,
ma decisamente formata sull’altro versante, la poetica dell’immagine,
o Imagismo, seppure abbia avuto esiti che si allontanarono molto
dal loro intento iniziale, ci offre un limpido spaccato dell’attività
poetica del Novecento riguardo ai propri propositi. L’incontro
di un iniziatore del movimento come Ezra Pound con la poesia cinese,
di cui ci restano le splendide e libere traduzioni di Cathay,
si incrociava se non altro con il Medioevo nostrano, di cui Pound
era un appassionato conoscitore. Rileggere oggi Cathay ci
permette intanto di avvicinarci a una mentalità della scrittura
poetica non esclusivamente occidentale, ma che già nell’Occidente
medievale dello Stilnovo trovava una formulazione risolutamente
caratterizzata. I rischi dell’importazione sono molteplici. Più
di recente, in una nuova ondata d’interesse per l’Estremo Oriente,
il semiologo francese Roland Barthes ci ha illustrato un modo
di porsi negli interstizi fra Oriente e Occidente, non tanto cercando
di «scoprire» l’Oriente, con l’incombente rischio di travisarlo
e deformarlo attraverso la patina dell’occhio occidentale, quanto
piuttosto «inventandoselo» per scoprire meglio se stesso e i suoi
«simili» occidentali, il nostro modo di pensare (che ci pare sempre
l’unico adeguato, finché l’apparenza non ci induca a credere
che il diverso funziona meglio del consueto), la nostra alterità.
Nello Stilnovo, il cui interesse per l’immagine è fortissimo,
le cose inanimate sanno acquisire un valore anche spirituale e
morale, allegorico e anagogico, di modo che le finalità
della loro presenza sulla pagina sono tutte regolate da una logica
squisitamente occidentale, ovvero una logica di nessi riconducibili
a principi, una logica di gerarchie che, se non sono date, possono
essere ricostruite secondo un processo analitico e associativo.
Il rapporto con la natura, considerato fondamentale per la ricognizione
cosmologica e per la comprensione dell’uomo quale creatura privilegiata,
viene ricondotto, anche nelle sue manifestazioni meno evidentemente
cerebrali, a una concezione filosofica più o meno individuale
del singolo autore: la poesia, per metafisica che possa apparire,
si fonda, per lo stilnovista, su principi fisici e culturali.
Il celebre distico imagista di Ezra Pound "In a Station of
the Metro" (In una stazione del métro) consiste di
due soli versi in cui è posto un nesso analogico:
The apparition of these faces in the crowd;
Petals on a wet, black bough.
(L’apparizione di questi volti nella folla;
Petali su un umido, nero ramo.)
In questo tipo di componimento non si utilizza l’immagine con
l’intento di evocarne una privilegiata e intraducibile in un referente
esterno, ma per rimandarci a un dato sensoriale che ha connotazioni
di carattere emozionale; l’immagine è di un’estetica trascendentale
proposta attraverso un’espressione linguistica, non già
fondata su un’estetica esclusivamente linguistica. A differenza
dei componimenti simbolisti, il testo è una mediazione
fra esperienza e interiorità, ci offre un referente, non
il libero gioco dell’immaginazione a partire da significati e
suoni, e il suo fine non è suggerire qualcosa oltre l’apparenza,
ma rendere il lettore partecipe dell’apparenza in tutta la sua
pienezza. È impressionistico, e fine della poetica imagista
è la rappresentabilità dell'emozione scaturita da
immagini. L’apparire non contiene in sé, aprioristicamente,
valenze di simulazione e dissimulazione, è invece e anzitutto
direzionato verso un valore di verità (anche emozionale)
che trapela dalla scrittura.
Nonostante i limiti di questa poetica di gruppo –del resto straordinariamente
superati da un iniziatore del calibro di Pound negli anni successivi–
un grande bardo del Novecento come W. B. Yeats volle ammettere
di aver appreso molto dal giovane poeta americano. Nelle Autobiografie
ci ricorda l’episodio in cui un giorno Pound gli parlò
di questa poetica delle parole concrete in luogo di quelle astratte,
e Yeats, già celebre e d’età più matura del
poeta americano, gli diede un suo componimento invitandolo a indicargli
le parole astratte che aveva utilizzato. Pound prese lo scritto
e se lo portò via, per poi tornare poco dopo. Il componimento
era quasi tutto sottolineato. Da quella volta Yeats prestò
attenzione all’insegnamento del suo geniale segretario.
Qualunque poeta dovrebbe aver presente la qualità e l’efficacia
delle parole astratte che pone in un suo scritto. Poeti successivi
a Pound, come T. S. Eliot, W. B. Yeats e Dylan Thomas (e Pound
stesso nei Cantos), fecero largo uso dei termini astratti,
con finalità anche molto diverse, ma seppero dar maggior
vigoria alla scrittura nei componimenti in cui l’astrazione è
ridotta all’osso. Pound si avvalse di questa distinzione come
regola prima, segnalando che se la Comedia di Dante era
un capolavoro dell’uso poetico dell’immagine, Il Paradiso perduto
di Milton, essendo privo di immagini altrettanto concrete,
appariva come un «sacco vuoto».
Nicola
D'Ugo
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