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Vi
sono vari romanzi del Novecento che raccontano storie di gente
comune e di eroi. Per uno scrittore, alcuni di questi raccontano
storie come altre, che si perdono nei rivoli delle possibilità
delle nostre vite o delle nostre fantasticherie. A volte vorremmo
ripetere le gesta di quel personaggio qualsiasi avviluppato di
nebbie e oscurità, che una lucentezza improvvisa, una chiarezza
natalizia, fatta di festoni e palle di Natale accese, rende invidiabile
per un certo tepore che abbiamo conosciuto in un momento della
nostra esistenza; a volte, più trasognanti, vorremmo essere
quel tale eroe che compie gesta straordinarie e traccia un segno
netto nella storia dell’uomo e delle sue possibilità. Questi
due tipi di uomini e personaggi la critica letteraria, che si
è autorizzata a descrivere la letteratura degli uomini,
li ha voluti chiamare eroi e antieroi. Nel Novecento
non vi sono solo gli antieroi (gli uomini comuni costretti dai
loro limiti virtuali), ma anche gli eroi dell’antichità
riproposti da certi gialli e da certa fantascienza, che i nomi
di Maigret e Superman rappresentano in maniera esemplare. Questi
eroi non sono invincibili, ma, come Achille, hanno una sorta di
loro tallone, sia esso la kryptonite, o qualche pistolettata o
beffa criminosa imprevista dal protagonista.
Al romanzo di Raymond Queneau I fiori blu (Les Fleurs
Bleues, 1965) sono giunto tardi, nella traduzione per me postuma
di Italo Calvino, uno scrittore razionalizzatore della realtà
e della narrativa, al punto che un lettore come me si è
dovuto chiedere: dove finisce Calvino e inizia Queneau?
Questa ipotesi di viaggio da lettore mi ha accompagnato nell’intero
tragitto che dall’incipit del romanzo conduce alla sua fine. Dopo
un po’, a forza di giochi di parole su giochi di parole, appariva
evidente una certa vena queneauiana (o queneauesca) che forviava
la lettura dai meccanismi della scrittura del celebre narratore
italiano. I fiori blu apparivano allora un racconto divertentissimo
vergato dalla penna maestra di un inventore di storie e situazioni
inaspettate, cui l’interpretazione dei più grandi comici
parlanti di questo secolo (Chaplin, Totò, Sellers, Benigni,
de Funès) si sarebbe adattata in modo meraviglioso. Immaginiamo
il protagonista, un duca del Duecento, che addormentandosi sogna
di essere un pacato diseredato urbano che vive su una chiatta,
il quale, addormentandosi a sua volta, torna ad essere il duca
d’Auge. Due storie parallele che attraversano il romanzo, ma con
protagonisti che, nello scorrere delle vicende e dei sogni (uno
che sogna il futuro, l’altro il passato), si imbattono in luoghi
comuni e assaporano bevande comuni. Prima o poi, rimanendo nella
stessa situazione (è il caso di Cidrolin) o risalendo la
Storia (è il caso del duca d’Auge), i due si incontrano
nei tempi moderni. Alla fiducia nei propri mezzi dell’eroe medievale,
impegnatissimo in avventure e ribellioni e alti consigli nobiliari,
fa eco a futura distanza, come da una grotta della modernità,
l’antieroe Cidrolin, immobile e sonnacchioso nella sua chiatta,
come se non vi fossero speranze di innovazione nella vita dell’uomo
contemporaneo. Tutta la realtà, così vivida nella
penna di Queneau, non è che un sogno continuo, mentre la
realtà vera, di chi non sogna, appare destinata a morire.
Da questo romanzo divertentissimo e ricco di critiche alla storia
dell’uomo e alle sue etnicità sono state tratte varie interpretazioni
(psicanalitiche, antropologiche, sociologiche e storiografiche).
Si pensi solo alle figure femminili che attraversano il romanzo,
dai calci nel sedere che si prendono le figlie del duca all’emancipazione
di quelle di Cidrolin, ai comportamenti dei generi dei due protagonisti.
Ogni episodio, anche apparentemente marginale, ha il pregio, oltre
di suscitare ilarità, di contenere una critica delle ragioni
umane, come nel caso di personaggi secondari, per esempio il giustiziere
che pensa sempre e non sogna mai, il quale muore per il crollo
di un edificio «in costruzione» (come il pensiero raziocinante).
Se si tiene conto dell’assunto della filosofia di Cartesio, fondatore
del razionalismo seicentesco («Je pense, donc je suis»: «Penso,
dunque sono»), appare evidente il giudizio negativo indirizzato
da Queneau a chi, ritenendo di esistere nella misura in cui pensa,
si trova a lasciare campo alla vita di chi sogna, in un romanzo
dedicato al sogno e all’immaginazione come costituto fondamentale
d’ogni realtà duratura e d’ogni conquista e innovazione
tecnica, artistica, tecnologica e giuridica futura.
Il romanzo di Raymond Queneau è uno dei più felici
esempi di come l’estrosità della scrittura si sposi con
l’assennatezza dello scrittore, mettendo in discussione gli schemi
vigenti di una realtà che il linguaggio e gli stili fortunati
e alla moda rischiano di fuorviare in seriosità vacue ed
effimere e in pose da pennivendoli di mercato. Da un punto di
vista politico, la retorica dei tanti fanfaroni delle tornate
elettorali appare in un quadro più duraturo d’ogni contesto
storico, nella straordinaria descrizione degli uomini di potere
e dei loro meccanismi mentali, delle loro arroganze e gratuità
malefiche nei confronti dei loro sottomessi. All’estetica e alla
stilistica formidabili va aggiunto questo premio politico all’autore.
Nicola
D'Ugo
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