|
–
Bzzz, fa la bomba.
La citazione che fa da epigrafe a questo articolo
non è una battuta presa da un libro o da un buontempone
in vena onomatopeica, ma è l’intero Capitolo LXII di un
altro "eroico" romanzo di Raymond Queneau: Troppo
buoni con le donne (On est toujours trop bon avec les femmes),
pubblicato a Parigi nel 1971. Il disastro causato da una cannonata
diretta ai protagonisti viene così anticipato con il semplice
sibilo della bomba che viaggia dal cannone di una nave inglese
verso un ufficio postale irlandese, da qui a lì, fra il
desiderio di colpire bene il bersaglio e il timore d’essere colpiti.
A mezz’aria, il semplice sibilo è addirittura impersonale:
un oggetto-bomba che fa il volo cui lo hanno destinato, ormai
irreversibile da chi lo ha lanciato e inevitabile per chi lo riceve.
Il capitolo risulta però molto comico: quello che lo precede
ci aveva introdotto dei personaggi che alla propria pelle ci tengono
parecchio. L’informalità e addirittura la mancanza di passione
che ci mette lo scrittore nel dirci che, dopo tante bombe cadute
a vuoto, ne è partita una che già sappiamo che ha
il tiro aggiustato, rappresenta la completa indifferenza che il
narratore ha per la sorte dei suoi protagonisti, di quei personaggi
che egli stesso ha inventato (e quindi saranno in qualche modo
importanti), e accende in noi la curiosità di sapere quello
che gli capiterà.
Raymond Queneau il fine pensatore, vive anzitutto nel suo linguaggio,
fatto di una poesia e materialità espositiva che saltano
dal comico al sentimentale, dallo sboccato all’aulico, dall’intraprendente
al nostalgico, secondo dei movimenti dell’animo alterabili quanto
lo sono quelli degli uomini tutti e, in particolare, dei suoi
personaggi.
Ogni sua storia ci introduce in situazioni palpabili, ricche di
dettagli di tutti i tipi, e in cui il dettaglio estremizza la
rappresentazione, per poi essere recuperato e rivelare un’estremità
d’altro genere da quella fornita precedentemente dallo scrittore:
una cupa scena da thriller scaturisce man mano nell’accesa scena
di sesso sfrenato che, a sua volta, va a stemperarsi nel sentimentalismo
delicato di un riflesso di luna. Oppure, in un personaggio che
va verso una donna imprigionata, l’amore sentimentale si fa amore
carnale, che a sua volta si fa amore religioso (la parola amore
è effettivamente insidiosa nella nostra cultura). Gli
umori si modificano con lo scorrere delle righe, più che
della pagina: dal broncio si passa al riso, dalla bestialità
al dubbio sulla propria gentilezza, dall’avidità della
carne all’anelito per i cieli eterei e immutabili, dalla necessità
al vezzo.
Questo giocare con le parole e gli stili è il modo dello
scrittore per farci assistere con leggerezza e chiarezza (solleticandoci
fin anche con il macabro e il cattivo gusto) al grande carnevale
della mente umana, a una sorta di schizofrenia a tempi ravvicinati,
ma non per questo appesantita dal grigiore dell’inquietudine che
caratterizza altri autori del Novecento: anzitutto Samuel Beckett
e Jorge Louis Borges. Il distacco ironico dello scrittore francese
ci rende –impiegando i personaggi come strumenti per tante differenti
orchestrazioni– delle sorte di motivi musicali che assaporiamo
quel tanto che basta per capire che un attimo dopo non contano
già più. Resta una coerenza caratteriale di fondo
per ciascun personaggio, formato dal proprio retroterra esperenziale,
e destabilizzato spesso dagli eventi esterni, come se oltre al
carattere e al modo di reagire ci fosse, come c’è, qualche
altra parte dell’individuo più estesa dentro di sé.
E continuiamo a cadere, trascinati di volta in volta, dentro quella
musica.
In Troppo buoni con le donne, la follia umana, o meglio
l’incapacità umana di dominare se stessi e di conoscere
lo scenario in cui ci si muove (e che ci muove), è raccontata
per mezzo di una situazione congeniale: gli uomini in guerra.
Né guerra al fronte, né guerra mondiale: qui si
tratta di un gruppo di uomini che imbracciano armi e che, sbarazzatisi
degli impiegati, hanno preso possesso di un ufficio postale a
Dublino. Ma basta questo per scatenare il meccanismo del branco,
in una situazione che più della guerra sembra essere quello
della rapina in banca. Trascinato ciascuno dall’impeto dell’idea
che ha della secessione dal Regno Unito, i rivoluzionari irlandesi
sono uomini che approfondiscono sul campo e a loro spese quell’idea.
Alcuni graffiti espressivi anacronistici, come il motto rivoluzionario
«Finnegans wake», spegne le loro azioni e i loro propositi, deviati
da pensieri che nulla hanno a che fare con il motivo per cui avevano
preso l’ufficio postale. In particolare, un imprevisto personaggio
antirepubblicano li mette in subbuglio: un’impiegata trovata nei
bagni dell’ufficio. Lei è la causa di tutti i mali e di
tutte le distrazioni. Ma è anche l’antagonista più
acerrima che i rivoluzionari si trovano a fronteggiare. Il romanzo
descrive piuttosto il combattimento del fronte interno, degli
uomini contro la donna, che quello esterno, relegato a una serie
di sparatorie. Il fronte interno tocca l’individuo peggio di quello
esterno, fatto di anonimi soldati inglesi che non spaventano affatto
i rivoluzionari. Quello interno è il fronte della parola
e della carne: Gertie, la ragazza, ha tutto un armamentario dialettico,
d’abbigliamento e fisico che sono in gran parte una novità
gradita e mal gradita per ciascuno di loro, che hanno già
ucciso a bruciapelo chi lanciava motti realisti (e ora si trovano
a dover sentire addirittura delle tesi sulla loro follia di rivoluzionari),
che sono stati per lo più con delle brutte prostitute e
che non hanno mai visto un abbigliamento intimo così succinto
e poco complicato come quello della ragazza. Gertie è una
peste in tutti i sensi: più che un personaggio coraggioso,
è un personaggio talmente irriducibile nelle sue convinzioni
e fuori della loro concezione della donna da metterne in crisi
la sicurezza virile e militaresca. Ma ciò che più
conta per lo scrittore francese è l’effetto reattivo che
suscita negli uomini, potendo così far emergere le loro
psicologie attraverso l’azione. In Gertie confluiscono non solo
le polarizzazioni della carne, ma quelle dei discorsi antimonarchici
che formano una dialettica discorsiva altrimenti improponibile,
giacché il gruppo condivide delle idee di massima sugli
inglesi e la rivoluzione irlandese. Mentre il direttore e l’usciere
vengono freddati al primo «Dio salvi il Re!», la donna viene salvata
in nome della «correttezza» verso le donne pretesa dal loro capo.
Il confluire di due conflitti dei protagonisti (lo spirito antimonarchico
e la correttezza verso le donne) si trasforma nella forma di una
impietosa misoginia. Noi crediamo di leggere questa misoginia,
mentre invece leggiamo l’insorgere e l’effetto dei due conflitti:
la forma esteriore che assume la vicenda è il più
appariscente luogo comune sulle donne. Queneau mette in guardia
fin dall’inizio dai luoghi comuni: mentre le impiegate non devono
essere cacciate dall’ufficio con una pacca nel sedere, i loro
colleghi di sesso maschile vengono malmenati, ma avrebbero gradito
anche loro un po’ di correttezza. L’intelligenza di Queneau mira
a raccontare e destabilizzare i luoghi comuni, ma mai in modo
diretto, e spesso può capitare di rimanere anche noi impigliati
nel meccanismo mentale che troviamo risibile nei personaggi. Il
romanzo misogino, dove la donna non è che un oggetto di
piacere, una streghetta e una grande rompiscatole, è un
altro romanzo sulle costrizioni mentali e banalità degli
uomini. E l’ambìto eroismo cui anelano, un altro mito che
passa nell’integrità ginecologica della ragazza.
Nicola D'Ugo
Versione
per la
stampa (in PDF)
|
|