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Poesie d'amore e L'estrosa abbondanza di Anne Sexton

Poche poete del Novecento possono dire di aver svolto appieno il proprio compito all'interno della grande emancipazione femminile. Certo Adrienne Rich, certo Margaret Atwood, molto meno da noi Neri, Rosselli e Cavalli. Ma Anne Sexton supera di gran lunga le altre poete angloamericane, poiché ha saputo unire senza pari l'eloquenza alla propria non facile vita. Se, come molti sostengono, il poeta è un uomo o una donna a nudo, Anne Sexton, nella sua spregiudicatezza, lo è stata doppiamente, attraverso la messa a nudo della propria esteriorità e del proprio mondo interiore, del proprio sesso e del proprio desiderio.
La madre, la strega sono gli emblemi, fra i tanti, che accrescono di valore temporale il suo linguaggio, conferendogli stratificazioni semantiche innegabili: sono dei miti raccolti e rivisitati in forma nuova, quale critica ai simboli stessi dell'universo storico maschile. La celebre "Ballata della masturbatrice solitaria", proposta nei due volumi con diversa traduzione, offre una lettura del rapporto d'antagonismo erotico nelle forme e nei valori dell'America degli anni Sessanta, del boom economico e della liberazione dei costumi sessuali, con vagheggianti accenti d'antecedente eleganza. L'organo sessuale femminile («Mia piccola susina») si fa, in Sexton, di una esteriorità intimizzata, un emblema dell'anima restituito dall'amante traditore alla mittente, mentre il refrain, il ritornello finale dell'antica forma della ballata («Io da sola ogni notte sposo il letto»), diviene, nelle mani della poeta, strumento di una melanconia appassionata e immediata, con un lessico diretto e colloquiale, o, come si disse, confessionale.
Di contro, le traduzioni di Lo Russo non si curano né del peso delle parole, né del ritmo della frase. Meglio l'operazione di Centanin, egli stesso poeta, il quale indulge a un intimismo di buona resa espressiva, senz'altro personalizzata ma unitaria, a fronte delle difficoltà di tradurre la voce di una poeta prosodicamente sensuale e prevalentemente dedita alla rima, irruente, tenera e vanitosa. E meglio ancora Zuccato, in "Quando l'uomo entra nella donna", anche col ricorso a sparsi versi di matrice ungarettiana.
Da Sexton in poi, più ancora che da Moore, H.D., Sitwell o Millay, va segnato il passo dei tempi, l'emancipazione del linguaggio poetico della donna, l'affermazione innegabile della sua "maestria", al di là di tante sciocchezze su stregoneria e ammaliamento che spesso, troppo spesso, si attribuiscono al buon operato di una poeta: tali etichette sono il corrispettivo del mascolino "istrionismo", che in arte non significa nulla. Da Sexton, la donna è in poesia ciò che la Woolf era da tempo nella narrativa: un "maestro", una "maestra" che dir si voglia, un faro che illumina uno spazio oscuro che poco prima c'era, c'era sempre stato, eppure continuava a non vedersi.

Nicola D'Ugo

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this article was first published on July 23, 1997 in Avvenimenti with the title
"Poesie d'amore e L'estrosa abbondanza di Anne Sexton" (Love Poems and The Weird Abundance by Anne Sexton)
l'articolo è stato pubblicato per la prima volta il 23 luglio del 1997 su Avvenimenti
con il titolo "Poesie d'amore e L'estrosa abbondanza di Anne Sexton"

 
       
dal 5 ottobre 2000 / since 5 October 2000 / с 5 октября 2000 г.