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Uno
dei poeti mitici del Novecento, il più stimato in lingua
inglese da Montale («ultimo bardo» lo definì Attilio Bertolucci),
Dylan Thomas è stato recentemente riproposto, rigorosamente
con testo a fronte, al lettore italiano dalla casa editrice Tea.
Si tratta, salvo qualche aggiunta, delle traduzioni di Roberto
Sanesi accresciute più volte da Guanda a partire dal 1954,
l'anno dopo la morte del poeta, avvenuta accidentalmente per assunzione
di alcool e farmaci, all'età di trentanove anni.
A soli vent'anni aveva pubblicato la sua prima raccolta di versi.
A ventidue la seconda. Sue passioni principali erano la poesia
e le donne, la conversazione e l'alcool, e l'accanita lettura
di cronaca nera. Poco prima di morire aveva curato la raccolta
fondamentale, e mai per intero tradotta, Collected Poems 1934-52.
Poeta dalla voce profonda e incantevole, ci ha lasciato una serie
di registrazioni delle sue letture che restano ineguagliate. Ciò
che colpisce della sua dizione è il tono apocalittico,
la voce intagliata nella corteccia dell'esistenza, la celebrazione
dell'uomo adulto che rampica verso i cieli, l'incontro dei due
poli d'attrazione della letteratura inglese (sesso e morte), erotico
nella testimoniale rievocazione dell'infanzia, bimbo e profeta
nell'atto amoroso.
Dylan Thomas reinventa il suono della lirica inglese, sovverte
l'immaginario corrente, fa giochi di parole che valgono tutta
la candela. Il suo sondaggio della vicenda umana, che tanto affascina
i giovani ribelli e sognatori che imitano la celebre foto in cui
si accende la sigaretta, resta purtroppo inesplorato, e la traduzione,
su cui più hanno puntato gli editori italiani, una strategia
di volta in volta inadeguata.
Il merito di Sanesi è storico, ed è un merito di
pronta importazione. Non ci restituisce né la sonorità
né una traduzione fedele almeno sintatticamente all'originale,
nonostante abbia lavorato di lima per decenni. Così
In my craft or sullen art
Exercised in the still night (p. 84)
diventa:
Nel mio mestiere, ovvero arte scontrosa
Che nella quiete della notte esercito
perdendo, nella traduzione, oltre al senso di oscurità
di «sullen» («cupo», con valore sensoriale e morale), quell'«Exercised»
(«Esercitato») che, in quanto participio passato, rappresenta
–contrariamente alla proposizione subordinata di Sanesi «Che nella
quiete della notte esercito»– un tempo indefinito e volutamente
connesso all'immagine, successiva, delle braccia degli amanti
che circondano «i dolori delle età» («the griefs of the
ages») e dei «morti torreggianti», con riferimento al castello
di Laugharne. Eppure ogni traduzione, come per miracolo, risulta
impressionante. Come lo sono quelle di Ariodante Marianni, pubblicate
da Einaudi, e quelle rare di Montale, Bigongiari e Giuliani. Alcune
liriche sono attualmente disponibili solo in questa vecchia traduzione
di Sanesi, cui qui si aggiungono alcuni inediti. Un buon libro
d'introduzione all'opera thomasiana, con una serie di imprecisioni
per l'esegeta, a partire dall'indicazione del copyright.
Nicola D'Ugo
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