|
Di
pochi scrittori di questo secolo si sa e si è scritto tanto
quanto di Dylan Thomas (Swansea 1914 – New York 1953). Un’attrazione
straordinaria ha fatto sì che tutto ciò che lo riguardasse
fosse pervaso da un senso di leggenda. Capita così che
ogni scrittore aspiri in qualche modo a dire la sua sull’autore,
come è evidentemente il mio caso. In altri casi –penso
a Bob Dylan– si è preso il nome dell’autore per farne il
proprio nome d’arte, o –come è il caso di Dylan Dog– ci
si è ispirati per il titolo di un fumetto. Questo autore
lo vorrebbero raccontare in molti. Purtroppo, come nel caso di
un ampio articolo di Pietro Citati pubblicato su Repubblica
un paio di anni fa, ognuno descrive il poeta a modo suo, infischiandosi
di cosa accadde nella vita di Thomas e nella sua opera. Da un
certo punto di vista, questa posizione è legittima, nella
misura in cui si vuole sentirsi vivi all’ombra semovente d’uno
dei grandi bardi del Novecento, scherzoso e ridanciano e cupo
come pochi altri colleghi. Del resto il personaggio pare uscito
da un film: povero in canna, ubriacone, donnaiolo, vissuto in
uno sperduto paesino gallese di duecento anime e diventato famoso
in tutto il mondo.
Noto anzitutto come poeta, Thomas è autore di una serie
di racconti vivaci, la cui vena scherzosa assume risvolti teneri
e nostalgici. Il suo linguaggio narrativo, attento alla declamazione
qual era l’autore, suona corde a mo’ di sfrontato buffone, per
indulgere subito dopo, cadenzandola, alla tenerezza di chi, comprendendo
il sogno a occhi aperti degli uomini, ne testimonia la fraterna
pietà, come nello straordinario racconto "Una storia".
Pochi narratori sono stati in grado di trasmettere rabbia, tenerezza,
canzonatura e pietà come questo scrittore gallese. Se le
sue poesie sono note per una pesante cupezza, dalla timbrica vibrante
e impeccabile e dalla narratività biblica, i racconti rappresentano
il luogo d’alleggerimento di quelle situazioni in cui amore e
morte sono i due motivi dominanti della tensione poetica. La vita
di tutti i giorni diventa il nuovo contesto narrativo, con le
piccole città del Galles, le straordinarie colline e i
buffi personaggi autoctoni. Questi racconti palpitano dell’agone
caricaturale d’un luogo (il Galles meridionale) in cui i personaggi
campagnoli diventano il bestiario di un’umanità tenera
e grottesca, circondata dalle ombre e paure infantili del proprio
luogo di nascita, quasi un contrappunto all’esperienza natante
ed esotica di Joseph Conrad nel «cuore di tenebra» del Congo.
Il mondo dell’ignoto, ci dice Thomas, parte da casa propria e
dalla propria infanzia, per estendersi nella vita ulteriore, in
un universo i cui confini non sono segnati.
Il protagonista è quasi sempre un bambino (Dylan) che vive
l’universo regolato dagli adulti quasi in silenzio, piccolo piccolo
e curioso di ciò che lo circonda. Thomas, ritraendosi bambino
(e lo sappiamo, oltre che dai racconti, dalle tante testimonianze
dei suoi compagni di scuola di Swansea), racconta anche le proprie
monellerie, conferendo al protagonista delle storie un realismo
disincantato che colpisce per la sua schiettezza. Di fatto, Thomas
sdoppia se stesso: le vicende del bambino silenzioso sono raccontate
attraverso la loquacità irriverente e canzonatoria dello
scrittore adulto, con un procedimento linguistico che mette in
risalto come il mondo dell’infanzia sia sopraffatto dalle strutture
e dai meccanismi mentali degli adulti. Per affrancare il pensiero
dell’infanzia, Thomas ci mette tutta la sua verve di superadulto,
ossia di adulto fornito di destrezze espressive e di esperienze
conoscitive che sorpassano il linguaggio dell’uomo comune, facendo
vivere ai personaggi il contrappasso di canzonature (pur tenere)
che riabilitano l’espressività repressa dell’infanzia.
I racconti di Dylan Thomas sono stati recentemente riproposti
da Einaudi in Ritratto dell’autore da cucciolo e altri racconti.
Nicola D'Ugo
Versione
per la
stampa (in PDF)
|
|