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Questo
breve saggio sulla lirica di Dylan Thomas va considerato quale
cominciamento di una serie di ricerche e interventi sulla poesia
contemporanea. Non siamo proclivi a indulgere ai dettami e alle
forme tassonomiche e normative che intendano porre il veto sulla
rivisitazione di un autore, pacifico l’assunto che ciò
che è stato esaminato e condiviso da più parti passi
di seguito in cassazione. V’è il dubbio retorico che spesso
tutto se ne vada in prescrizione senza che l’editoria si impegni
a salvaguardare (il termine ha connotazioni fortemente protezionistiche)
l’opera di autori che, tolta agli scaffali di libreria dall’ultimo
allungo di un braccio fortunato (o fortunoso) va a trascorrere
il tempo suo nell’Ade del dimenticatoio. Nel caso di Dylan Thomas
(Swansea, UK 1914 - New York, USA 1953) va appuntata la generosità
dell’editoria nostrana (Einaudi, Garzanti, Guanda, Marcos y Marcos,
M’Arta, Mondadori, Il Saggiatore), la quale s’è prodigata
nel proporre un po’ tutte le sue opere, anche se l’opera omnia
non è contemplata dai cataloghi. Del resto fu d’aiuto il
successo ch’egli riscosse nell’Italia del secondo dopoguerra.
Diventa addirittura paradigmatico il nome di Thomas in riferimento
al Montale critico e al giudizio critico vagliato. Il nome suo
è poi l’epiteto generazionale del funambolismo di cui ci
indicò brillantemente Giorgio Melchiori nello splendido
The Tightrope Writers. Studies of Mannerism in Modern English
Literature (1956), dipoi tradotto da Ruggero Bianchi per l’Einaudi
con il titolo I funamboli (Torino 1963 e 1974). E l’elenco,
aggiunto il nome di Roberto Sanesi (si veda tra l’altro, più
per l’intento di ripercorrere l’iter della poesia di Thomas che
per l’effettiva riuscita del disegno, il suo Dylan Thomas,
nell’edizione garzantiana del marzo 1977), andrebbe avanti all’infinito;
e verrebbe posto in pregiudizio l’intento nostro che è
quello di tenere al riparo, nei debiti limiti né oziosamente,
da vecchie etichette (quale quella di modernismo, già
di per sé tutta da rivedere) un autore che vorremmo riesaminare
–sommariamente per quanto ci è dato scorgere nel suo lavoro,
e senza che qualche menestrello si intrometta a cantarcela alla
vecchia maniera– alla luce dei tempi nostri, in un tentativo di
riapertura del caso Thomas.
Se v’è ancora chi sostiene, con Charles Russell (Poets,
Prophets, and Revolutionaries. The Literary Avant-guard from Rimbaud
to Postmodernism, Oxford University Press Inc., New York 1985),
che al modernismo vadano ricondotti tutti i movimenti degli ultimi
decenni della letteratura mondiale (di stanza e importazione in
Occidente), come se questi, coi nomi loro, rappresentino null’altro
che dei sottoinsiemi rispetto a quello, ci torna spontaneo assecondare
l’idea di una continuità fra un periodo storico di primo
anteguerra e uno di secondo dopoguerra (una continuità
che va evidenziata innanzitutto per i caratteri di contiguità,
senza i quali ci sarebbe impossibile arrangiare una pur minima
sembianza di storia), ma, anche, distinguere il modernismo d’inizio
secolo dalla postmodernità che ha allungato il passo con
sempre maggiore consapevolezza dai preamboli del secondo dopoguerra
ai nostri giorni. Seppure il termine modernismo trovi origine
in un contesto di dibattito teologico e non già d’ambito
letterario, e a quest’ultima accezione si sia giunti in un Ottocento
i cui caratteri già si differenziavano nelle varie nazioni
e, all’interno di queste, nelle maniere, accademie e movimenti
(di cui quelli francesi avranno una ripercussione inarrestabile
fino ai nostri giorni), pur tuttavia si soleva, fino a poco tempo
fa (e v’è, appunto, chi non ne ha persa l’abitudine in
riferimento agli ultimi esiti della letteratura e delle arti contemporanee),
chiamare modernisti quei poeti che, dall’inizio di questo secolo
ormai al tramonto, si erano prodigati a rompere i vecchi canoni
della poesia e a dare alla luce opere le cui forme espressive
erano tanto eterogenee da indurci a credere, cosa che oggidì
facciamo senza sussulti, che una sola parola, e finanche un sol
punto sul foglio, potesse costituire una lirica nella sua interezza.
I motivi che spinsero i poeti a una tal pratica poterono essere,
e furono, di varia ispirazione. Vi fu chi, con gli imagisti, fondò
il poetare sull’assunto che elemento essenziale e proprio della
lirica fosse l’immagine: come se la parola poetica non potesse
essere pure concetto d’ordine astratto, il cui significato può
implicare, suggerire contestualmente qualcosa di
sensibile e rimandare a sentimenti o cause sensibilmente irrecuperabili,
e la cui musicalità, il cui charm, può produrre
atmosfere non solo inaudite (sarebbe di interesse forse delle
mode) o originali ma autentiche (secondo la celebre distinzione
di W. H. Auden ): "la precisione dell’impreciso", pur
dicendola col Jiménez delle lezioni del 1953 all’università
di Puerto Rico, possiamo estenderla.
Il precetto di Pound, secondo cui non si debba
adoperare un’espressione come "dim lands of peace"
[9]
poiché l’immagine ne viene indebolita in quanto
mescola un’astrazione al concreto
è stato, con successo, sovvertito sul campo da poeti
tanto diversi tra loro quali W. H. Auden e Dylan Thomas, che hanno
fatto della parola astratta uno dei perni lessicali forti dell’arte
loro. Non furono certo i primi, né gli unici di quella
generazione. V’è con loro la schiera dei Trentisti (Thirties)
e quella degli Apocalittici. E prima di loro van tenuti in conto,
proprio in appendice all’Imagismo, la poesia di T. S. Eliot e
il cambiamento di rotta sempre più rimarchevole nei "chopped
seas" (lo si noti subito nei nomi propri dello Hugh Selwyn
Mauberley, del 1920) di Ezra Pound. Il primo dei due maestri
del secolo, Eliot, porterà la forma poetica ai livelli
poetici più alti di duttilità espressiva e unità
formale del Novecento inglese, con l’opposizione lessicale di
enunciati astratti e enunciati concreti, come a ripetere e riproporre,
nei godibilissimi Four Quartets, l’opposizione dialettica
di tema maschile e tema femminile della forma sonata, di modo
che potremmo essere indotti in tentazione –si trattasse solo di
sceverare, per l’uso o meno di termini astratti, o per la maggiore
o minore unità formale dell’opera d’arte, due periodi storici
contigui– d’assorbire in ambito postmoderno quest’opera, escludendo
dal consorzio quella che un par di decenni prima gli aveva aperto
la via alla fama universale: The Waste Land (1922). Una
tentazione, questa, a cui sappiamo non cedere, poiché i
Four Quartets s’inscrivono proprio nell’albo di quelle
opere che hanno posto in discussione la questione della verità
avvalendosi di categorie che volevano che il presente fosse riletto
nella Storia, cercando magari di misurarsi con l’incommensurabilità
di epoche ormai improponibili ma le cui suggestioni s’avvertivano
preziosissime, anziché abbandonarsi a quella mentalità,
più prettamente postmoderna, che pone la rilettura (e riscrittura)
della Storia come seconda all’immanenza e versatilità del
presente, i cui caratteri sono qui avvertiti come non più
commensurabili al passato. Se per Eliot v’è declino della
civiltà (e lasciamo stare le cause storiche che particolarmente
nel Regno Unito dovevano essere decisive), per Thomas v’è
il presente, crudele e contraddittorio quanto si voglia, ma pur
sempre imminente e unitario: l’uomo contemporaneo può proporsi
nei limiti del nuovo status, modificarne le forme che sono alla
sua portata, movendo questa o quella pedina della scacchiera del
sociale, purché non se ne imbatta in una tanto resistente
da restarne immota come la spada nella roccia. Questa caratteristica
del pensiero di Thomas non è difficile constatarla percorrendo
le fiumane e intrufolandosi nell’ombre dell’opera sua: nei Collected
Poems 1934-1952 e nell’epistolario, e finanche nei racconti,
la cui ironia ridanciana è pervasa di adombramenti chiaroscurali
di nera memoria, ove realtà e fantasia si assottigliano
finalmente nel giuoco, termine medio, questo, di una nuova logica
rifondata. Del resto, a parte i nomi per altro memorabili dei
suoi componenti, che vanno a collocarsi nel novero dei minori,
il movimento imagista ebbe il fiato corto in questo secolo, e
le sue spoglie, come tanti petali sull’acque tremule d’un laghetto
in un caldo pomeriggio agostano, possono far da spunto, neppure
dannunzianamente, all’ispirazione d’un qualche più consistente
e deciso poeta d’oggigiorno.
Ma al di là di quella impostazione baumgartiana della poesia,
vi fu chi, in questo secolo, si sforzò di rompere la sintassi,
spezzettare e riciclare la parola, perderne completamente lo status
(l’onomalingua dadaista), chi la volle immobile come un
dipinto cubista di Braque o di Picasso e chi la volle lanciata
nello spazio come fosse un Boccioni, con linee prospettiche irrefrenabili
verso il futuro. Chi la volle pubblicitaria e chi clericale, e
così potremmo dire senza difficoltà alcuna che questo
modernismo impresse il proprio segno con tutta la forza di braccia
che ebbe, senza che fosse tuttavia riconducibile a un canone unitario
comune. Basterebbe sfogliare la raccolta dei componimenti poetici
di un Ungaretti o di un Rebora, di un E. E. Cummings, di un William
Carlos Williams o di un Auden, per rendersene conto. Fra "Dall’imagine
tesa" e i Canti dell’infermità v'è un
abisso, che pure la stessa mano, quella di Rebora, ha potuto valicare.
Si dirà che là non premeva ancora così risoluto,
così netto il richiamo della morte come qui fece, come
per altri si possono distinguere due periodi spartiti dalla conversione
a una qualche religione e accompagnati da due diversi modi di
concepire la scrittura. Diciamo pure che la forma non solo si
presta ai contenuti, ma viene altresì sforzata e
rimodellata in questo secolo, e che alcune componenti di diverso
intento s’assomigliano nella novità (emblematico può
essere il parallelismo fra l’opere in versi di Sanguineti e di
Zanzotto in Italia). Non è un caso il fatto che la poesia
luziana e quella di Ted Hughes tendano sempre più a imporre
una colloquialità, una forma quasi prosastica, ma subito
negata dalla verticalizzazione, per subitanea o meno che sia,
della scrittura (e la verticalizzazione è un’imposizione
quasi coattiva di pause, una frammentarietà dell’enunciato
che può essere recuperata alla frase): entrambi rappresentano
quel lirismo di immagini e tensioni prosodiche che avvicina l’arte
del poetare al cinema. L’interferenza dei nuovi media è
inevitabile: fumetto, televisione, cinema. Arte e non arte di
massa e del movimento (cinetica, appunto), consecutio iconarum
(o imaginum) per eccellenza, raffinatezza dell’inquadratura,
rappresentazione, infine, di mondi virtuali. La possibilità
attuale della rappresentazione audiovisiva di immagini mentali
di cui, un tempo, la letteratura aveva il monopolio (anche più
delle arti figurative, se si considera la sequenza cronologica
di quelle immagini) è il fatto nuovo, l’evento che
condiziona tutte le altre arti, e quindi la poesia. Le condiziona
e, nei casi migliori, ne potenzia le capacità espressive,
per analogia, traduzione, prestito. Antecedente comune a Luzi
e, immediatamente ravvisabile, a Hughes, può dirsi l’ultimo
Dylan Thomas, quello non solo bibliograficamente ma ormai biograficamente
maturo (1952) della raccolta di versi In Country Sleep,
sebbene all’origine debba vedersi il Mallarmé di Un
Coup de Dés jamais n’abolira le Hasard (del 1897),
specialmente per gli ultimi esiti della poesia luziana, e a Thomas
vada il premio di volontario mediatore fra quell'origine e quest'esito.
Sarebbe del tutto fallace voler assumere atteggiamenti estremistici,
pretendendo da un lato che dalla fine del secolo scorso a oggi
vi sia un percorso di continuità entro un contesto invariato
chiamato modernista, dall'altro volendo sottolineare a
tutti i costi le differenze di contesto storico-culturale e tralasciare
il percorso d'indagine della forma e dei contenuti che si sono
riversati d'un periodo nell'altro. La parola di un componimento
come "Over Sir John's hill" non rimanda a simbologie,
ermetiche quanto si voglia, a cui rifarsi, ma è subito
lì pronta, diretta, incisiva, con immagini sospese in un
frangente intensificato, per poi lasciarsi seguitare e sostituire
da altra immagine parimenti incisiva, in un moto continuo che
vuole proporre innanzitutto la dinamica di un accadimento la cui
testimonianza deve essere registrazione fedele il più possibile
del fatto. Per testimoniarne l'epifania a Dylan Thomas non basta
descrivere l'aspetto esteriore, obiettivo, dell'evento. Una epifania
è sempre, almeno, anche un evento interiore. Lungi dall'essere
nella forma di una vision blakiana, l'epifania di Thomas
scaturisce dall'aver visto quelle cose. L'aspetto iniziatici
di questa affermazione, da mistero eleusino, è però
subito superata, come l'ermetismo peraltro, dal non esservi nulla
di arcano né esotico nell'esperienza thomasiana. L'epifania
consiste invece in un riconoscimento e in una immedesimazione
di e in un evento che viene riproposto al lettore dal poeta. Metafora
e simbolo emergono in superficie con ponderatezza, senza negare
al testo la sua dinamica sensoriale semantica. A differenza dei
primi componimenti poetici di Thomas, "Over Sir John's hill"
ristabilisce un luogo quale contesto situazionale. La sospensione
del tópos di molte liriche precedenti, o almeno
il loro arduo riconoscimento, viene qui rigettato senz'altro per
la maggiore abilità comunicativa del poeta gallese, senza
nulla togliere alla forza delle immagini e alla musicalità
del componimento. I due momenti estremi della poesia di Thomas,
18 Poems (1934) e In Country Sleep (1952), non differiscono
che per la maggiore e minore chiarezza nell'introdurci in un contesto
situazionale, in un luogo ove l'immaginazione e l'esperienza thomasiana
prendono corpo. Se per la maggior parte dei componimenti di W.
H. Auden può dirsi che la poesia ci parla direttamente,
ci introduce in un luogo ove una situazione si manifesta e, all'interno
di questa, una voce ne commenta i risvolti, ne giudica i caratteri,
ne addita i paradossi e l'intrinseco valore sociale o individuale,
la poesia di Thomas ci vuole dentro un mondo in cui pagina e realtà
esterna alla pagina si fondono lasciando minuti spiragli al di
fuori di essa.
Come nella letteratura e nelle arti figurative (o visive), la
musica contemporanea non pare voler essere da meno, per intenti
e risultati, almeno nei suoi esiti più prestigiosi. La
forma polifonica delle opere di Berio è un esempio di lucidissima
impostazione d'espressione del nostro tempo. Come in The Waste
Land del 1922 Thomas Stearns Eliot si avvaleva di stilemi
differenti, e toni e citazioni antichi e modernissimi, Luciano
Berio ci presenta fin dalla fine degli anni Sessanta un capolavoro,
Sinfonia, dai ritmi e dai rimandi di genere i più
vari, che, contemporaneamente in moltitudini, ordiscono l'ordegno
polifonico che ci resta caro nella memoria, tema per tema, motivo
musicale per motivo musicale, e per la loro bellezza singolare
e a sé stante, e perché la mente nostra pare incapace
di comprenderli e immaginarseli come fossero all'unisono. Eppure,
con Berio, siamo già in una consapevolezza postmoderna:
che non è di scuola, ma d'era. V'è certo, e ciò
anzi non ne esclude il carattere di postmodernità, un attaccamento
al classico (e, si badi, non come forma o stile cui attingere):
"Il titolo Sinfonia," scrive Berio,
non vuole suggerire analogie con la forma classica; va piuttosto
inteso etimologicamente, come il suonare insieme di otto voci
e strumenti oppure, in senso più generale, come il suonare
insieme di cose, situazioni e significati diversi.
V'è lo sperimentalismo (o, più correttamente,
la messa a frutto dei motivi ispiratori che lo sperimentalismo,
particolarmente quello degli anni Sessanta, ha portato a maturazione),
l'intertestualità e il carattere d'apertura alla multimedialità
e allo sconfinamento delle arti. Come ci informa Berio:
Il testo della prima parte è costituito da una serie
di brevissimi frammenti tratti da Le cru et le cuit di
Claude Lévi-Strauss, in particolare, da quelle parti
del libro dove l'autore analizza la struttura e la simbologia
dei miti brasiliani sull'origine dell'acqua e di altri miti
caratterizzati da somiglianze di struttura. La seconda parte
di Sinfonia è un contributo alla memoria di Martin
Luther King. Le otto voci si rimandano semplicemente i suoni
che costituiscono il nome del martire negro fino all'enunciazione
completa e intelligibile del suo nome. Il testo principale della
terza parte è costituito da frammenti tratti da The
Unnamable di Samuel Beckett, che generano a loro volta un
gran numero di riferimenti e citazioni quotidiane.
E ancora (cosa che ci riguarda direttamente non solo per questa
parentesi sulle differenze, per noi pertinenti, fra The Waste
Land e Sinfonia, ma in modo del tutto particolare per
ciò che concerne la critica, benevola o meno, che ha posto
in legittimamente evidenza come la lirica di Dylan Thomas sia
fortemente contraddistinta da certe ridondanze prosodiche che,
a sostegno dell'intero tessuto espressivo e contenutistico, la
accomunano alla scrittura musicale e cantabile) si voglia prestare
attenzione alla proposizione di Berio secondo cui "l'esperienza
stessa del quasi non capire" va considerata essenziale "alla
natura stessa del procedimento musicale." In altri termini,
la musica di Berio, pur avvalendosi del linguaggio verbale, lo
fa rientrare non nella contabilità, poniamo, di un Lieder
di Schubert o di un'opera lirica ottocentesca (che è poi
la rappresentazione di una situazione o di una storia pur sempre
drammatica), ma si trascini anzi la verbalità nell'antro
ove eco strumentale e dicibilità della parola si fondono
in un binomio in cui viene strozzato, spezzettato e trafugato
un contenuto semantico originario di ben altro respiro. Esempi
di frasi di senso compiuto in Sinfonia se ne hanno a bizzeffe,
drammaticamente ne resta in piedi, anzi se ne aderge ad intervalli,
solo quello di una delle voci parlanti all'audience. Come adempimento
della funzione dell'artista, Thomas stesso si avvale della parola
della lingua inglese rivoluzionandone le possibilità semantiche,
tanto da renderla prosodicamente sensuosa e semanticamente quasi
irraggiungibile. La differenza sostanziale che solca a fondo il
confine fra The Waste Land e Sinfonia è proprio
il carattere dell'ambiguità affascinante, lirica, del componimento
musicale rispetto all'inconciliabilità degli stilemi nel
continuum di The Waste Land. Il progetto è pressappoco
lo stesso: avvalersi di precedenti (per Berio sarà anzitutto
il Mahler della Seconda sinfonia) quali citazioni riproposte
in contesti diversi; e se, per Berio, Lévi-Strauss e Beckett
costituiscono i referenti letterari di cui servirsi, il ragtime,
il Tristan und Isolde di Wagner, il London Bridge
rappresentano la musica citata o imitata del testo letterario
eliottiano. Con Sinfonia ciò che ci si offre è
una conciliazione di elementi eterogenei, una loro pacifica convivenza,
mentre per Eliot è la differenza, l'inconciliabilità
(se non intellettuale) delle parti a farla da padrona. L'ansia
che qualcuno vorrebbe avvertire in Sinfonia respira bassa,
quasi impercettibile, ed è età dell'ansia di un'era
già avviata –quella postindustriale– che non ha più
molto in comune con il gelido consorzio degli esseri suggellato
dall'intervento radiofonico di The Age of Anxiety di W.
H. Auden, ove, per mantenere un parallelo con la musica d'inizio
Novecento, e lo si prenda con le dovute cautele e un occhio lungo
alle implicazioni, la serialità è lista.
È proprio questa ricerca della conciliabilità degli
opposti (o dei diversi) a caratterizzare la lirica di Dylan Thomas.
Egli ha piena coscienza dei caratteri oscuri della propria scrittura,
di quella sorta di compressione delle immagini e dei concetti
a cui torna difficile attribuire un senso. In una lettera del
1933 (l'anno precede quello della pubblicazione di 18 Poems,
prima raccolta di versi del nostro, già ricca di tutte
le suggestioni e quanto mai esemplificativa delle oscurità
thomasiane), Thomas scriveva a Pamela H. Johnson:
Non v'è alcuna necessità per cui le grandi verità
del mondo, e le più grandi variazioni di tali verità,
dovrebbero essere così semplici da essere capite dalla
mente più ingenua. Vi sono cose, e cose preziose, così
complicate che anche colui il quale ne scrive non capisce cosa
sta scrivendo.
Il punto è che l'oscurità di Thomas non gioca
a dilaniare un mondo, ma a renderlo unitario in una conciliazione
delle parti. È come se Dylan Thomas aggiungesse un commento
a una situazione particolare o a una immaginazione facilmente
oggettivabili nei loro caratteri essenziali. Ciò che ci
resta è il commento, foss'anche testimoniale, d'un evento
reale o fantastico che resta in parte ellittico. Il tono è
alto, ed echeggia nelle liquide:
I
All all and all the dry worlds lever,
Stage of the ice, the solid ocean,
All from the oil, the pound of lava.
City of spring, the governed flower,
Turns in the earth that turns the ashen
Towns around on a wheel of fire.
…
III
…
Square in these worlds the mortal circle.
Flower, flower the people's fusion,
O light in the zenith, the coupled bud,
And the flame in the flesh's vision.
Out of the sea, the drive of oil,
Socket and grave, the brassy blood,
Flower, flower, all all and all.
I
Su tutti tutto e tutti i mondi asciutti fanno leva,
Stadio del ghiaccio, l'oceano solido,
Tutto dal petrolio, il tonfo della lava.
Città di primavera, il fiore governato,
Ruota nella terra che rivolta le cittadine
cineree su una rotella di fuoco.
…
III
…
Squadrate in questi mondi il cerchio mortale.
Fate fiorire, fate fiorire la fusione della gente,
Oh luce per lo zenit, il germoglio accoppiato,
e la fiamma nella visione della carne.
Fuori dal mare, il viale petrolifero,
Da orbita ossuta e sepolcro, il sangue sfacciato,
Fate fiorire, fate fiorire, tutti, tutto e tutti.
La traduzione è di comodo, se ne potrebbero dare altrettante
valide e insufficiente. Ma ciò che comunque ne costituisce
il senso complessivo resta inalterato: esortazione a una presa
di coscienza dell'intrinseca pacificazione fra gli elementi del
mondo soggetti alle loro leggi di spazio e di tempo. Seppure gli
accostamenti lessicali siano alquanto audaci (e la sintassi dubbia),
è la loro conciliabilità nell'animo del poeta –e
nell'unità formale del componimento– a determinare quell'assenza
di disagio che altre eterotopie suggerimenti. Dico altre
ma dovrei dire le, poiché sembra più proprio
di questa forma dal verso regolare e dagli emistichi netti, strofica,
puntualmente paronomastica (pararima), il senso di una convivenza
possibile di elementi eterogenei che lo "Square in these
worlds the mortal circle" pienamente conferma (al contrario
del "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato | l'animo
nostro informe" di Montale e, ancora, la seconda sezione
di "Notizie dall'Amiata", ove al paradigma della forma
geometrica regolare del complesso architettonico corrisponde,
in un suo inserimento nella natura, una direzionalità degli
elementi che la costituiscono che rimanda all'ineffabilità
del tutto non mitigata, ma accentuata, dall'esperienza umana:
infinito, eterno v. transeunte, senso). La questione della differenza,
della molteplicità del creato, diviene allora motivo predominante
che attraversa le liriche thomasiane. Comunicazione e differenza
come distanza: distanza di cose e di esseri viventi, distanza
di sentimenti e distanza metafisica con l'altro o con un altro
se stesso, distanza, ancora, dell'espressione artistica quale
luogo (lontano, faticoso da raggiungere, dedaleo al suo interno,
nei suoi variegati e imprevedibili recessi e interstizi) ove possa
ancora ristabilirsi l'unione degli esseri e, finalmente, riavviarsi
la comunicazione come preludio alla comunione delle genti. Scrive
Ne Lo scambio simbolico e la morte (Feltrinelli, Milano
1979), il sociologo francese Jean Baudrillard scrive:
L'universalizzazione dell'Uomo si fa anch'essa al prezzo dell'esclusione
di tutti gli altri (pazzi, bambini, ecc.) nella loro differenza.
Quando l'Uomo si mette a somigliare all'Uomo, gli altri non
somigliano più a niente. Definito come universalità,
come referenza ideale, l'Umano, esattamente come dio, è
propriamente inumano e delirante. Ciò che nemmeno dice
Feuerbach è che questa operazione di rapimento, mediante
la quale Dio capta l'uomo a proprio vantaggio, in modo tale
che l'uomo non ne è più che il negativo esangue
di dio, Dio stesso, per un ritorno di fiamma, ne rimane morto.
E che anche l'Uomo sta per morire delle differenze umane (la
pazzia, l'infanzia, i selvaggi) che egli ha istituito.
Secondo questa impostazione, per Thomas si tratterebbe di una
presa di coscienza della differenza tra l'Umano e l'uomo del cristianesimo
universale, che viene avvertito più come fede nell'esistenza
di Dio della religione fondata che come unità dei fedeli
nella precettistica di questa o quella Chiesa. In effetti è
difficile attribuire a Thomas un credo riconducibile a un gruppo
di praticanti. Dalla lettera del gennaio 1933 a Trevor Hughes:
Non esorto a un isolamento monastico, e a un assillo per i
luoghi invisibili (vedi, anche il mio facile fluire di immagini
consce di se stesse vien meno, ed io rimango con la parola 'luoghi'
che è del tutto insufficiente). Questo è cattolicesimo
romano. (Un giorno potrò diventare cattolico, ma non
ancora). Devi vivere del mondo esterno, soffrire in esso
e con esso, goderne i mutamenti, disperarti per essi, tirare
avanti mediocremente con la routine del guadagno, innamorarti,
accoppiarti e morire. Devi far questo. … Ti potrà
sembrare strano da parte mia credere in questa filosofia –che,
in effetti, è soltanto un lievissimo adattamento della
religione cattolico romana. Di rado le mie poesie ne contengono
qualcosa. Ecco perché non mi soddisfano. Sono quasi tutte
le poesie esteriori. i tre quarti della letteratura mondiale
concernono il mondo esterno. … Le più grandi opere d'arte
sono forse quelle che conciliano, perfettamente, l'esteriore
e l'interiore.
Così in Vision and Prayer, di parecchi anni posteriore
alla lettera menzionata, il linguaggio apocalittico presenta figure
che non corrispondono a quelle simboliche della seconda venuta
di Cristo nell'Apocalisse di Giovanni, seppure di seconda
venuta si tratti e, forze, di terza età della storia secondo
il misticismo apocalittico di Gioacchino da Fiore. Diciamo piuttosto
che lo stato del mondo, metafisico o fisico che esso sia, viene
riproposto da Thomas con le immagini che di volta in volta gli
paiono più suggestive, non che poi le abbandoni alla deriva,
ma anzi v'è da parte sua un recupero e una coerenza di
immagini all'interno del testo. Come per il riddle di cui
scrive Northrop Frye in Spiritus Mundi, in Thomas manca
la chiave di lettura che rimandi a tutti i referenti co-testuali
(sinonimi co-testuali) e a quelli situazionali. Ma la lirica di
thomasiana non si pone semplicemente come proprio scopo quello
di suggerire delle caratteristiche di uno stato del mondo o di
immagini mentali che possano apparire suggestive o bizzarre. Sostanzialmente
il Thomas di Vision and Prayer non è né nell'ortodossia
di un riddle di Frye, né in quella dell'indovinello
di Giacomo Debenedetti; il primo è anzi, per il secondo
dei due professori, una caratteristica dell'ermetismo italiano
(e già del Simbolismo francese da Mallarmé in poi).
Ha scritto Debenedetti:
La spiegazione di un indovinello è una sola. Invece
quanto più ci si avvicina al verso ermetico, tanto meno
la spiegazione diviene obbligatoria.
In alcuni casi, "essa lo diventa da quando è il
poeta a darcela, a fissarla. Mallarmé invece non vuole
che lo diventi." [10]
Ed è il poeta a darla e fissarla fuori del testo, "spiegando"
l'ispirazione del suo componimento (come avviene, per esempio,
il 10 febbraio 1938 in una lettera che Dylan Thomas indirizza
a Hermann Peschmann). In Thomas va riscontrata invece una ispirazione
religiosa nutritasi di immagini proprie e di figure recuperate
dal testo biblico e da opere letterarie senza che quest'ultime
abbiano una preminenza rispetto alle prime. L'unità è
determinata dalla suggestione complessiva esercitata dalle immagini
adoperate, tanto da vanificare il tentativo di leggere i simboli
thomasiani come appartenenti a un sottocodice tradizionale preesistente.
Il linguaggio di Thomas non si piega all'ortodossia di una mentalità
collettiva o intellettuale, ma si sforza invece di non vagliare,
in sede testimoniale, quegli elementi che spesso sfuggono alle
maglie del linguaggio inteso come strumento della collettività
o degli iniziati. Così facendo la lirica di Thomas si propone
immediatamente come propria, pronta a mettere in discussione le
verità, mutevoli, del proprio tempo (si veda, nella lettera
a Pamela H. Johnson summenzionata, quel "le più grandi
variazioni di tali verità"); e l'oscurità si
dispiega egualmente dinanzi all'uomo comune e all'uomo di lettere,
prescrivendo, quella poesia, l'uscita dal senso comune dell'uno
e dell'altro, esorbitando dall'immediatezza della comunicazione
e vanificando l'applicabilità spiccia dei canoni interpretativi
della tradizione. Meglio che altrove, grazie ai due momenti della
testimonianza e della preghiera, in Vision and Prayer l'oscurità
del linguaggio riesce a esprimere l'indicibilità di una
esperienza di per sé ineffabile e la sacralità di
un linguaggio privato, esclusivo, che eleva il poeta a Dio in
un rapporto ascensionale del primo verso il secondo, collocando
il genere umano in un piano più basso ove può assumere,
semmai, solo il ruolo di spettatore di una enunciazione paradossalmente
glossolalica, fondata su una lingua inesistente ma i cui contenuti
si dimostrano oralmente inaccessibili. Siccome la poesia del nostro
si estende per un arco di poco più di vent'anni, a partire
dai suoi diciotto all'ultima disastrosa bevuta al White Horse
Tavern di Manhattan, e tenuto conto ch'egli sempre insistette
sul fatto che tutti i temi della sua arte, tutte le motivazioni
e gli intimi fermenti dovevano attribuirsi al periodo che va dall'infanzia
alla prima giovinezza, non ci sembra ozioso rifarsi a un passo
su Kipling (lettera a Pamela Hasford Johnson dell'ottobre[?] 1933),
in cui Thomas esterna alcune considerazioni sulla società
inglese di quegli anni:
Naturalmente, non le piace il suo [di Kipling] sventolar di
bandiere, perché sa bene quanto me che il patriottismo
è un inganno pubblicitario organizzato dagli azionisti
degli armamenti in eccesso; sa che lo Union Jack è soltanto
un perizoma nazionale per celare gli organi in putrefazione
di un sistema sociale malato; sa che la grande Guerra è
stata volutamente protratta affinché i finanzieri potessero
guadagnare di più; che se non fosse stato per le azioni
delle industrie degli armamenti la guerra sarebbe finita in
tre settimane; che a un certo punto della guerra francesi e
tedeschi si stavano bombardando a vicenda con munizioni fornite
dalla stessa industria, un'industria nella quale ecclesiastici
e uomini politici inglesi, ambasciatori francesi e uomini d'affari
tedeschi avevano investito tutti grosse somme di denaro; che
Kipling, riformato dall'esercito a causa del suo fisico gracile,
è ciononostante un militarista del tipo: 'Ho dato mio
figlio'; che il paese da lui lodato ed elogiato è un
paese che appoggia un sistema in seguito al quale gli uomini
muoiono di fame, e pesce, frumento, e caffè vengono bruciati
a centinaia di tonnellate; un sistema in seguito al quale agli
uomini non è consentito lavorare, sposarsi, avere figli;
in seguito al quale ogni anno vengono portati alla pazzia; in
seguito al quale i bambini nascono scrofolosi; in seguito al
quale alla chiesa è permesso impedire la prevenzione
delle malattie sessuali; un sistema così giusto che un
uomo viene arrestato il giorno di Natale per rate scoperte,
mentre la moglie aspetta un bambino e i suoi figli stanno morendo
di febbre tifoidea dovuta all'aver ingerito pesce guasto fornito
da un commerciante profittatore. Puah. Inghilterra, mia Inghilterra.
E Kipling continua a dimenarsi per essa, ed è più
facile corrompere un uomo politico di quanto lo sia corrompere
un venditore ambulante di frutta.
E poco prima, nella stessa lettera, Thomas dichiara di leggere,
appena alzato, "le cronache dei processi penali a pagina
tre con somma considerazione . . . tutte le notizie sugli stupri,
le frodi e gli assassini." E ancora, "odio il sistema
sociale che sta portando alla sodomia" l'umanità.
Si apre così una parentesi sul pensiero di Thomas che sfugge
a chi ne conosca soltanto l'opera in versi. In effetti, a parte
rare eccezioni, quello che Thomas chiamava "mondo interno"
prevale su quello esterno, né si vede, se non a sprazzi,
come i due mondi possano conciliarsi. Da un lato v'è in
lui la consapevolezza dello stato sociale presente, dall'altro
il rifiuto di tale condizione del genere umano. Se in Vision
and Prayer alcuni passi possono considerarsi (una volta sciolti
i nodi solubili delle ambiguità) moralistici, se non vuoti
di interesse per noi, dato l'apparente rimando a un cristianesimo
condannatorio, alla luce del seguente passo, ci si fa più
chiaro quale cristianesimo il nostro potesse concepire. L'estratto
è dalla lettera dell'autunno 1933 a Pamela Hansford Johnson:
Le leggi medievali di questo emisfero corrotto hanno imposto
una verginità più o meno obbligatoria durante
il periodo della vita in cui la verginità dovrebbe essere
considerata un reato contro i dettami del corpo. Durante l'adolescenza,
quando il sangue e il seme della carne che cresce necessitano,
per la prima volta e come non mai, di comunione e contatto con
il sangue e il seme di un'altra carne, i rapporti sessuali sono
considerati inutili o impuri. Il corpo deve essere mantenuto
intatto per il matrimonio, che di rado è possibile prima
dell'età di vent'anni; la manifestazione fisica del sesso
deve essere ingabbiata per sei o più anni finché,
per il costo di un anello, di una licenza, e di alcune parole
imbarazzanti, l'occasione viene offerta con tutto il cerimoniale
di una religione fallica. Ma molto spesso l'occasione si presenta
troppo tardi, il seme è inacidito, l'amore si è
trasmutato in lussuria, e la lussuria in sadismo; la mente è
stata coperta e soffocata dalle erbacce dell'inibizione; e l'unione
di due creature affamate, cui viene consentita a un tratto la
latitudine dei sessi, è condannata sin dall'inizio. …
Non soltanto ma le loro manifestazioni sessuali dovrebbero essere
incoraggiate.
Altrove lo sforzo di vedere il mondo innanzitutto coi propri
occhi e sentirlo nei propri rapimenti senza troppo preoccuparsi
dell'intelligibilità dell'espressione poetica, quel metter
su forme rituali che nulla hanno a che fare con questa o quella
etnia, altro non è (e non è poco) che un porre in
discussione, implicitamente, da dentro (dentro l'uomo e all'interno
dei meccanismi della poesia), le categorie e i parametri a cui
l'uomo occidentale fa riferimento per non perdersi alla deriva
del proprio divenire. In questo senso, nella conciliazione non
solo degli opposti ma dell'eterogeneità del mondo, la poesia
di Thomas celebra e testimonia il perduto e il desiderato,
in una unità formale che farebbe eco in qualunque contesto
storico. Potremmo dire che la poesia oscura di Thomas è
il lume di una lucciola nel buio, si muove nella giungla d'asfalto
del sociale ed echeggia con le proprie intermittenze nel cassonetto
di una cellula fotoelettrica illuminando a sprazzi inusitati la
città e il mondo. Il perduto sotto le acque del
diluvio nello "Author's Prologue" dei Collected
Poems 1934-1952 si intravede confuso, come nel secondo
dopoguerra i paesini prendono l'aspetto sempre più inumano
delle megalopoli, seppure in modo frammentario tanto da risultare
degli spettri non deambulanti di se stessi. Il desiderato
è una spinta verso quello che forse sarebbe stato per Thomas
impossibile realizzare. V'è certo un'umanizzazione sempre
più evidente nella lirica di thomasiana col montare degli
anni, a cui si associa una comunicazione più diretta dei
contenuti del suo pensiero. Il desiderato si verbalizza
allora nel suggerimento, nel consiglio, nell'augurio. La poesia
diviene sempre più il mezzo di un vivente (il poeta) per
i viventi, la riflessione prendendo a proprie fondamenta lo stato
del mondo e a questo aggiungendovi suggestioni simboliche più
funzionali, immagini mentali più suggestive e oggettivabili
("Fern Hill", "In country sleep", "Over
Sir John's hill", "In the white giant's thigh".
Ma la fantasia, l'estro di Thomas, la sua forte carica evocativa,
l'associazione lessicale originale o bizzarra (così come
la sintassi), non vanno perduti, ma ne vengono anzi evidenziati
i pregi. La poesia è il mezzo di sopravvivenza di un passato
sopraffatto, mezzo di comunicazione del presente, voce augurale
che anticipa il futuro. Eppure, se per Thomas la poesia è
più duratura della zia Ann ("After the funeral"),
non può però sfuggire al destino di mutabilità
del suo senso e al suo universale decadimento:
At poor peace I sing
To you strangers (though song
Is a burning and crested act,
The fire of birds in
The world's turning wood,
For my sawn, splay sounds),
Out of these seathumbed leaves
That will fly and fall
Like leaves of trees and as soon
Crumble and undie
Into the dogdayed night.
In pace povera canto
A voi stranieri (benché la canzone
Sia un gesto crestato bruciante,
Incendio di uccelli nel
Bosco rotante del mondo,
Per i miei suoni aperti e segati).
Da questi fogli diteggiati dal mare
Che voleranno e cadranno
Come foglie di alberi e altrettanto presto
Si sbricioleranno e de-moriranno
Entrando nella notte canicolare.
Come suona un passo dello "Author's Prologue". Il
che, grosso modo, significherebbe (il condizionale è d'obbligo
per almeno altre due interpretazioni che potrebbero esser tenute
in conto) che l'opera poetica verrà distrutta ("crumble")
come qualunque cosa creata da Dio ("leaves" vale come
exemplum), ma il suo contenuto di verità dopo quella distruzione
non potrà più perire:
. . . undie
Into the dogdayed night.
Grande contributo di Thomas è aver posto l'accento sulla
individualità che va alla deriva, sull'uomo che si deriva,
nietzschianamente, in una società in cu tutto si fa sempre
più difficilmente uguale a se stesso e impermeabile. Questa
condizione viene descritta da Jean Baudrillard in La trasparenza
del male (Sugarco, Milano 1991):
La possibilità della metafora svanisce in tutti i campi.
Questo è un aspetto della transessualità generale
che si estende ben al di là del sesso – a tutte le discipline,
nella misura in cui esse perdono il loro carattere specifico
ed entrano in un processo di confusione e di contagio, in un
processo virale di in distinzione che è l'evento primo
di tutti i nostri eventi. L'economia divenuta transeconomia,
l'estetica divenuta transestetica, il sesso divenuto transessuale,
convergono tutti in un processo trasversale e universale dove
nessun discorso potrebbe più essere la metafora dell'altro,
giacché, perché ci sia metafora, occorre che ci
siano dei campi differenziali e degli oggetti distinti. Ora,
la contaminazione di tutte le discipline mette fine a questa
possibilità. Metonimia totale, virale per definizione
(o per in definizione).
"Man be my metaphor" ("L'uomo sia la mia metafora")
concludeva il Thomas di "If I were tickled by the rub of
love" (in 18 Poems), stringendo sull'uomo la metafora
dell'io in un periodo antecedente Vision and Prayer. L'uomo
thomasiano, nel suo avvicinamento massimo all'io lirico, si perde
completamente nel tutto. Un urlo estremo, risonante solo di sé,
sospeso nel vuoto del mondo. È l'uomo che perde Dio per
ritrovarlo e riperderlo, come spesso capita di scorgere fra le
pagine di Thomas. Ma è specialmente, con Vattimo, una manifestazione
caratterizzata
dal "pathos dell'autenticità"; cioè,
in termini nietzschiani, dalla resistenza del compiersi del
nichilismo
poiché
nichilismo significa qui ciò che esso significa per
Nietzsche nell'appunto che sta all'inizio della vecchia edizione
del Wille zur Macht: la situazione nella quale l'uomo
rotola via dal centro verso la X. (Gianni Vattimo, La fine
della modernità, Garzanti, Milano 1985).
Il mondo dell'immaginazione e della testimonianza di Thomas
vengono assunto oggi da tutta un'arte di montaggio e di smontaggio
che trova nella sequenza di immagini del Gaudente di Ted
Hughes uno dei punti d'arrivo più prestigiosi e nel Moortown
uno degli esempi di maggiore contrazione dell'immagine con il
maggiore risultato espressivo e visivo. La parola di Thomas non
è allora solo nella direzione d'una repulsione del mondo
contemporaneo, ma viene da questo ricevuta e inglobata con facilità
sconcertante. Il suo tutto unire viene a essere pienamente assorbito
senza, forse, che neppure gli autori contemporanei ne abbiano
la consapevolezza. Quando realtà e pagina si assomigliano,
come nel finale de Il cavaliere inesistente di Italo Calvino,
si può dire che il secolo di Eliot, sommo maestro d'intuizione
e giudizio, s'è fatto un po' da parte. Alla sua ironia,
spietata, ha preso il posto un'ironia in cui la contraddizione,
come dicevamo, non allontana ma accomuna. Ancora, con Baudrillard
de La trasparenza del male, diremo che:
D'altra parte è la sola funzione intellettuale vera
e propria quella che usa la contraddizione, l'ironia, il contropiede,
la falla, la reversibilità, che sempre disobbedirà
alla legge e all'evidenza. E se oggi gli intellettuali non hanno
più niente da dire, il fatto è che questa funzione
ironica è loro sfuggita perché si mantengono sul
terreno della coscienza morale, politica e filosofica, mentre
il gioco è cambiato e tutta l'ironia, tutta la critica
radicale è passata dalla parte dell'aleatorio, della
virulenza, della catastrofe, del ribaltamento accidentale o
sistematico – nuova regola del gioco, principio di incertezza
che oggi regna su qualunque cosa, e fonte di un piacere intellettuale
intenso (senza dubbio addirittura un piacere spirituale).
Ma, per chiudere questa breve parentesi sulla lirica di Dylan
Thomas, ascoltiamo mentre canta l'amore e pensiamo ai nostri amanti
o a quelli di ieri, e immaginiamo, trasognati o impavidi, quali
mai possano entrare nelle nostre vite e rimuoverne i traffici
o ribadirli a quattro mani. Ascoltiamo l'amore cantato e la metafora,
in un tempo in cui la metafora ha preso sempre più il posto
della similitudine e fantasia e realtà giocano a scambiarsi
moduli e moduli, e la critica s'aggiunge alla critica, e le luci
si accendono, e la pagina, la nostra voce, s'affievolisce, tace:
Love
in the Asylum
A
stranger has come
To share my room in the house not right in the head,
A
girl mad as birds
Bolting the night of the door with her arm her plume.
Strait
in the mazed bed
She deludes the heaven-proof house with entering clouds
Yet she deludes with walking the nightmarish room,
At
large as the dead,
Or rides the imagined oceans of the male wards.
She
has come possessed
Who admits the delusive light through the bouncing wall,
Possessed
by the skies
She sleeps in the narrow trough yet she walks the dust
Yet
raves at her will
On the madhouse boards worn thin by my walking tears.
And taken by light in her arms at long and dear last
I
may without fail
Suffer the first vision that set fire to the stars.
Amore
in sanatorio
Una
sconosciuta è venuta
A condividere la mia stanza nella casa non proprio a posto di
testa,
Una
ragazza matta come gli uccelli
Che sbarra la notte della porta con il suo braccio la sua piuma.
Ristretta
nel letto confuso
Lei elude la stanza impermeabile ai paradisi con nuvole entranti
Ma lei elude passeggiando nella stanza da incubi,
Scatenata
come i morti,
O naviga gli oceani immaginati dei reparti maschili.
È
venuta posseduta
Colei che fa entrare la luce elusiva attraverso il muro respingente,
Posseduta
dai cieli
Lei dorme nel trogolo stretto ma passeggia sulla polvere
Ma
dà di matto come vuole
Sulle assi del manicomio assottigliate dalle mie lacrime ambulanti.
E alla lunga e alla cara fine io, preso dalla luce,
È
certo che posso
Sostenere la prima visione che diede fuoco alle stelle.
Nicola D'Ugo
Versione
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