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Uomo
ottocentesco, ma padre del modernismo del Novecento, autodidatta
e fondatore della nuova poesia americana, amante dell'Opera italiana
e fautore di un'arte al di sopra della tradizione, artista che
fa della natura il suo punto di riferimento, dell'uomo comune
il suo oggetto d'ammirazione e il suo interlocutore, delle movenze
prosastiche del verso la sede della sensualità espressiva,
del concetto il luogo generale a cui si riconduce la multiforme
materia, Walt Whitman (1819-1892) si ritrova tutto in una sola
opera Leaves of Grass (Foglie d'erba), incessantemente
riveduta, fino all'edizione definitiva del 1891-92, che ne costituisce
il documento testamentario. Questa, pubblicata ora da Marsilio,
è invece la prima edizione del 1855, allora definita da
Emerson «miracolo».
L'opera è di per sé magistrale, anticipata da una
sorta di prefazione in prosa, che Whitman non volle più
porre nell'edizione del 1891-92. La celebrazione dell'uomo e del
poeta, il primato dell'uomo comune americano sul suo rappresentante
politico, l'ottimismo riposto nelle possibilità individuali
e collettive, il senso di fratellanza coi deboli, il dispregio
delle ricchezze, l'ammonimento agli Stati affinché non
tradiscano le aspettative della «nuova nazione» e «razza di razze»,
possono lasciare oggi stupiti rispetto a certi esiti delle vicende
politiche americane, se è vero che a Foglie d'erba
ci si riferisce come alla Bibbia Americana.
Dell'ambizione di Mario Corona di rendere «i diversi registri
del discorso, dal sublime al didascalico al colloquiale», come
si legge nella Nota del traduttore, resta solo l'intento. L'anafora,
di fondamentale valore in uno scritto poetico, la si trascura
(«much», ripetuto nel verso 22, è reso indifferentemente
con «tanti» e «un gran che»); l'elencazione dal ritmo serratissimo,
con giustapposizione variata di bisillabi e monosillabi nettamente
accentuati ad effetto –e di cui si trova un esito struggente nelle
più accese pagine dei Cantos di Pound (seguirà
poi una linea evolutiva che passerà da William Carlos Williams
ad Allen Ginsberg)– si riduce a una semplice traduzione impoetica
e quasi anestetizzata, come se la «carica erotica», di cui fa
cenno Corona, risiedesse tutta nel significato lessicale. Così,
le parole astratte, chiarificatrici di molti passi del poema,
vengono mortificate in elementi prosodici (suono e ritmo) che
non danno esito a unità di appercezione estetica. Termini
come «crotch», che indica sia la biforcazione dei rami che l'inforcatura
del corpo umano, così carico di sensualità nel doppio
riferimento al corpo umano e vegetale, diventa un «tronco biforcato»,
senza tener conto che nell'elencazione dello stesso verso si trova
«loveroot», reso però con «radice d'amore».
Un'edizione con testo a fronte e apparato critico che non può
che essere suggestiva a prescindere dall'esito poetico della traduzione,
che non fosse stata così ambiziosa nell'intento avrebbe
incontrato un maggior favore, giacché il libro rappresenta
uno dei più importanti eventi editoriali degli ultimi anni.
Nicola D'Ugo
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