| Oltre la musica: Il poeta Fabrizio De André |
"Benedetto Croce
diceva che fino all'età dei diciotto anni tutti scrivono
poesie, dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie
di persone: i poeti e i cretini. Quindi io precauzionalmente preferirei
considerarmi un cantautore. Per quanto riguarda l'ipotesi di differenza
fra canzone e poesia, io non ho mai pensato che esistessero arti
maggiori o arti minori, casomai di (sic) artisti maggiori
e artisti minori. Quindi se si deve parlare di differenza fra poesia
e canzone credo che la si dovrebbe ricercare soprattutto in dati
tecnici," diceva De André in una recente intervista televisiva.
Ogni qualvolta un testo non sia presentato nella sua forma autonomamente
scritta, ma, come per la sceneggiatura cinematografica e per il
dramma teatrale, esso sia già inglobato all'interno di forme
espressive e mediatiche diverse, ci si può porre il quesito
della letterarietà. La domanda cui si è chiamati a
rispondere è se, dato un codice semiotico, ciò che
sia riconducibile a quel codice possa gareggiare con gli altri competitori.
Nel caso specifico, si vuole rispondere alla domanda secondo la
quale un testo, estrapolato dalla musica, sia di una valenza letteraria
tale da emergere in un insieme prestigioso di testi. Anzitutto bisognerà
chiarire che il dato statistico non è un ottimo metodo di
valutazione. Esso dà per buono che il meglio sia ottimo,
salvo poi screditarsi in una comparazione più estesa (per
es.: dal 1500 al 1900, anziché dal 1600 al 1702). Questo
metodo del meglio o meno peggio appare poco adeguato a esprimere
un giudizio che entri nella meccanica del componimento, nella sua
capacità di accendere scenari, suggestionare, far sentire
sulla pelle tutto un ambiente immaginario. |

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È allora più opportuno osservare, a pochi mesi
dalla morte, il lascito poetico di De André. La sua scrittura,
estrapolata dalla musica, ne appare indipendente, non perché
rispecchi la forma musicale, come una sorta di parallelismo, ma
perché è ricca di una prosodia propria, più
o meno regolare, decisamente congegnata secondo l'effetto di attesa
della lettura e della ricezione verbale. In questo senso, quella
scrittura si presenta come classica, perché è per
lo più incanalata in una metrica di versi regolari a seconda
delle strofe, che hanno una ragione tradizionale di fondo che
viene da molto lontano.
Così la celeberrima "Via del Campo" è costituita
da sei quartine di novenari anapestici a rima alternata, secondo
lo schema abba, salvo la falsarima puttana/mano,
l'assonanza maritare/scale e la rima anticipata all'interno
amor/fior dell'ultima strofa. Ciò che se ne apprezza
è l'effetto della ritmica, la ricorrenza sonora garantita
dalla regolarità delle rime, il rallentamento dei versi
dovuto all'accento che batte sulla prima sillaba di ciascuno di
essi e la regolarità delle sillabe che seguono lo schema.
Il novenario è un tipo di verso prevalentemente popolare
che ha avuto maggiore e minor fortuna nei secoli. D'uso fin nel
basso medioevo, fu sconsigliato da Dante nel De Vulgari Eloquentia,
il quale lo adoperò solo in "Per una ghirlandetta". Prima
di lui l'impiegò Guittone D'Arezzo, e in tempi più
recenti Carducci e il Pascoli dei Canti di Castelvecchio,
Gozzano, Palazzeschi e Campana, seppure, in questi autori, sia
spesso associato ad altri metri. La forma di De André è,
però, di tipo popolare, giacché il novenario anapestico
e trocaico pare sconosciuto alla poesia aulica. Pascoli e gli
altri lo impiegarono nella forma giambica, che produce un incalzare
che è invece assente in "Via del Campo", il cui ritmo produce
un senso di lentezza, spezzandosi in due fra gli emistichi, gettando
una sorta di pausa di silenzio e sospensione fra "gli occhi grigi"
e "come la strada" (v. 7). Ecco che il componimento è sospeso
su qualcosa che non è solo suono. Perché la sospensione
del verso e quel suo dividersi in due momenti? La poesia si ripiega
e ridispiega in due momenti. Fra la prima parte del verso e la
seconda v'è un accostamento originale, che produce a sua
volta una dicotomia, ossia una sorta di contraddizione. Se nel
verso 7 il "grigio" dà più un'idea di chiusura e
di cecità, il fatto che De André abbia posto "come
la strada" anziché come la nebbia, riapre alla speranza
e al tempo dell'eventualità ogni possibilità di
una situazione umana ulteriore. Osserviamo gli ultimi due versi
del brano e proviamo a spezzarne uno alla volta.
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"dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior"
diventeranno ciascuno due momenti così divisi:
"dai diamanti – non nasce niente"
e
"dal letame – nascono i fior".
Nel primo caso ("dai diamanti – non nasce niente")
appena affiora l'immagine mitica del diamante, foriera di pensieri
di ricchezza e purezza, di benessere economico e di bellezza estetica,
noi ci disponiamo a riceverla con letizia. Ma subito dopo l'immagine
è svilita e come annientata, giacché quei diamanti
sono forieri di "niente" ("non nasce niente"). Il luogo comune
è abbattuto, ridisposto su una linea prospettica diversa,
che altro non è se non la presa d'atto di una caratteristica
dei diamanti. Qui non si tratta, infatti, di alcun giudizio denigratorio
nei confronti dei diamanti, ma dell'enunciazione di una loro caratteristica
che abbatte l'idea leggendaria che vi associamo e, in definitiva,
la riconosciamo come qualcosa che inibisce il futuro. O, secondo
una premessa maggiore foriera di un ovvio sillogismo: tutti
i diamanti sono sterili.
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L'ultimo verso ("dal letame – nascono i fior") è composto
allo stesso modo, ma ribaltato nella sua proposta: una negatività
produce una positività. È fin troppo chiaro quale
repulsività sia suggeriscata dal "letame". Di contro, viene
messo poi in risalto un futuro più bello di quello dei
"diamanti", giacché si tratta di: vita, bellezza, profumo
ecc. Proprio ciò che è negato dalla sterilità
delle pietre preziose. La spezzatura ritmica del novenario che
Dante non amava diventa, nelle mani di De André, un mezzo
efficace per porre in contrapposizione le immagini che presenta,
riservando alla prima parte (anapestica o trocaica) l'accentramento
del luogo comune, e alla seconda (per lo più giambica e,
quindi, incalzante) l'abbattimento del luogo comune e l'emersione
di un'immagine bella che arricchisce di vita, speranza, amore
il senso dello scritto.
Con queste modalità, si osserverà che anche in altri
componimenti ciò che è connotato da un giudizio
negativo può, attraverso una lucida analisi dei personaggi
e delle situazioni, riservare epifaniche sorprese, sia nel bene
che nel male, sia in merito all'amore che all'amicizia, all'inimicizia,
all'odio.
Nicola D'Ugo
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this article was first published in April 1999
in Notizie
in
Controluce
with the title "Oltre la musica: il poeta Fabrizio De André"
(Beyond Music. Fabrizio De André As Poet)
l'articolo è stato pubblicato per la prima volta nell'aprile
del 1999
su Notizie
in
Controluce con il titolo "Oltre la musica: il
poeta Fabrizio De André"
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