Nicola D'Ugo Official Website

ritorna alla home pagecurriculum, biografiarecensioni, articoli, saggiraccontipoesie, canti, ballate, pensieri in versidisegni, dipinti, fotografie d'autorenovitàle edizioni su carta di tutti i testisfondi e screensaveri siti amici e ringraziamentiper contattare Nicola D'Ugo

 

|Fioravanti

  arte · cinema · fumetto · letteratura · musica · società · teatro
Accettazione di un'illusione. Sulla fotografia di Fabrizio Fioravanti

L'immagine fotografica parte da una lontananza e si ritrova qui, davanti a me. Viene da un tempo che non coincide con il mio tempo. Anche il luogo è un altro, e la nuvola non inumidisce, il sole non è meno accecante fuori della finestra, né si preannunciano piogge imminenti.
Tutto questo si può trasportare da un luogo all'altro e ogni volta l'esercizio emissivo di un luogo e di un tempo modifica e interagisce. Il luogo interagisce, mettendosi in moto in una direzione che senza l'immagine non sarebbe mai stata assunta da alcuna azione così netta, seppure fosse sempre stata concepibile.

Ciò che l'immagine mette in gioco è il proprio tempo e il luogo più tangibile e meno concreto. La consuetudine, fortificata dai suoi modi e luoghi, trova nell'immagine fotografica la sua opposizione: il corpo del fruitore si accomoda o resta sospeso in un disagio che la mente vorrebbe ovviare, esso entra o rientra in un ambiente familiare o insolito, in un luogo che è già sempre altro da sé. La foto è un altro luogo, aggiuntivo. Essa può già porsi come oggetto eterotopico, a meno che la mente non rimuova l'ambiente e il corpo il suo sentire. Questa automobile parcheggiata, questo portale sormontato dalla geometria decisa e assecondatrice dell'arco a tutto sesto, questa nuvolaglia precipite nell'orizzonte forse non esistono, inghiottiti dalla furia degli elementi, battuti e martellati da mani ingegnose o selvagge, cannoneggiati e asportati dall'uomo in un successivo momento. Allora, nel momento del giorno in cui il punto di vista del fotografo è assecondato dalla luce, quegli oggetti, quello stato di cose delimitato dall'inevitabile formato, v'erano, e l'occhio fotografico riprendeva, a scelta o a caso, la loro presenza. Ambientandosi, il fotografo ricreava a sua volta un ambiente per la moltitudine di possibili ambienti in cui quella fotografia, non accecata dall'inopportuna esposizione, avrebbe potuto intraprendere il proprio viaggio.

Nel momento della sua nascita la foto ha diramato l'inizio di una conoscenza, ha diffuso un segno. Eppure non ha decretato, nel suo essere e come molti sostengono, alcuna morte. La morte antecede il fare umano, e se la fotografia, nel suo cogliere un soggetto nell'istante fugace, rappresenta, per ciò solo, il senso della morte del momento, è perché essa fa parte del mondo della nostra sensibilità, della sua limitatezza.
Al contrario, il dubbio si pone come resistenza, come risposta alla domanda: «Tutto ciò che vedo in questa foto esiste ancora?» Certo vi fu, sebbene possa cogliere anche degli elementi che diano adito alla possibilità di una finzione, la quale non implica una inesistenza, ma un mutamento di valore, un oggetto interpretativo.

Il cogliere lo stato delle cose non significa coglierne la realtà. Il bambino per strada può essere il complice perfetto del testimone, del fotografo che ne immortala il movimento in un luogo altrimenti inabitato. Può essere un attore. Senz'altro, lo si sa sempre dei bambini, è l'interprete del modello del momento, del suo mito ludico, senza che ciò richieda la complicità con l'osservatore.
La scelta del testimone, dell'osservatore del luogo, ha valenze artistiche: dunque, e sempre, culturali. Uno degli aspetti fondamentali della cultura occidentale è quello politico. La desolazione e la fatiscenza dei luoghi, delle costruzioni da scenario di inabilità e abbandono, sono una eventualità che da sé sola non può neppure imporsi in quanto luogo ulteriore, oltre il suo essere radicato e gravato e tempestato e disabitato a suo modo. Comunicativamente, è un ente risibile, giacché è l'artista ad avere la responsabilità delle proprie scelte, la paternità di un parto, l'autorità di un fare esistere altrimenti in un qualunque luogo del mondo il segno che la luce gli consente.

Un anfiteatro desolato colto nella sua pura esistentività di costruzione è altro dall'essere preceduto da una strada deserta e coronato in lontananza da un grappolo di edifici in fatiscenza. È una scelta politica, o un'omissione, non entrare o entrare nelle singole abitazioni, a testimoniare il possibile calore e l'allegria domestica, i visi cupi o aperti all'obiettivo. È una scelta politica riferirsi a un'urbanistica che trascenda una funzione urbanistica. Ma è pur vero, o c'è da credere, che la desolazione dei luoghi non derivi dall'elezione dell'ora e del giorno di maggiore desolazione, che non sia stato operato un intervento di taglio e incollaggio della realtà locale, dello stato di cose di due paesi, due comuni della Calabria.

Pensare che si tratti della Calabria può essere fuorviante. Osservare l'assenza di persone per le strade può meglio rappresentare l'incontro con l'immagine fotografica. Nel primo caso, la memoria individuale si appoggia troppo all'esperienza personale precorsa, sia ambientatasi in quei luoghi, sia esercitata dalla fruizione di notizie che, con altro mezzo espressivo (anzitutto la parola), li ha preannunciati. L'esperienza è una delle problematiche principali che ci pone qualunque conoscenza. È il problema antropologico del trovarsi in un luogo e di essere fondamentalmente partecipi di una cultura, quale essa sia. Non è migliore antropologo l'indigeno del forestiero. L'integrazione e l'alterità trovano un punto di convergenza nell'accettazione di una illusione: l'omologazione di sé all'altro o dell'altro a sé, l'importazione e l'esportazione di culture, le quali rappresentano delle traduzioni limitate a un tempo e a un luogo. È questo che ha contraddistinto lo sforzo espressivo degli antropologi di questo secolo, seppure il loro resoconto debba dirsi riduttivo e l'antropologismo ancora una via fallimentare.

Di contro, l'arte si fa universale non tanto perché essa prescinde da tempi e luoghi, come molti, ancora oggi, vorrebbero sostenere, ma perché sintetizza in modo imparziale le vicende umane, ritagliando uno spazio e aprendosi una finzione entro cui l'uomo può riconoscersi. Da questo punto di vista, l'arte testimoniale di eventi cronistici, di luoghi esperibili, è finzione, pur prescindendo da trame e personaggi fittizi. Per l'arte non ha senso raccontare lo stato delle cose, ma portare la collettività, cui è rivolta la sua istanza pubblica, alla partecipazione dell'evento, al suo farsi intimamente parte di un'esperienza vissuta dalla collettività. Di qui il valore dell'universalità dell'arte, che non può risparmiarsi l'invadenza nel territorio fittizio della politica, nelle camere serrate delle intimità individuali, nei caveaux menzogneri di una data cultura.
Osservare una fotografia significa allora accettare la strategia di un vaglio culturale, in cui il diverso s'evidenzia con più nitore, e nelle sue frange estreme è preso per pazzia; oppure andarvi incontro aprendo spazi possibilistici dell'immaginazione, non dando nulla per già raccontato, ma percorrendo quelle strade disabitate tagliate dal formato, cercando di scrutare gli oggetti più lontani nella resa della luce, di valutare l'eventualità di un'imitazione di quei luoghi in questi luoghi, in cui la fotografia ha abbandonato il momento testimoniale ed è approdata a un nuovo ambiente.

Nicola D'Ugo

Versione per la
stampa (in PDF)


this introduction was first published with the title "Accettazione di un'illusione"
(An Illusion Acceptance) in the book:
Fabrizio Fioravanti, Cittanova, Polistena. Immagini da due comuni di Calabria
tra identità e omologazione,
Edizioni Kappa, Roma 1997
questa introduzione è stata pubblicata con il titolo
"Accettazione di un'illusione" nel libro:
Fabrizio Fioravanti, Cittanova, Polistena. Immagini da due comuni di Calabria
tra identità e omologazione
, Edizioni Kappa, Roma 1997

 
       
dal 5 ottobre 2000 / since 5 October 2000 / с 5 октября 2000 г.