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Accettazione di un'illusione. Sulla fotografia
di Fabrizio Fioravanti
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L'immagine fotografica parte da una lontananza e si ritrova qui,
davanti a me. Viene da un tempo che non coincide con il mio tempo.
Anche il luogo è un altro, e la nuvola non inumidisce,
il sole non è meno accecante fuori della finestra, né
si preannunciano piogge imminenti.
Tutto questo si può trasportare da un luogo all'altro e
ogni volta l'esercizio emissivo di un luogo e di un tempo modifica
e interagisce. Il luogo interagisce, mettendosi in moto in una
direzione che senza l'immagine non sarebbe mai stata assunta da
alcuna azione così netta, seppure fosse sempre stata concepibile.
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l'immagine mette in gioco è il proprio tempo e il luogo più
tangibile e meno concreto. La consuetudine, fortificata dai suoi
modi e luoghi, trova nell'immagine fotografica la sua opposizione:
il corpo del fruitore si accomoda o resta sospeso in un disagio
che la mente vorrebbe ovviare, esso entra o rientra in un ambiente
familiare o insolito, in un luogo che è già sempre
altro da sé. La foto è un altro luogo, aggiuntivo.
Essa può già porsi come oggetto eterotopico, a meno
che la mente non rimuova l'ambiente e il corpo il suo sentire. Questa
automobile parcheggiata, questo portale sormontato dalla geometria
decisa e assecondatrice dell'arco a tutto sesto, questa nuvolaglia
precipite nell'orizzonte forse non esistono, inghiottiti dalla furia
degli elementi, battuti e martellati da mani ingegnose o selvagge,
cannoneggiati e asportati dall'uomo in un successivo momento. Allora,
nel momento del giorno in cui il punto di vista del fotografo è
assecondato dalla luce, quegli oggetti, quello stato di cose delimitato
dall'inevitabile formato, v'erano, e l'occhio fotografico riprendeva,
a scelta o a caso, la loro presenza. Ambientandosi, il fotografo
ricreava a sua volta un ambiente per la moltitudine di possibili
ambienti in cui quella fotografia, non accecata dall'inopportuna
esposizione, avrebbe potuto intraprendere il proprio viaggio. |

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Nel momento della sua nascita la foto ha diramato l'inizio di
una conoscenza, ha diffuso un segno. Eppure non ha decretato,
nel suo essere e come molti sostengono, alcuna morte. La morte
antecede il fare umano, e se la fotografia, nel suo cogliere un
soggetto nell'istante fugace, rappresenta, per ciò solo,
il senso della morte del momento, è perché essa
fa parte del mondo della nostra sensibilità, della sua
limitatezza.
Al contrario, il dubbio si pone come resistenza, come risposta
alla domanda: «Tutto ciò che vedo in questa foto esiste
ancora?» Certo vi fu, sebbene possa cogliere anche degli elementi
che diano adito alla possibilità di una finzione, la quale
non implica una inesistenza, ma un mutamento di valore, un oggetto
interpretativo.
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Il cogliere lo stato delle cose non significa coglierne la realtà.
Il bambino per strada può essere il complice perfetto del
testimone, del fotografo che ne immortala il movimento in un luogo
altrimenti inabitato. Può essere un attore. Senz'altro,
lo si sa sempre dei bambini, è l'interprete del modello
del momento, del suo mito ludico, senza che ciò richieda
la complicità con l'osservatore.
La scelta del testimone, dell'osservatore del luogo, ha valenze
artistiche: dunque, e sempre, culturali. Uno degli aspetti fondamentali
della cultura occidentale è quello politico. La desolazione
e la fatiscenza dei luoghi, delle costruzioni da scenario di inabilità
e abbandono, sono una eventualità che da sé sola
non può neppure imporsi in quanto luogo ulteriore, oltre
il suo essere radicato e gravato e tempestato e disabitato a suo
modo. Comunicativamente, è un ente risibile, giacché
è l'artista ad avere la responsabilità delle proprie
scelte, la paternità di un parto, l'autorità di
un fare esistere altrimenti in un qualunque luogo del mondo il
segno che la luce gli consente.
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Un anfiteatro desolato colto nella sua pura esistentività
di costruzione è altro dall'essere preceduto da una strada
deserta e coronato in lontananza da un grappolo di edifici in
fatiscenza. È una scelta politica, o un'omissione, non
entrare o entrare nelle singole abitazioni, a testimoniare il
possibile calore e l'allegria domestica, i visi cupi o aperti
all'obiettivo. È una scelta politica riferirsi a un'urbanistica
che trascenda una funzione urbanistica. Ma è pur vero,
o c'è da credere, che la desolazione dei luoghi non derivi
dall'elezione dell'ora e del giorno di maggiore desolazione, che
non sia stato operato un intervento di taglio e incollaggio della
realtà locale, dello stato di cose di due paesi, due comuni
della Calabria.
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Pensare che si tratti della Calabria può essere fuorviante.
Osservare l'assenza di persone per le strade può meglio
rappresentare l'incontro con l'immagine fotografica. Nel primo
caso, la memoria individuale si appoggia troppo all'esperienza
personale precorsa, sia ambientatasi in quei luoghi, sia esercitata
dalla fruizione di notizie che, con altro mezzo espressivo (anzitutto
la parola), li ha preannunciati. L'esperienza è una delle
problematiche principali che ci pone qualunque conoscenza. È
il problema antropologico del trovarsi in un luogo e di essere
fondamentalmente partecipi di una cultura, quale essa sia. Non
è migliore antropologo l'indigeno del forestiero. L'integrazione
e l'alterità trovano un punto di convergenza nell'accettazione
di una illusione: l'omologazione di sé all'altro o dell'altro
a sé, l'importazione e l'esportazione di culture, le quali
rappresentano delle traduzioni limitate a un tempo e a un luogo.
È questo che ha contraddistinto lo sforzo espressivo degli
antropologi di questo secolo, seppure il loro resoconto debba
dirsi riduttivo e l'antropologismo ancora una via fallimentare.
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Di contro, l'arte si fa universale non tanto perché essa
prescinde da tempi e luoghi, come molti, ancora oggi, vorrebbero
sostenere, ma perché sintetizza in modo imparziale le vicende
umane, ritagliando uno spazio e aprendosi una finzione entro cui
l'uomo può riconoscersi. Da questo punto di vista, l'arte
testimoniale di eventi cronistici, di luoghi esperibili, è
finzione, pur prescindendo da trame e personaggi fittizi. Per
l'arte non ha senso raccontare lo stato delle cose, ma portare
la collettività, cui è rivolta la sua istanza pubblica,
alla partecipazione dell'evento, al suo farsi intimamente parte
di un'esperienza vissuta dalla collettività. Di qui il
valore dell'universalità dell'arte, che non può
risparmiarsi l'invadenza nel territorio fittizio della politica,
nelle camere serrate delle intimità individuali, nei caveaux
menzogneri di una data cultura.
Osservare una fotografia significa allora accettare la strategia
di un vaglio culturale, in cui il diverso s'evidenzia con più
nitore, e nelle sue frange estreme è preso per pazzia;
oppure andarvi incontro aprendo spazi possibilistici dell'immaginazione,
non dando nulla per già raccontato, ma percorrendo quelle
strade disabitate tagliate dal formato, cercando di scrutare gli
oggetti più lontani nella resa della luce, di valutare
l'eventualità di un'imitazione di quei luoghi in questi
luoghi, in cui la fotografia ha abbandonato il momento testimoniale
ed è approdata a un nuovo ambiente.
Nicola D'Ugo
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stampa (in PDF)
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this introduction was first published with the
title "Accettazione di un'illusione"
(An Illusion Acceptance) in the book:
Fabrizio Fioravanti, Cittanova, Polistena. Immagini da due
comuni di Calabria
tra identità e omologazione, Edizioni
Kappa, Roma 1997
questa introduzione è stata pubblicata con il titolo
"Accettazione di un'illusione" nel libro:
Fabrizio Fioravanti, Cittanova, Polistena. Immagini da due
comuni di Calabria
tra identità e omologazione, Edizioni
Kappa, Roma 1997
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