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|L'uomo nell'età della guerra

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L'uomo nell'età della guerra

Neppure nel 1990 ci si poneva in modo così lacerante e diffuso il dilemma dell'uso delle armi. Allora, durante la crisi del Golfo, all'indomani dell'invasione del Kuwait da parte delle truppe irachene, gli americani apparivano pronti a reagire, inviando un quantitativo di uomini pari a circa mezzo milione di soldati. Le diplomazie fremevano. La Lega Araba si riuniva. L'Arabia Saudita offriva i propri territori a quelli che in breve tempo sarebbero stati gli Alleati.
A sancire la legittimità dell'intervento erano le Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, dopo una serie di risoluzioni tese a ristabilire la pace nella regione e a salvaguardare l'incolumità delle popolazioni civili, approvava, nel novembre 1990, una risoluzione di ultimatum (S/RES/678) cui sarebbe seguita, dopo il 15 gennaio, l'applicazione dell'art. 42 della Carta delle Nazioni Unite, che prevede «tale azione da parte di forze di aria, di mare o di terra che sia necessaria per mantenere o restaurare la pace internazionale.» La Cina si asteneva, senza porre il proprio veto. Perfino la Siria, antica nemica degli Stati Uniti, avrebbe permesso, nei mesi successivi alla risoluzione, il sorvolo del suo spazio aereo, mentre nessun paese ostile a Israele approfittava dell'occasione per minarne l'integrità territoriale.
In Italia, il Parlamento approvava l'invio di un proprio contingente militare per attuare la risoluzione. La sinistra titubava fra posizioni interventiste e di non intervento. Non era ancora l'era del Pds e dei Verdi al governo.
Fu presto chiaro che Saddam Hussein doveva apparire come una sorta di demonio, causa di tutti i mali del mondo. L'Impero del Male, l'Unione Sovietica riabilitatasi nell'era Reagan-Gorbačëv, aveva ormai cambiato volto, e interveniva a fianco degli Alleati voluti da Bush. In quel momento di crisi profonda della coscienza mediorientale, l'Onu sembrava essere il luogo della soluzione di tutti i conflitti mondiali. Il metodo, quello delle armi contro le armi, non doveva essere dettato da quell'evangelico "porgi l'altra guancia" di cui ci facevano precetto gli insegnanti delle scuole elementari e le nostre famiglie cattoliche. Ma l'idea che la crisi si sarebbe risolta senza sparare un solo colpo appariva a molti più che possibilista. La minaccia delle armi tecnologicamente più evolute e numericamente ineguagliabili sembravano essere un sicuro scudo contro qualsiasi tentativo di opporsi alle ragioni dell'Onu.
Fu solo in seguito, provata l'ostinazione del leader iracheno, che increduli vedemmo illuminarsi il cielo notturno di Baghdad, con il fuoco infinito della contraerea che sparava sopra la città e con i velivoli che dall'alto provavano i propri congegni "chirurgici". Fu un brivido, provato da casa, con la mamma e la sorella corse in salotto allibite e preoccupate nel vedere con quanto splendore potesse apparire la morte. I sentimenti si alternavano fra il desiderio di rivalsa e il dolore del danno provocato laggiù, in un fondo di palazzi e scantinati, dove i civili in carne e ossa (gli uomini in carne e ossa, con o senza divisa addosso), gli stessi che come noi non segnano i drammi della storia, dovevano subire qualcosa che un romantico avrebbe chiamato sublime, un medievale l'inferno. La domanda non fu ancora: porgere amore con una bomba? Qui si trattava del "Dio sia con noi" americano che sapeva d'Antico Testamento, secondo un diritto e una fede che antecede in pratica la venuta di Cristo. E se non vi fu nulla di scandaloso in tutto questo è perché le ragioni del cristianesimo violento hanno sopraffatto per secoli gli altri rivoli, quelli del cristianesimo pacifico, del martirio autodeterminato, di San Francesco d'Assisi e della cappella di Palazzo Altemps a Roma.
La macchina militare era partita. E v'era il petrolio da recuperare in Kuwait. La guerra ci toccava quasi fosse una legge finanziaria che ci tartassa, con la paura di non rimanere a galla sulla crosta terrestre.
Frenare la violenza con la violenza è ancora oggi, alla fine di un altro millennio di memoria storica qua e là sbiadita nei roghi e negli occultamenti dei libri e dei dipinti, una soluzione che da più parti viene detta giusta, secondo una concezione terrena della giustizia che nulla ha a che spartire con la morale. Di fatto fu scelta la via del "minore dei mali" (come si disse allora), quasi a scusarsi di quello che era parso un errore di valutazione delle intenzioni espansionistiche irachene.
Ma poi v'è stato il non intervento in Jugoslavia e il fallimento militare in Somalia. L'Onu è scomparsa come entità che potesse risolvere i conflitti internazionali. Sfornita di una propria forza armata, non poteva far leva sulla sua sola autorevolezza. Si disse, nel caso della Bosnia, che l'intervento sarebbe stato un altro Vietnam per gli statunitensi, mentre gli europei si dimostravano impotenti.
Dire oggi che l'intervento militare sulla Federazione Jugoslava sia un desiderio americano e che l'Europa si è fatta trascinare dagli Stati Uniti significa scambiare le parti. Sembra più corretto dire che gli Stati Uniti sono stati trascinati nel conflitto dagli europei e che, una volta accettato il desiderio degli alleati, gli americani hanno condotto e conducono a modo loro il conflitto: rischi minimi per i propri soldati a costo di tirare avanti per lungo tempo, facendo leva sul ricco armamento.
Da un punto di vista del cittadino americano, questo principio non può che far bene apparire la rappresentatività popolare dell'esecutivo di Washington. Nessuno chiederebbe a D'Alema di meno, se si trattasse di sacrificare dei cittadini italiani. Bisogna capire che la questione del Kosovo è una delle tante in cui sono impegnati gli statunitensi, e non certo la più importante. Le aree di maggiore interesse e preoccupazione sono il Medio Oriente e il Sud-Est asiatico: Iraq e Corea del Nord in testa. Se li si scomoda, non si può poi dire che è colpa loro averci dedicato del tempo e delle risorse che non sono nelle disponibilità di noi europei. Del resto, la diplomazia clintoniana non ha mai dimostrato di essere all'altezza di quella di un Presidente di notevole esperienza militare come Bush, il quale almeno fece passare tutte le fasi previste dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite prima di lanciare un missile, coinvolse l'Unione Sovietica e i paesi mediorientali nei conflitti in Medio Oriente, sconsigliò alla Croazia di aprire un fronte bellico con la Serbia, evitò di gettarsi a capofitto in guerre di cui non vedeva uno spiraglio. La soluzione bosniaca, invece, non è stata risolta dalla diplomazia del segretario di stato Warren Christopher, ma dall'assistente Richard Holbrooke, che si è preso apposta quell'incarico che ricopriva dieci anni prima pur di risolvere una questione che appariva insolvibile. L'idea che gli Stati Uniti abbiano voluto questa guerra fin dall'inizio non fa che toglierci di dosso il problema di una coscienza che, senza volerlo, si sente sporca, e che si traduce con: "Le vittime della guerra non sono le nostre vittime!" Formulata con altre parole, si potrebbe dire: "Noi non siamo dei carnefici!" Oppure: "Noi non siamo così incivili e cruenti come i serbi, facciamo parte di un mondo più evoluto, che ripudia la guerra!" Questo valeva fino a qualche anno fa.
Finita la guerra fredda e riaprendo gli occhi, siamo costretti ad ammettere che quello che ci faceva ripudiare la guerra non era la nostra cultura pacifista, né il nostro alto grado di civiltà ed evoluzione, ma la paura delle conseguenze mortali che avrebbe comportato un nostro coinvolgimento bellico. Se non distinguiamo fra la paura e la consapevolezza continueremo senza dubbio a reagire alle situazioni solo emotivamente, rinunciando a qualsiasi quadro d'insieme del mondo in cui viviamo. Il nostro principio attuale è: "Ogni volta che ho paura non mi muovo, quando la paura non c'è posso muovermi a mio piacimento, imponendo il mio desiderio che ha più valore di quello altrui!" Proprio tutto il contrario di quello che cinquant'anni fa istituiva le Nazioni Unite.
Questo meccanismo non è dettato dall'amore e dal riconoscimento dell'altro come individuo, ossia come altro me, ma da una solidarietà diversa. Ingannarsi sulla somiglianza degli effetti immediati può rivelarsi uno sguardo cieco e suicida, che la grossezza della guerra mette in caricatura in modo impressionante. Si prenda il paradosso: "Per fermare il massacro di popolazioni civili, posso permettermi di colpire popolazioni civili." Non si faccia la distinzione fra civili serbi e albanesi, giacché la Carta delle Nazioni Unite non fa distinzione di maggiori o minori diritti umani in base alle etnie.
Sia chiaro che l'intervento contro il regime serbo andava intrapreso. Ma altrettanto chiaro deve essere che l'intervento Nato non è stato inquadrato entro le norme del diritto internazionale. Il prevalere della forza militare sulle istituzioni ha fatto sì che si scavalcassero le Nazioni Unite e che si arrivasse al punto di non fronteggiare un esercito, ma di colpire centri abitati. Non credo che un'azione umanitaria possa avere simili caratteristiche. Sarebbe come dire che per sconfiggere la mafia lo Stato si senta autorizzato a impiegare metodi più violenti di quella mafia, la cui cultura dice di voler ripudiare. L'intervento militare sulle popolazioni inermi, come quelle kosovara e serba, sono parimenti da rigettare.
L'attuale situazione si fa ancora più grave se si considera che altri diritti fondamentali contemplati dalla Carta dell'Onu vengono violati all'estero, quando sono protetti nei paesi che si autoproclamano portatori di pace e dei diritti umani. Per esempio, uno degli articoli più efficaci della Costituzione americana è il Primo Emendamento, che recita integralmente: «Il Congresso non farà alcuna legge che riguardi un'istituzione religiosa, o che ne proibisca il libero esercizio; o che riduca la libertà dell'espressione, o della stampa; o del diritto del popolo di riunirsi pacificamente, e di far ricorso al Governo per la riparazione dei torti.»
In questi giorni, non solo abbiamo ricevuto notizia dei massacri di civili da noi perpetrati, i quali sono stati chiamati "errori", secondo un linguaggio ironico di scuola inglese, ma si è parlato della intenzionale distruzione degli organi di stampa serbi e di un intensificarsi dei bombardamenti dopo la loro distruzione. Tali violazioni contro i civili e i giornalisti non fanno parte di quella cultura americana che siglò la Costituzione e il Bill of Rights (il pacchetto dei primi dieci emendamenti dedicati ai diritti civili). Il diritto basato sulla forza e non sulla convinzione, sulla paura della Cina e non sul fatto che uccidere i giornalisti della Nuova Cina sia contro qualsiasi principio umanitario, non fa che perpetrare una cultura del terrore e della soluzione violenta dei problemi, ed evidenzia lo scarto che esiste nel considerare la vita umana un valore. Questo si traduce in pratica in: "Il serbo ucciso vale meno del cinese ucciso, giacché il cinese ci fa più paura."
Sia chiaro che l'intervento diplomatico e l'uso della forza dovevano essere attuati per far cessare i massacri nel Kosovo. Ciò che non piace è il metodo inumano (bombardamento sui civili, oscuramento delle voci che non piacciono). La violazione di questi due principi, dovessero avvenire nel territorio statunitense, porterebbero a gravi condanne dei responsabili. È quanto meno imbarazzante notare come i principi statunitensi valgano da un lato per i soli cittadini degli Stati Uniti, e dall'altro vengano attuate azioni dette "umanitarie" con modalità che non valgono per coloro che non hanno la fortuna di essere cittadini americani.
La guerra sa ancora dimostrare come da un proposito nobile qual è quello di intervenire in Kosovo si sia giunti a colpire popolazioni colpevoli di essere nate in una terra d'odio in cui si sarebbe dovuta importare (o riconoscere) una ragione d'amore. Noi non siamo meno esenti dall'essere succhiati entro conflitti umani minori, uguali e peggiori di quelli che oggi stanno devastando i Balcani, visto che ci muoviamo ancora sui versanti della paura anziché sulle colline della consapevolezza. Anche questa guerra sarà una cronaca di come l'uomo non comprendendo la radice dei problemi tenda a intervenire secondo culture ataviche, prossime all'età del ferro, ma ben più devastanti.
Non interessa qui osservare gli interessi che saranno in gioco nella ricostruzione della Serbia. Il punto non è questo. Si avverte con dolenza che le punte di diamante istituzionali e intellettuali della civiltà sono lontanissime da un superamento della condizione di paura e intimidazione, di potere e contropotere, di sottomissione e sfruttamento, di odio e passione, senza avere la misura degli scenari che si snocciolano davanti agli occhi, senza ricorrere a quella memoria che dovrebbe rendere quadri più nitidi delle condizioni che si presentano di volta in volta nei vari territori del mondo.
Le distinzioni su guerra giusta, lecita, morale o necessaria, fatte in questi anni, implicano un principio di fondo: la guerra è ancora un comportamento umano che, in tutta la sua atrocità, va studiato e compreso. Che si dia per scontato che la violenza fisica è in molti casi necessaria non fa che indicarci quanto questa mentalità sia radicata negli uomini che desiderano farsi passare per savi.
Se prima ci siamo coperti gli occhi sul Kosovo, sia chiaro che oggi ce li copriamo sulla Serbia. Per sopravvivere, direbbe qualcuno, bisogna pur chiudersi gli occhi. Vale ancora quello che scriveva T. S. Eliot:
"Il genere umano non può sopportare troppa realtà."

Nicola D'Ugo

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this article was first published in May 1999 in Notizie in... Controluce with the title
"L'uomo nell'età della guerra" (Man in the War Age)
l'articolo è stato pubblicato per la prima volta nel maggio del 1999 su Notizie in... Controluce
con il titolo "L'uomo nell'età della guerra"

 
       
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