Il
serpente dorato spingava per la casa in mattoni. Silenzioso strusciava
e frusciava di polvere. La casa sola, chiusa fra due strade, attendeva
che le porte si riaprissero e che una mano di vento rimettesse
in ordine le cose. Silenziosa ogni crepa fremeva, desiderava,
s'evidenziava appena, ma senza infastidire, senza disturbare un
improbabile passante.
L'uomo ombra si tolse il cappello e lo
mise sul piolo. Si tolse la giubba e la mise accanto al cappello.
Poi si voltò e allargò il giornale davanti alla
faccia e vi si immerse. Faceva freddo fuori, pensò, non
sarebbe uscito un'altra volta quel giorno.
Prati schiacciati, separati, sommersi
e divisi dalla polvere e dai sassi dove gli uomini si erano sfoltiti
negli anni di magra e di silenzio. Un urlo sarebbe stato un fiato
sprecato da chissadove. L'erba, rabbrividendo, cigliò d'un
raggio di sole, poi, in silenzio, rabbrividì come in una
bolla di ghiaccio infranto e palpebrante, ma verde ancora, come
gli occhi delle donne chiuse in un retropensiero profondo e connaturato.
Ma una mano di bimbo apparve come un'ombra prima che il sangue
verde della linfa fosse spremuto da un vecchio pallone, duro come
un callo, insensibile ai chiodi e al fil di ferro.
Nella notte prima di questa tragedia,
una ninfa aveva chiuso la sua tapparella sul mondo, aveva passato
dura nella toppa la sola chiave e aveva ancheggiato mitemente
e morbida come una guancia lungo la scala, prima di sparire in
una vecchia Renault 5. Le avevano detto di terre altre, di luoghi
in cui l'anima poteva affacciarsi, in cui lo spirito poteva rinascere,
in cui la gioia della vita poteva felicemente incommensurarsi
fra altre ninfe e parenti, dove la danza apriva le braccia e il
vino fluiva sull'onda della conversazione benevola.
L'uomo ombra, da dietro il giornale, sapeva.
Tacito come chi non ha nulla da aggiungere, spiava le firme note
del quotidiano e i suoi ultimi conseguimenti. Il mondo filtrato,
pensava, non da un linguaggio, in sé già poco affidabile,
ma da linguaggi molteplici di idioletti da trivio abbelliti da
facili furberie. Il mondo che passa, pensava, il mondo che si
vede e pensa, pensava, e che la parola della cartastraccia fissa
nell'usa e getta di un giorno di disparati accadimenti diceva
sempre Occidente. E sapeva che oltre l'Occidente non v'era più
che la stessa delusione, la stessa inutilità.
Con la sua mano succhiata dalla luce del
giorno aprì meglio l'imposta per leggere a chiare lettere
ciò che il quotidiano fissava saccentemente. Non rise neppure
di disperazione, perché ormai non v'era più nessuna
disperazione. Imbronciato in un nero broncio contro la bianca
parete alle sue spalle, sfogliava pagina dopo pagina un flusso
anche suo e di cui si sapeva un semplice prigioniero. La sua contingenza,
come quella degli altri, neppure gli importava, né l'urlo
che gli era rimasto in gola anni addietro più lo tormentava.
Giocate, bambini, pensava, giocate.
Per strada alcune ombre passavano in fretta,
ma la polvere dimentica, non conserva, le vestigia più
grevi. E chi ha rapido il passo è il primo che si dimentica.
Non picconate questa dimora, sognava un
uccello sul tetto, un balestruccio che non era uno fra i tanti,
ma se stesso. Col suo frac era dignitoso e preoccupato, ma poi
volteggiò un poco nell'aria, come una nuotata in piscina.
E lasciò perdere i cattivi pensieri.
Quando aprì il tabaccaio, nel pomeriggio,
vi fu una raccolta di uomini e chiacchiericcio. Vecchi amici,
anziani e uomini validi del posto. Tutti dicevano della scomparsa
di Carlo, ma nessuno aveva molto da aggiungere. Della ninfa nessuno
aveva saputo, perché era una venuta dal Nord e si sapeva
di lei che aveva avuto sfortuna. Era tornata per ricongiungersi
con la madre, ma la madre si era risposata e il nuovo marito le
aveva posto un aut aut. Così la ragazza si era dovuta accontentare
di battere le vie fuori paese e abbordare per strada qualche sconosciuto.
L'uomo ombra della vita intima della ragazza
nulla sapeva, dei litigi con la madre e il patrigno, e del bisogno
dei buchi. Dietro il giornale guardava un mondo che si accartocciava,
inumidiva e sfarinava in disparte. Pensò solo, oggi fa
troppo freddo per uscire, e domani farà lo stesso, gettando
un occhio al cappello e alla giacca sui pioli. Allora aprì
bene le finestre una ad una, finché ne ebbe la forza, finché
le mani e le braccia e la faccia ancora lo sostenevano davanti
al mondo. Poi rimasero le parole degli idioletti su una poltrona
muffita.
I bambini si azzuffavano nella polvere
spingando calci al pallone di cuoio, ridendo e gioendo fumanti
nel gelido sole.
Il serpente d'oro spingava fra i mattoni.
Nicola
D'Ugo
fotografie
di Fabrizio Fioravanti © 1997
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