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Io li abbandono

Ridere, ridere, ridere, ora che l'aria tersa di montagna sbalza dai suoi recessi e qui si intavola, ora che l'onda molle della vita, abbandonati i conviviali dopocena del calcio, si rinnovella e schiuma giù da altre balze, abbandonando i palazzi duri come calci, agguantato il volante e intavolettato l'acceleratore. Ne lascio tre di palazzi, schizzando tra freno e acceleratore, sgommando un poco, leggero come un sasso giù per la discesa. Fra duri rocchi e asfalto che non si sa da dove tragga origine, di quale mano assurdo originato, la strada che mi lascio teme più me che il sole che tartassa e brucia l'erbe assieme alle formiche. Teme più me, ma non le basta, mi crede più di quello che non sono: un caso, un semplice caso, o, almeno, un'eccezione.
    Io che lo so inchiodo innanzi a un bar ed entro lesto e rumoroso, prendo la chiave e me ne vo in ritirata mentre, fuori, mi aspetta silenzioso il motore. Un caffè e poi ancora chilometri di sole, col madido sudore che mi cola dalle ascelle e il finestrino semiaperto a ricevere, ma mitigato, un soffio di frescore.
    Lasciare queste terre, ritornare a Roma, dove ho trascorso gli anni dell'università che non ho mai finito. Patria sì, luogo d'origine, humus ancestrale, ma il ritorno al paese non è stato quello che mi sarei aspettato. Avrei voluto che crescesse in misura in cui ero andato crescendo altrove, ma il crescere dell'età nostra, in altro luogo, segue altro ritmo di natura e arte. Il ritorno ha significato delusione e odio verso il me stesso che corre dentro al sole, sulle maree, gli scrimoli e i riporti di tante malnate accettazioni. Libertà è una parola grossa laddove s'assottiglia. Partire, abbandonare, conciliarci quali esuli d'elezione forzosa è il nostro rimando, il nostro riporto. Perciò rido in quest'auto che corre a cento all'ora quale vivo spettro d'una realtà che escresce di asfalti e palazzi dove non vorrei sostare.
    L'andare a Roma, questo ritorno dopo due anni di chissaccome al mio paese, non è l'ultima prova, ma l'inizio di un discorso lentamente interrotto. Andrò a Londra, a Parigi, a New York. Me ne fotto se gli altri decidono di restare, loro che non hanno mai deciso di partire, i miei compresi. Vita nuova in città nuova, v'è altra vita che mi aspetta, un lavoro che chi se ne importa ora quale sarà. Vedremo, vedrò, squadernerò l'agendina, metterò alla prova tutti i numeri di telefono, per cene e per viaggi, per ozio e per lavoro. Pazzo sarei stato a restare nel monotono ovale dei bei sorrisi. Ripeto, me ne fotto se gli altri hanno deciso di restare.
    L'auto si piega dietro questa curva e la mente si piega alle sue inclinazioni. Gli edifici in cemento che mai finiranno di giungere a compiuta costruzione e utilità comune sono scheletri che mai hanno saputo la vita, ritratti di fossili. E io li abbandono. Taglio ancora l'angolo e spunto su un breve rettilineo, con le colline là che mi si affacciano alla vista e una Mercedes che da dietro sorpassa la mia corsa e mi sparisce davanti.
    In Inghilterra oggi piove, come sempre, un po' di pioggerella anche quest'estate. In Galles piove e nella rigida Scozia. A New York, invece, l'afa è anche peggio di qua, l'umidità è di tasso elevato, ma dentro casa e nei locali v'è il sollievo dei ventilatori. Oggi, anche a Parigi fa caldo, nonostante abbia piovuto nei giorni scorsi. Ma tra breve, quando sarà autunno e poi inverno, pioverà dappertutto e farà freddo a stare fuori, in casa si starà bene e le feste saranno all'ordine del giorno anche nei locali.
    Godetevi la brezza del finestrino, ma tenetelo semiaperto altrimenti vi prende una paresi! State bene, state bene, ma non esagerate a fare gli spacconi! Non è vero, rovere, che non bisogna fare gli spacconi? E tu, pedigree, che dici sempre sì, non è vero che non bisogna fare gli spacconi? E allora via da questi posti, marcia avanti, ovvero marcia indietro!
    Dopo chilometri di strada, nell'ora tarda, nell'ora in cui i pensieri che seguono il dopocena perseguono le teleologie remote che vanno in superficie. Nel silenzio dunque, quando il romorio delle altre voci umane è simile al silenzio e nella stanza d'albergo spuntano gli spettri lineari dei palazzi di fronte tagliati da un riquadro enorme di finestra. Quando l'uomo a stento s'accetta, oggetto del giudizio che non ha a cuore assecondarlo, lasciato come a se stesso da se stesso ancora. Quando nell'animo ritorna un sentimento che ha fatica a farsi idea, ma che s'impernia appena un attimo e si dirige preciso, fisso al suo obiettivo. Come una radice, che ha pure appreso a farsi mota, a sgambettare all'aperto, trascurare i confini. D'un balzo l'animo spezza i legami della spera, che è altra spera ancora, ora più di prima.
    Londra, Parigi, Vienna e le altre città del globo, buone per sé se l'uomo vi si inoltra, giocando al gioco collettivo che vale un soffio di candela. E giù, o su, nella mia terra, non è più grande il gioco in uno sforzo più grande? Tornare giù, con l'agendina in tasca, la Telecom e i nodi che ci rendono utili al mondo e partecipi noi stessi. Tornare indietro e pazientare mettendo su un'orchestra che suona appena dal profondo, fioco fioco, come l'inizio di un preludio dimesso. Allacciare i nodi del mondo. Non riuscire: tentare! Tentare e riappropriarsi della terra dei padri, dare un volto a questo sgorbio d'Europa, non affidarsi alle sue maschere. Eh roveri, eh pedigree, che non bisogna affidarsi alle maschere? Nella viva pelle si perde la retorica.

    Nicola D'Ugo

 

 

    fotografie di Fabrizio Fioravanti © 1997

 


this story was first published in Moschini - Neri - Partenope (edited by), Transizioni.
Sei comuni di Calabria tra mito, quotidianita e progetto
, Edizioni Kappa, Roma 1997
Il racconto è stato pubblicato per la prima volta in Moschini - Neri - Partenope (a cura di), Transizioni.
Sei comuni di Calabria tra mito, quotidianita e progetto
, Edizioni Kappa, Roma 1997

 
       
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