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Memorie sfandate annue

Muoversi da una stanza all’altra, incessantemente. E poi fermarsi per ancora riprendere. Dentro casa, sempre dentro casa. Con la temperatura che cambia come le stagioni. I rumori sono incessanti. Il ventilatore non vale niente, muove aria su aria, sempre la stessa. Spifferi fastidiosi, meglio tenerlo spento. E poi i film. Passo tutto il giorno a guardare film e a leggere libri. Oggi, per esempio, vedrò La mia droga si chiama Julie di François Truffaut, con Jean-Paul Belmondo e Catherine Deneuve. Coppia di sfigati. Lei fine, carina, traditrice. Mi farà venire in mente Carla, anche se Carla ha delle tette più modellate, scultoree nella sua struttura delicata. L’avevo detto a Vincenzo, in modo vago, senza far nomi, ma oggi mi andrà di far nomi e romperò la regola strettamente osservata nei confronti delle mie ex, quando vado sui particolari. Mi verrà voglia di telefonare a Carla, ma bisognerà finire di vedere il film, perchè non mi andrà di parlarle in presenza di Vincenzo. Vorrò dirle parole gentili, del tipo "sento molto la tua mancanza...", "sei così bella!", "spero che tu stia bene!", "che fai in questi giorni?", "ti voglio bene!". È da ieri che le volevo telefonare. M’è venuta in mente di notte, con una gran voglia di toccarla, ma non mi andava di telefonarle così tardi. Vorrei telefonarle oggi, nel pomeriggio, ma verrà Vincenzo e faremo lezione di inglese, ossia conversazione, parlando dei mondiali e dello stupido articolo di Fumaroli su democrazia e retorica pubblicato ieri sul Corriere delle Sera. Con Vincenzo mi metterò d’accordo per un pagamento mensile delle lezioni, così, se non verrà per qualche motivo, ci rimetterà di tasca propria: una soluzione adeguata che accetterà, magari si impegnerà un po’ di più e l’inglese lo imparerà davvero.
    Chiamerò Carla a Parma in serata, ma sarò meno giulivo, sarò anzi nervoso, molto nervoso. Mi accenderò una sigaretta e mi schiarirò la voce. Non mi andrà di farmi sentire triste, vorrò farle sapere che sto bene e che tengo molto a lei. Ma purtroppo la voce mi si irrigidirà e dovrò schiarirla e deglutire un paio di volte. Dentro casa c’è sempre il fumo, specialmente quando vengono degli ospiti, e quando non c’è il fumo c’è lo smog e il caldo che vengono da fuori. Al telefono mi risponderà Mariella, la zia acquisita di Carla, ossia l’ex moglie del fratello di suo padre. È sempre molto simpatica, una persona tranquilla, che cerca di prendere la vita con filosofia, occidentale o orientale poco importa, tanto gli uomini Anfiteatro Flavioveri non sono fatti per tali schieramenti. Mi dirà al telefono:
    – Ti libereranno presto? Devi venire a trovarci. Quasi un anno fa eri qui, ricordi? Il 2 agosto!
    Infatti lei è nata il 2 agosto, e lo scorso anno abbiamo festeggiato il suo compleanno con Carla e un amico egiziano di Mariella, allenatore di pallacanestro, venuto per alcuni giorni in Italia da el-Faiyûm, per far visita in varie città ad alcuni suoi amici cestisti. Era passato anche per Monteverde, il mio quartiere, dove aveva incontrato un altro allenatore. "Il mondo è piccolo!", ho pensato. Non gli dissi che anch'io avevo giocato a pallacanestro. Sistemai la legna sul prato davanti casa, e appiccai il fuoco alle frasche. Il ragazzo egiziano mi guardava in silenzio, incuriosito dalla mia svelta sistematicità (dico ragazzo, benché abbia dieci anni più di me). Sono bravissimo a fare la legna e ad accendere il fuoco. L’ho sempre fatto, fin da bambino, in Emilia. E poi al lago del Turano, quando campeggiavamo con un paio di tende e attraversavamo il lago in canoa: allora, ogni sera verso le sei, mentre Alice andava in cerca di bacche nel bosco, salivo per le agili mulattiere intorno al lago a cercare la legna più secca, solitamente di cerro, e tornavo alle tende ad accendere il fuoco che ci teneva compagnia fino a notte tarda, frastornati dalla fragorosa disarmonia delle rane. Quei gesti come dimenticati, riapparivano nella notte di Parma, davanti alla casa di Mariella, negli svelti movimenti che accompagnavano la cerimonia dell'accensione del fuoco, poiché ogni volta che si bruciano le ossa dei cerri e dei castagni si brucia una parte dell'uomo che è in noi, e che fu prima di noi e dei nostri volti accaldati e inebetiti davanti al meraviglioso tremolante rossore che li colora di ombre. Con Mariella e Carla, che erano finalmente uscite di casa con i tegami, ci sedemmo intorno al fuoco, all'aperto, e cenammo con la mentuccia raccolta nei campi, un’insalata presa dall'orto, salsicce e frutta fresca (fragole, macedonia, chi lo ricorda più?). Dopo cena, rimanemmo a chiacchierare intorno al fuoco. Mariella, che aveva ricevuto in regalo delle carte dei Dakota, ce le lesse. Bisognava chiudere gli occhi e immaginare davanti a sé il percorso che conduceva a una tenda, descriverlo, entrare nella tenda e descrivere anche il suo interno. Per me uscì la carta della Grande Madre.
    – È la più importante del mazzo! – disse Mariella. – Cerca la femminilità che è in te! È attraverso la femminilità che è in te che raggiungerai il tuo obiettivo!
    Carla guardava in silenzio, serena e imperturbata, come una Sfinge. L'egiziano, un po' inebetito dal vino, sfilacciava fili d'erba, sorridendo.
    – Devi fidarti della tua femminilità! – aggiunse la sagoma di Mariella, avvolta dall'ombra rossa, intermittente del fuoco. La cosa mi fece piacere, tanto che pensai anche in seguito alla femminilità che era in me.
    È importante riconoscere la propria femminilità. È una ricchezza ulteriore. Forse è essenziale, se non prevale sulle componenti maschili. Se non è interpretata male, scardina le figurazioni della mascolinità indotta. E poi a me piace sempre stare con le donne. Non ricordo che feci con Carla quella notte, ma facemmo sicuramente l’amore, come sempre. Forse fu quella notte che immaginai di fare l’amore con un’altra donna, non perché non mi piacesse Carla – Carla era adorabile! –, ma perché avevo sentito il desiderio di fare l'amore con l'amica di Mariella, per pura attrazione, così come avevo il desiderio di fare l'amore con Mariella stessa, per pura curiosità, immaginando che mi sarebbe piaciuto. Carla diventa spesso dura e spinosa con chi la circonda, e anche con me. Ma non quella notte. Fu anzi molto premurosa e gentile, e nuda come Eva nell'ampia mansarda sotto le travi di legno, con il letto basso e ampio come un morbido tappeto persiano sospeso sugli alberi e i passi degli uomini, mi strinse ai suoi seni affettuosa e appassionata. Sì, quella notte immaginai di fare l’amore con l’amica di Mariella che avevamo incontrato al mattino. Carla non se ne accorse, e in seguito ricordò quei giorni con particolare tenerezza:
    – Eri rilassato e tranquillo! – mi disse.– Ti ho sentito molto vicino!
    Piena di sé, fedele alle sue sensazioni, non le balenò che mentre ero fra le sue braccia avrei desiderato essere in quelle dell’amica della zia.
    Stasera, prima di telefonare a Carla, penserò che le sono indifferente. Mi ha detto tante volte di amarmi, ma come potrei crederle? Non credo che possa esserci amore in una persona che non si fida ciecamente di chi dice di amare. Un bambino si fida ciecamente dei genitori e li ama, a suo modo. Se manca la fiducia, viene meno anche l’amore. Non è una questione di passione, ma di un sentimento ideale, in cui non esiste la diffidenza. Carla non si fida di me, sospetta sempre ch’io stia tramando qualcosa alle sue spalle, come se volessi tradirla o portarle via un pezzetto della sua anima, e diventa avara. Allora usa il proprio corpo con strategia, non con amore. Ne fa dono senza anima e se lo riprende, come se lo avesse allontanato da sé. A seconda del mutevole giudizio che riserva a se stessa, dissimula anche la passione e l’affetto, e reprime i suoi desideri più immediati. Allora, fare l’amore diventa per lei una questione tattica, non passionale, addirittura non intima. Mi diverte molto vederla ridere, scherzare, mettersi in gioco, come quando, simile a una ragazzina, assume un ruolo e fa le cose più stupide senza preoccuparsi di chi la guarda. Mi rattristano le sue ubbie, le sue ansie, la sua rigidezza, la sua diffidenza, la sua affettata alterigia: tutte cose che fanno male anzitutto a lei stessa. Come può pretendere di essere amata e di amare se non si fida, se mi teme, o anche se solo teme di perdermi? Passa dall’estrema generosità all’avarizia, dalla grazia all’ineleganza più sciatta. Splende come il sole e la luna e si fa di fango, improvvisamente. In questo non è diversa dalle tante coetanee che hanno letto qualche libro e rimuginato qualche ora di troppo sul senso della vita e dell'arte.
    Una volta, vedendola particolarmente impacciata, le chiesi se avesse qualche problema.
    – Non ho nessun problema! – mi disse.
    – Nessuno non ha nessun problema! – replicai, deciso a non dargliela vinta.
    – Beh, io non ne ho!
    – Non è possibile che tu non abbia alcun problema! I problemi, piccoli o grandi, li abbiamo tutti!
    – Ti ho detto che non ho nessun problema, e non ho nessun problema! – rispose indispettita, dimostrando chiaramente di non essere affatto felice. Volli insistere, contrariato dalla sua ostinazione e dalla mancanza di intimità nel suo modo di procedere: – Ma è normale avere problemi!
    – Beh, io non ne ho!
    – Senti, i casi sono due: o tu hai dei problemi che non vuoi dirmi, oppure sei una persona anormale e quindi piena di problemi!
    – Ma perché vuoi farmi essere anormale? Io sono normalissima!
    – Secondo te sei normalissima... Infatti non ti accorgi neppure che non avendo alcun problema sei anormale. Solo le persone piatte, scialbe non hanno problemi! Se credi davvero di non avere problemi, dimostri proprio di avere più problemi di chi riconosce di averne pochi o di poco conto! Se non hai problemi non hai neppure aspirazioni. Il che in un’artista è un controsenso!
Chiesa dei SS. Domenico e Sisto Aveva indispettito anche me, specialmente perché si era chiusa come un riccio, con stupida ostinazione. Vedendola sulla difensiva provavo pietà per lei. Non intendevo offenderla, ma aiutarla. Volevo che riconoscesse che era sciocco nascondersi dietro un dito, negando le proprie debolezze come se un lupo cattivo fosse pronto a sbranarle il ventre scoperto. Non che non si confidasse con me in genere. Lo faceva spesso, ma quando lo faceva non la capivo, perché era come se mi parlasse di problemi inesistenti, senza sentimento. Come se li avesse rimuginati o se li fosse inventati tanto per attirare la mia attenzione, anziché esporli sul nascere, con tutta la passione che li rende visibili nell'espressione del viso e della voce. Questo mi confondeva. Non capivo che per lei erano questioni serie.
    Vedendola intimidita dalle mie provocazioni, cambiai atteggiamento, sapendo che era inutile insistere in quell’arida discussione. Mi sedetti sul letto, nella camera piena di libri e fogli ammucchiati in pile sparse, disordinate, vicine al computer.
    – Vieni qui, – le dissi con dolcezza. Salì sul letto vestita, piegando le ginocchia su un fianco, e l’abbracciai teneramente. Le sollevai i capelli lunghi dietro le tempie con le mani, baciandole la fronte, i capelli, le gote.
    – Sei proprio bella! Ti voglio bene! – le dissi, sorridendo. – Lo sai questo? Non intendevo ferirti, volevo solo aiutarti... Ma se mi dici che non hai problemi, meglio così!
    Il suo atteggiamento cambiò in un istante, come sempre in simili discussioni. Alzò lo sguardo verso di me, e mi guardò serena con i capelli poggiati sulle mie nocche. Le spine le scivolarono di dosso, giù giù, lungo il burrone di un altro autunno senza clamori, e fu di nuovo tenera, calda e amorevole.
Sebbene contrariarla, anche sgridarla, fosse una tecnica efficace per comunicare con lei, in quell'occasione sarebbe stata del tutto sbagliata. Era venuta da me assumendo un ruolo, quello della signora. Avrei dovuto notarlo dal suo abbigliamento. Anziché essere vestita delle sue solite giacche allampanate, era vestita con gusto. Indossava una camicia di seta bianca con applicazioni di pizzo, su una una gonna bèige che le arrivava sotto il ginocchio. Ai piedi aveva dei sandali di pelle nera, con tacco diritto, listini incrociati e cinturino alla caviglia. Le unghie dei piedi, come quelle delle mani, erano lisce, senza l'aggiunta di uno smalto trasparente. I capelli, lunghi fino alle scapole, erano raccolti su un fianco da un fermaglio d'avorio, che le liberava la fronte e le tempie e metteva in risalto i tratti sporgenti del viso, ombreggiati dal trucco leggero. Si era vestita così per farmi contento, sapendo che non mi piacciono le donne trasandate, che non c'è nulla di più bello di una bella donna ben vestita, fatta eccezione di qualche opera d'arte. Carla era così bella senza nulla addosso, che vestirsi sciattamente lo trovavo un'ingiuria al dono cui l'aveva destinata la natura. Ogni qualvolta veniva a trovarmi malvestita, poteva protestare quanto volesse, non sarei andato a cena fuori con lei. Piuttosto, le dicevo che non avevo voglia di uscire, e la spogliavo, ma in realtà il fatto era che preferivo passare la sera con una donna bella, che con una donna che sembrava facesse di tutto per conciarsi nel peggiore modo possibile!
    Quel pomeriggio la spogliai, ma lasciai anche che si rivestisse per uscire. Feci lo spiritoso, un po' lo sciocco, perché era bello vederla ridere o sgranare gli occhi stupita. Se aveva dei problemi me ne avrebbe parlato. Per cena, le proposi un ristorante dietro piazza Navona, dove avevo mangiato bene qualche sera prima, con un'amica. Ma anche questo non le andava bene, perché aveva in mente un ristorante, sempre vicino a piazza Navona, a cui voleva portarmi da tempo, che dovevo assolutamente conoscere, perché si mangiava bene e c'era una luce soffusa che dava un'atmosfera di intimità molto suggestiva, e il proprietario era un uomo simpatico con un faccione enorme come una zucca e una vocina velata da bambino, un amico di Franz che l'ultima volta l'aveva trattata bene, aveva trattato bene tutti e non li aveva fatti aspettare due ore per il conto. Inoltre, faceva delle composizioni dolciarie che sembravano opere d'arte, che dovevo assolutamente vedere, che dovevo assaggiare, perché non potevo non vederle e assaggiarne qualcuna. Carla non aggiungeva di più, perché era una sorpresa e avrei capito di persona. Per cui Carla, quella sera, fu davvero contenta di uscire.
    Carla è una ragazza selvatica. Una volta pensavo che fosse una selvaggia. Invece no: è proprio selvatica, senza l’articolo indeterminativo di chi appartenga a un gruppo. Una selvaggia ha costumi da selvaggia, una sua socievolezza tribale che alla lunga si impara a comprendere. Basta capirne le regole essenziali. Carla no! È come se avesse avuto un'infanzia boschiva, fra fagiani, cinghiali, farfalle, lupi e vipere. Un animale a cui stai bene se le dai latte, amore e fantasia, se presti ascolto alle storie che non sa raccontare, se ti rendi in qualche modo partecipe di quello che fa. In lei c'è un rumore interiore che urge, più fragoroso di Roma stessa, e dalla grotta del proprio mondo interiore guarda i traffici della capitale con i suoi begli occhioni di erbivoro. Se ti individua nella caotica folla urbana, passa giornate intere a pensarti, ti sogna, cominci ad esistere in lei prima che lei inizi ad esistere in te, se non come vaga ombra, con una sua piacevolezza muliebre. Se ti interessi a lei, ti chiude in una stanza e non ti molla più per ore, e, con gentilezza e snobbismo tutto femminile, impedisce anche agli altri di entrarci. Una soave ragazza dalla chiave nella toppa interna, come quando al compleanno di Peppe mi portò in una camera da letto per farmi vedere i suoi ultimi progetti d'arte. Tutti pensarono, a seguito di un precedente in ascensore, che l'idea di appartarci fosse stata mia, che un nuovo amore fosse sbocciato nel cuore della festa, e fosse arrivato già a buon punto. Era sicuramente sbocciato qualcosa dentro di noi, un desiderio tattile, un interesse reciproco, una curiosità tutta da soddisfare, ma nella stanza ci limitammo a guardare le sue fotografie.
    Come tutte le donne innamorate e sicure della propria bellezza, Carla si fa in quattro per averti tutto per sé, ti cerca subito dopo essersi congedata, ma appena l’abbandoni diventa nuovamente randagia, oltre a mostrare evidenti tratti di randagismo anche quando non la abbandoni. Offende i tuoi conoscenti se non le sono simpatici, dimostrandogli un'aperta indifferenza. In parte, a ben vedere, con alcune ragazze che non le vanno a genio fa anche bene.
    Una volta ci incontrammo a una festa a Parioli. Lei veniva dal Centro, mentre io ero arrivato da Monteverde. Non ci vedevamo da una settimana, dopo che l'avevo rispedita a casa. Stavo con alcune amiche (alcune ragazze che allora credevo fossero delle amiche), e scherzavamo fra un bicchiere di vino e una fetta di frittata. A un certo punto, mentre ero seduto per terra a chiacchierare con loro, arrivò Carla. Eravamo in una camera da letto affollata in una casa dal corridoio affollato che dava su altre Anfiteatro Flaviocamere da letto e cucina parimenti affollate. Credo che solo il bagno non fosse affollato. Quando vidi Carla mi alzai per darle un bacio e invitarla a unirsi a noi, di cui conosceva alcune ragazze. Brusca, indifferente, frettolosa, le squadrò con uno sguardo generico, senza avvicinarsi, mi salutò gentilmente, non rispose al loro saluto. Qualcuna provò a rivolgerle una parola gentile per guadagnare la sua simpatia, ma Carla, rivolgendole le spalle, la congedò immediatamente:
    – Scusa, sono occupata! – E si mise a parlare con un ragazzo di passaggio. Le ragazze impallidirono.
    – È la tua racazza? – mi chiese Brigitte, una bionda alta e slanciata, con le labbra come un cuore sporgente e gli occhi azzurri luminosi e tondi come due fanali sul ciglio della strada.
    – Più o meno, – risposi, un po' perplesso.
    – Ce l’ha con noi! Che le abbiamo fatto? – chiese Roberta.
    – È celosa! Forse noi siamo di tropo! Macari foleva stare con te! – la giustificò Brigitte.
    – È fatta così, lasciatela stare... – risposi.
    – Però così non si fa! – rimbeccò Roberta, che era più deficiente di Carla.
    – Non sapevo che avevi una ragazza! – ha detto una di loro, dal viso piatto e dai capelli rossi che dimostrava cinque anni buoni meno della sua età. Ma nessuno ha aggiunto altro e abbiamo ripreso  a parlare.
    Del resto queste ragazze sono delle vere e proprie deficienti. Rappresentano la borghesia più becera romana, una borghesia vacua di figlie di civilisti e giornalisti da strapazzo che fanno comparsate televisive con sigaro in bocca e pose da commedia dell’arte. Studiano letteratura e arte. Hanno viaggiato, eccome! Parlano tre o quattro lingue, ma se ne parlassero una sola per dire qualcosa di sensato farebbero meno danni. Invece posso immaginare i danni che fanno non solo in Italia, ma anche nei paesi di cui cicaleggiano le lingue. Da questo punto di vista, Carla alla fine non è che avesse fatto così male a trattarle da deficienti. Se fosse un’altoborghese, cosa che non escludo, dato che non so di che estrazione sia, Carla potrebbe dirsi una snob. Quando l’ho conosciuta, parlava con il mento sollevato a mio cugino che l’aveva conosciuta all’Accademia di Belle Arti, avvolta in un cappotto che non era in grado di dissimulare pienamente le sue grazie. Era appena tornata da un viaggio in Portogallo, come se un viaggio in Portogallo costituisse la vincita alla lotteria di Capodanno o rendesse geniali e spiritualmente ricchi. Capirei se fosse stata in Paradiso o fosse scampata a un naufragio, ma un viaggio in Portogallo davvero non lo capisco! C’è gente che crede che viaggiare arricchisca a tal punto da nobilitare. Quando nel 1988 tornai dal mio primo viaggio negli Stati Uniti, Maurizio mi squadrò dalla soglia ed esclamò compiaciuto:
    – È come prima! L’America non l’ha cambiato!
    – Perché, cosa credevi? – gli chiesi.
    – Di vederti con cappellone in testa e pantaloni da cowboy, naturalmente!
    Questa dei viaggi è una sciocchezza. Se se ne fa tesoro non è che lo si debba sventolare come una collana svaligiata in un’oreficeria del Centro Storico. È solo una crescita personale, che riguarda il viaggiatore e nessun altro. Nessuno è profeta in patria, specialmente se è andato in America. Ancora meno se all’estero si viaggia da turista, non conoscendo la lingua del posto.
    Dopo due o tre frasette di Gioacchino, Carla capì che il mento poteva anche abbassarlo. Prima pareva che dovesse andare chissà dove di fretta, poi eccola lì ad ascoltare quello che diceva il cuginetto, il quale all’inizio era stato quasi in silenzio, limitandosi affabilmente a congratularsi delle iniziative artistiche di Carla. Io in disparte, come faccio volutamente con chi non mi si fila. Ogni tanto davo un’occhiata ai due, come se non c’entrassi niente nella loro conversazione. Quando se ne andò la congedai con leggero distacco, un semplice "ciao" e il sorrisino garbato di uno che ha altri pensieri per la testa.
    – Chi era? – chiesi subito a Gioacchino, prendendolo sottobraccio.
    – Una ragazza dell’Accademia, – mi rispose. – Ci avevo buttato gli occhi sopra quando stavo con Monica, ma allora era fidanzata con un altro ragazzo dell’Accademia. Da quello che ho capito, si sono lasciati. Le ho lasciato il mio numero per vedere i miei lavori, se le interessa si farà viva. Secondo me le interessa!
    – E bravo, cuginetto! È davvero carina. In bocca al lupo!
    E proseguimmo per piazza Farnese.
    Non mi sarei mai immaginato che un giorno quella ragazza, piacente e snob, me la sarei trovata fra le braccia. Avrei tanto desiderato che fosse un po’ più giuliva e meno scontrosa, ma questo non credo che possa deciderlo io per lei. Del resto, non è che mi sia sempre comportato bene nei suoi confronti. È che speravo che fosse diversa, ecco tutto. Che fosse una gran giocherellona, come sa esserlo a oltranza. Ma a oltranza non va bene, se non nei rapporti occasionali, di tanto in tanto. In un rapporto di coppia è insopportabile.
Ponte Sant'Angelo Stasera, quando proverò a telefonarle, non sarà in casa. Dormirà a casa dei signori dove, come molte artiste squattrinate, fa la baby-sitter. Mariella mi dirà che lo fa di tanto in tanto, come se dovesse spiegarmi perché non torna a casa a dormire. L’ultima volta che l’ho vista, nelle mura della mia segregazione, mi ha detto che c’era un altro ragazzo nella sua vita. E ha aggiunto che era convinta che ne fossi contento.
    – Se sei contenta tu… – le ho risposto.
    Per la prima volta le ho detto che non ero affatto contento, seppure la cosa possa andare bene a lei. Anzi, ne sono dispiaciuto. Non tanto che vada con un altro ragazzo (gliel’ho sempre auspicato, vista la rarità dei nostri incontri fra una città e l'altra), ma che non mi ami più . Non mi piacerà perderla, ma al tempo stesso sono cosciente che la mia situazione di segregazione non potrà che alterare ulteriormente il nostro rapporto. Qualunque cose le dirò parrà motivato dalla mia condizione. Lei potrà , per esempio, pensare, e sicuramente sospetterà , che le parli di amore perché sono rimasto solo, abbandonato, senza una donna e senza la possibilità di trovarne un’altra al momento. Non solo avrà tutto il diritto di pensarlo, ma sarà una sciocca se non lo capirà .
    Quando verrà qui mi proporrà di curare una mostra collettiva d’arte. Ne parleremo e le dirò che va bene. Stenderemo una prima bozza del programma e ci daremo appuntamento per la volta successiva. Poi finirà questa segregazione, qualche giorno dopo, e lei mi inviterà a Parma dove convivrà con il suo nuovo ragazzo. Rifiuterò e lei si arrabbierà . Dopo qualche sua sfuriata al telefono ci accorderemo di vederci a Roma. Avrò bisogno di un po’ di vacanze al mare, ma saranno più brevi del previsto. Tornerò a Roma quando vorrà lei, finché ci incontreremo qui, in questa casa che non avrà più il sapore della nostra dimora né di nulla: sarà un luogo sconosciuto e freddo, come quando ci si incontra nella piazza di un quartiere anonimo o in un bar che non ha alcun carattere proprio. Vi sarà un’atmosfera tesa e lei si arrabbierà , mi dirà che ho avuto tutto nella vita e chi ha avuto tutto nella vita pretende sempre di più . La pregherò di abbassare la voce e di calmarsi. Mi dirà che non si può lavorare insieme come se fra noi non fosse successo niente. Le dirò che da parte mia non noto la differenza. Mi seguirà di stanza in stanza urlando la sua rabbia. Le dirò che, per come stanno le cose, è forse il caso che trovi qualcun altro con cui lavorare. Mi dirà che lo sapevo fin dall'inizio, che non avevo nessuna intenzione di lavorare con lei. Traccerà sempre di più un solco profondo fra di noi. Continuerà a urlare e rifiuterà di comunicare. Pretenderà , come mai avrà preteso fino ad allora. E siccome sarò stanco di non farmi capire e di dover sentire le sue lamentele inurbane, la inviterò a lasciare questa casa e mi metterò a lavare i bicchieri in cucina. Lei rimarrà per un istante di là , poi si affaccerà in cucina e mi chiederà con la sua consueta formalità di aprirle la porta.
    – Sai come aprirla... – le dirò stanco. – Non mi interessano le formalità !
    – Beh, allora: ciao! – dirà esitante, fingendosi decisa.
    – Addio! – le risponderò guardandola dal lavabo.
    – Ci vediamo… – farà lei.
    – Non ci vediamo più ... – le dirò , con le braccia sotto l’acqua corrente del rubinetto.
    – Ci vediamo, invece! – dirà lei contrariata. – Queste cose non si dicono neanche per scherzo!
    – No, invece! Non desidero rivederti! – le dirò .
    – Invece ci vediamo!
    – Ti prego di non telefonarmi, – le dirò amareggiato. – Mi farei negare!
    Se ne andrà in silenzio da questa casa inespressiva costruita per mero denaro. E non ci sentiremo più per tutto l’anno seguente. Saprò , la prossima primavera, che aspetta un bambino, e mi brilleranno gli occhi a pensarla con un bimbo fra le braccia, mentre sfreccerò con la macchina sotto gli archi latini. Avrò un grande desiderio di incontrarla, così per caso, un mattino o un pomeriggio in città . Ruderi, Piazza VeneziaMa fra un anno, di sera, verrò a sapere, nella stessa cucina in cui l’avrò vista per l’ultima volta, che avrà perduto il bambino. Un brivido grigio come la morte mi attraverserà la schiena e un’amarezza mi crescerà dentro. Tentennerò un paio di giorni. Poi mi ricorderò di quella parte di me che hanno cercato di cancellare i violenti, e che non si risponde all’indifferenza con l’indifferenza se si hanno dei pensieri amorevoli. Cercherò di sapere come sta, ma senza chiamarla direttamente, per non aggiungere inquietudine ulteriore alla sua eventuale inquietudine. Mi diranno che starà meglio e che si sarà rimessa già all’opera, caparbia più di prima, con mostre in programma e altre iniziative, e che potrei chiamarla direttamente, con gentilezza. Sarò contento di saperla tranquilla e di non dovermi offrire per lenire le sue recenti ferite. Per un po’ preferirò sapere di lei senza contattarla, come gli angeli sanno essere silenziosi, invisibili e presenti. Ci sono diversi modi per costruire il futuro su un presente crollato. Alcuni sollevano le stesse pietre, altri ne traggono di nuove dalla millenaria risorsa che ha lavorato per loro. Io non solleverò le vecchie pietre, ma ricorderò il loro antico splendore: ogni tanto mi sorprenderò a immaginarla amabilmente incazzata con il mondo o ridente e giocosa come un clown, con un dente in meno nella bocca che non si sarà decisa a farsi rimettere, e quel corpo magro e scultoreo, fatto di nervi tesi sotto la pelle delicata, fatto di energia contenuta in posture e irruente ilarità , la bocca assetata di tenerezza e i seni artistici che la dichiarano madre. Mi riempiranno nella memoria le palme delle mani e mi ricorderanno, di tanto in tanto, quanto mi sarebbe piaciuto essere padre.
    Lei non sarà una ragazza come un’altra, come se fra noi non fosse successo niente, anche se dovesse smettere di sbattersi a destra e a sinistra nelle scalinate pendule della vita, tentando di restare in piedi nelle folate di sbieco dei giorni e delle settimane, con indosso il cappottone lungo, largo e sbiadito che ha soccorso la sua povertà , il viso bello, altezzoso e duro di sempre, alla ricerca di qualcuno che capisca quanto è in gamba: come se essere in gamba basti a rimanere in piedi o a essere felici. A modo loro, nella memoria, i suoi occhi saranno sempre sereni e curiosi come quelli di una bambina e i lineamenti induriti dal giorno si rilasseranno fra le mie braccia, gonfiandole le guance e il mento. Per sempre si stringerà a me per sentire meno freddo e mi guarderà , mentre le sue dita si divertiranno a disegnare figure con i miei riccioli, non per i millenni artistici a venire, ma per quel solo istante che appare degno di attenzione, entro quattro mura scalcinate e intime che non conoscono segregazioni né i famelici volti digrignanti dei boia che, come tutti i violenti della storia, attesero, attendono e attenderanno dietro le porte delle dimore degli uomini. Per un po’ almeno, Carla e io ci ignoreremo.

    Nicola D'Ugo

 

 

    fotografie di Fabrizio Fioravanti © 2000

 


this story was first published in Memories Flayed Up Yearly - Lippiello Year Calendar 2000
and published again in April 2000 in Bookcafé. Virtual Editions
Il racconto è stato pubblicato per la prima volta in Memorie sfaldate annue - Calendario Lippiello 2000
e, nell'aprile 2000, su Bookcafé. Virtual Editions

 
       
dal 5 ottobre 2000 / since 5 October 2000 / с 5 октября 2000 г.