Era
la sera che la morbida carezza si riposava sopra l’uomo scolpito.
Una notte come un’altra, nel partito della memoria fiorito. Il
giovane di marmo, sdraiato sopra il letto, s’ammorbidiva del fianco
prediletto di una fanciulla venuta da una storia non sua, privata
alla memoria. Lei lo guardava, con due occhi di cielo grandi come
fanali nella notte, il mento arrotondato per lo zelo che vi mise
il creatore che fece sole e luna. Era sera inoltrata nella duna
del letto caldo e consolato, e nella stanza una lampada accesa
splendeva sopra i volti a disegnare una lunga ombra distesa.
Fu quella sera che lei lo guardò
in volto che l’uomo duro si disciolse in pianto. E non credeva
che un fianco condotto da chissaddove a posarsi su un fianco potesse
a morbidezza ricondurlo. Pianse che a morbidezza a ricondurlo
fu un grembo e un corpo di fanciulla che lo guardava e non gli
chiedeva nulla, nulla che non fosse quel suo caro sedurlo.
Lei che lo guardava aveva storie da raccontare
ma non senza imbroglio che alla lingua non si impigliasse nel
cercare di cogliere, istante per istante, tutto il repertorio
ricostruito per il giovane che come scoglio teneva su di sé
la piccola sirena.
Sirena, sirena, corse nella memoria, sirena,
sirena, ricorse nella memoria dell’uomo l’idea del canto, e fu
come annegare. Ma la fanciulla non disse niente perché
non aveva in seno alcun mistero.
Dimmi, disse l’uomo alla fanciulla che
lo guardava lo sguardo verso il basso. Dimmi, disse dal basso
l’uomo che implorava che il pianto si sciogliesse come ghiaccio.
Lei lo guardava ma nulla aveva in seno che non fosse la dolcezza
che si versa a chi mai l’ha pretesa. Si scostò un ciuffo
di capelli dalla fronte ampia e vellutata. L’uomo la guardò
e per amata l’intese quella sera solamente. Altre parole occorrevano
a poco, bastava il molto che non dice niente.
Il giorno dopo il giovane ellenistico
si sentì toccare dalla luce negli occhi, che li infilava
come una ferita. Quante ore ho dormito, e alzar mi posso?, si
chiese con la testa rimbambita. Fece fatica a alzarsi e cercò
tosto di far pressione suoi gomiti e sui polsi, ma lasciò
stare che non valeva a nulla quell’enorme fatica.
Nella cucina la giovane trafficava. V’era
una pianta sopra il davanzale che il giorno avanti e quello avanti
ancora mai fu vista posata. Egli allungò lo sguardo da
disteso sul letto, giù giù fino alla cucina che
si affacciava dirimpetto. Ma poté poco vedere la fanciulla,
tanto che crollò con la testa nella morbida culla del cuscino
di raso.
Lei in cucina trafficava svelta. Pareva
quasi non toccasse il suolo. Nuda nel sole e nell’ombra di perla,
aveva i capelli lunghi lisci e distesi che le toccavano appena
appena i glutei. Si muoveva come con la coda o una mantella di
capelli biondi che leggermente si scostavano nell’aria a palesare
le rotondità gioconde.
Una ciotola riempì chinando il
viso sulle gambe dritte e ferme e leggere, le braccia che sfioravano
i ginocchi, le mani bianche come il latte che mesceva. Presto
un gattino col passo felpato s’avvicinò col groppo della
coda alzato. Le passò rasente la caviglia e la guardò
con l’occhio infatuato. Poi nella ciotola affondò morbida
la lingua. E dopo che ebbe rassettato il soggiorno prese in mano
un’ocarina e ne soffiò un motivo meditabondo.
L’uomo di marmo, quando s’alzò,
traballava a destra e a manca. Frastornato si teneva la testa
nelle mani cesellate. Guardò, dall’alto della sua statura,
passando
a malapena nell’apertura della porta, la fanciulla quasi esangue,
se non che nelle gote un color rosso lieve lieve di pesca aveva,
e due irti petali di rosa sui seni che si muovevano lieti sul
fragile costato. Era seduta con le gambe piegate al modo degli
indù, il viso basso intento all’ocarina.
Notte d’amore e il giorno dopo il sole,
pensò l’uomo scolpito dall’artefice. Non so se è
il preludio d’un fiore che sboccia o delle sue spine che staccandosi
procurano dolore. Ma per lui, fuor di metafora, occorrevano, più
che le spine, i chiodi duri d’un martellatore. S’accorse di lui
lei pel tonfo che faceva. Rimbombava ogni passo che batteva. Alzò
allora il viso, scostata dalle labbra l’ocarina, e gli rivolse
uno splendido sorriso.
Lui la guardò col tratto degli
occhi cesellati e pensò d’aver trovato il paradiso. Ma
fu un istante, perché poi si ritrovò indeciso. Scambiò
il gesto affettuoso un solo istante, poi voltò la schiena
verso il prato che dalla porta riluceva al sole. Uscì fuori
a piedi scalzi, con la schiena scolpita da un abile scultore,
e guardò i monti che chinavano sulla loro dimora. Si mise
allora all’opera, scolpendo da un masso la forma d’un giovane
ottocentesco, poi gli scalfì via l’abito e continuò
il lavoro interdetto.
La sera, accanto al caminetto, il tavolo di legno era imbandito.
Il fuoco crepitava ed ogni getto di fiamma si stampava sopra l’uomo
scolpito. La molle vecchia avvolta in una maglia che esiguamente
le copriva una spalla mesceva il vino da servire con il pesce
cucinato con gioia e con diletto.
Fuori della cascina, illuminata dalla
luna, v’era la statua d’un uomo senza emblemi: non aveva indosso
neppure l’ombra d’una catenina. Nella memoria era identico all’idea
che lui di sé e la vecchia di lui avevano di quando fu
un giovane scultore di se stesso. Fu una gran bella idea non avergli
lasciato indosso l’abito ottocentesco.
L’uomo anziano piegò una bustina
e la leccò con fare svelto ed esperto. Poi la attaccò
alla zampetta di una bianca colomba che un istante dopo prese
a volare nell’aria serotina. Era una lettera che la vecchia dall’onda
molle dei capelli bianchi aveva scritto per una sua amica che
abitava qualche valle più in là, oltre l’alberata
collina.
L’uomo versò il vino nel bicchiere
della morbida compagna, e dopo un po’ di cibo e di bevanda avevano
due occhi rossi rossi e lucenti. Si abbracciarono languidi e contenti.
Quando si coricarono lei guardò
il profilo intenso del vecchio compagno, le sue rughe decise che
ne tagliavano la faccia con simmetria vibrante. Si infilarono
nel letto con in corpo la voglia delicata di stare sotto sotto
e insieme insieme. Dopo anni di colpi sul marmo e di tener vivo
e rigoglioso il buon seme nella casa, si sentì l’intimo
agio in cuore e sulla pelle l’uomo di marmo ancora imberbe come
alcuni anni fa. E morbida la tenne fra le braccia la signora dai
capelli di neve che gli leggeva la memoria senza dire niente.
Sul tappeto di là, nel soggiorno
illuminato dalla luna era adagiato un lucido trombone. Più
in là, su un gradino del pavimento era disposto un clarinetto.
Sul tavolino un flauto e, accanto a un cavallo col crine alzato
finché il marmo reggeva la tensione, un sassofono era posato.
La luna illuminava d’un velo di petali
gli strumenti, le statue, i mobili, i tappeti, e le cose più
piccole che non riusciva a veder bene.
Sulla pelle la musica danzava e le mani
erano tutt’uno con l’argilla. La vecchia si tolse dal lobo dell’orecchio
un orecchino d’oro che effigiava il riquadro dei suoi occhi che
emergevano, come un gioco prospettico, incavati in uno sporger
di rubini, come lo sguardo pare salire su dal cuore per percorsi
ininterrotti, dal fondo suo affacciandosi e perlustrando e penetrando
un altro mondo.
Appoggiata sul davanzale in cucina era
una pianta d’oro e pietre, smaltata a una maniera che appariva
la fragilità linfatica dei petali e quella venata dei rami
e delle foglie, opachi al punto da imbeversi di luna. D’un balzo
fu sul davanzale una gattina, le labbra bagnate di latte, col
musettino tondo e delicato, e due occhioni come fari nella notte
d’un’altra storia. Dal vano della finestra, col groppo della coda
alzato e quel corpo di batuffolo lisciato, si mise a contemplare
la luna e sé nel vetro aperto, poi guardò fuori,
immota come una sfinge nella notte.
Nicola
D'Ugo
disegni
di Roberto Proietti © 1999
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